Franco svizzero: un’indesiderata scalata ad alte quote
Instabilità politica su scala internazionale, timori di un rallentamento congiunturale, possibilità non remota di una guerra. Tutti fattori che hanno spinto verso l'alto il corso del franco, dopato dal suo tradizionale ruolo di moneta rifugio, nei confronti di dollaro ed euro. La situazione sta mettendo in difficoltà l'industria d'esportazione elvetica, motore economico della Confederazione.
Quotazioni da record
Ancora in luglio, il dollaro raggiungeva picchi superiori a 1.80 franchi. Il 10 settembre, la vigilia degli attentati a New York e Washington, si era a quota 1.68. Oggi il biglietto verde vale poco più di 1.61 franchi. Il discorso è simile per quel che riguarda l’euro. Da mesi più o meno stabile attorno a 1.51 franchi, la divisa di eurolandia é ora scambiata a 1.47-1.48 franchi, dopo essere però sprofondata fino a 1.44 nelle scorse settimane.
Dopo l’11 settembre, dollaro ed euro hanno subito un consistente deprezzamento nei confronti del franco svizzero. Ciò che, in altri termini, rappresenta un equivalente rincaro dei prodotti elvetici destinati all’estero.
Penalizzato chi esporta
In Svizzera un franco su due è guadagnato sui mercati stranieri: in primo luogo su quello europeo, secondariamente in nordamerica. L’inopportunità di questo rialzo di corso del franco appare quindi in tutta la sua chiarezza. Soprattutto se si considera come il settore d’esportazione fosse già sotto pressione in seguito al rallentamento economico mondiale. Doppia penalizzazione per chi cerca di esportare dunque.
“Siamo decisamente preoccupati” rivela a swissinfo Thomas Daum, direttore di swissmem, organizzazione mantello dell’industria delle macchine – settore all’origine di ben il 43 % delle esportazioni svizzere -. “Fino alla scorsa primavera i nostri grattacapi iniziavano con un euro inferiore a 1.50 franchi. A mio avviso, con l’attuale concomitante calo del dollaro, dello yen e della congiuntura globale, la soglia del dolore si è ora ulteriormente abbassata”. Alcuni analisti ritengono che un franco a quotazioni come quelle attuali può essere sopportato dall’economia indigena al massimo per un trimestre.
Una reazione tempestiva
La banca nazionale (BNS), il cui obiettivo principale è storicamente quello di garantire la stabilità dei prezzi nel paese, in questo caso non ha avuto molti dubbi. In due occasioni distinte (17 e 23 settembre) è intervenuta per ridurre la banda di fluttuazione di Libor a tre mesi (tasso di rifinanziamento interbancario) di complessivamente 1 punto: fascia attuale 1.75-2.75 %. “Un intervento tempestivo ed adeguato” sottolinea Thomas Daum. “La BNS non poteva fare di meglio” rincara Walter Brodmann, responsabile del settore relazioni economiche internazionali del Segretariato di Stato dell’economia (Seco).
Ed in effetti, dopo questi ritocchi la situazione sembra essersi stabilizzata. Tanto che alla BNS non si sono volute rilasciare ulteriori dichiarazioni. “Non vogliamo destabilizzare il mercato con altre prese di posizione”. Dal canto suo, Thomas Daum rileva come “stabilizzato non significhi però normalizzato. Il corso del franco è ancora troppo alto”.
Una situazione già vissuta…
Ma al momento c’è poco da fare: fintanto che perdurano le incertezze relative ai tempi ed alle modalità dell’intervento militare americano e alle sue conseguenze, il franco è destinato a veleggiare alto. Si tratta ormai di un andamento abituale nei periodi di crisi: è stato così ai tempi della guerra del Golfo, durante la crisi del sistema monetario europeo (’92) e quella asiatica (’97).
“Questa evoluzione, ormai praticamente ciclica, è favorita dalla stabilità politica tipicamente svizzera e fors’anche dalla credibilità della politica della banca nazionale” valuta Walter Brodmann. “Inoltre, non bisogna dimenticare che, con le unioni monetarie in atto, le alternative al dollaro diminuiscono sempre più: il franco funge da porto sicuro per gli investitori” prosegue.
Ma la BNS può contrastare efficacemente un rialzo del franco in casi come questo, quando è la pressione mondiale a lievitare il corso della moneta svizzera? “E’ chiaro che, di fronte alla ricerca di sicurezza degli investitori, la banca nazionale può esercitare un’influenza limitata. Ma non deve essere sottovalutato il ruolo psicologico dei suoi interventi. Bisogna dire che, per ora, stanno funzionando” risponde Walter Brodmann.
…e che vivremo anche in futuro
Il franco come porto sicuro in acque agitate sembra un’istituzione irrinunciabile anche per il futuro, soprattutto dal punto di vista degli investitori stranieri. C’è chi sostiene che questi rialzi indesiderati del franco potrebbero essere evitati legando esplicitamente la valuta elvetica all’euro. Una specie di zona monetaria unica a cambio fisso.
Questa ipotesi è però scartata categoricamente dalla BNS: “Gli svantaggi sarebbero senza dubbio maggiori dei vantaggi. Pensa che in quel caso potremmo mantenere i tassi d’interesse svizzeri ad un livello così basso rispetto ai valori medi in Europa? Impossibile. Se consideriamo le ripercussioni di un mercato monetario più teso sull’economia nazionale (tasso d’interesse più alto, meno investimenti, meno creazione di posti di lavoro), gli effetti positivi della stabilità del franco sarebbero, nel complesso, poca cosa” conclude un portavoce dell’istituto.
Sembra dunque che la Svizzera sia in qualche modo costretta a convivere con un franco sopravvalutato durante le crisi. C’è solo da sperare che l’incertezza su scala internazionale non la faccia “troppo” da padrone. Pena il ridimensionamento delle esportazioni svizzere, uno dei motori del benessere delle Confederazione.
Marzio Pescia
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