In Ticino la manodopera è oramai diventata “merce” rara
Le imprese sono a corto di personale, mancano lavoratori qualificati, quadri e persino generici. L'economia ticinese, nonostante il rallentamento della congiuntura internazionale, continua girare con un buon ritmo, ma è fortemente ipotecata da un mercato del lavoro del tutto prosciugato. Da mesi si susseguono gli allarmi degli imprenditori, e ormai è in via di esaurimento anche il grande bacino dei frontalieri.
Centinaia di offerte di lavoro dell’Associazione industrie ticinesi restano senza risposta. Recentemente una grossa azienda del Locarnese in via di ampliamento ha pubblicato sui quotidiani locali annunci per l’assunzione di novanta dipendenti, ma le domande arrivano col contagocce. L’agricoltura avrebbe bisogno di un buon 25 percento di forza lavoro in più, mentre nel settore alberghiero e della ristorazione sono almeno 500 le posizioni in organico scoperte. Gli ospedali e le case di cura l’anno scorso sono stati costretti ad assumere 230 infermieri in Italia. Non vanno meglio le cose nel terziario avanzato e nei servizi finanziari, dove banche e società fiduciarie si contendono consulenti e specialisti rimpolpando generosamente le busta paga. E tutti sono caccia di informatici, analisti, programmatori e tecnici di rete, che non si trovano.
Superata la fase più dura della crisi economica della prima metà degli anni Novanta, l’occupazione in Ticino è in piena ripresa: dal ’97 al 2000 gli occupati sono passati da 144 mila a 154 mila, cinquemila dipendenti in più li ha assorbiti da solo il settore industriale. Il numero dei frontalieri, dopo aver toccato qualche anno fa il minimo storico delle 28 mila unità, oggi ha di nuovo oltrepassato la soglia dei trentamila lavoratori. A marzo, nel cantone il tasso di disoccupazione è sceso al 2,7 percento, e benché ci siano ancora 3.809 senza lavoro iscritti negli uffici di collocamento, secondo gli imprenditori si è già raschiato il fondo dell’offerta.
Per Rinaldo Gobbi, segretario della Camera di commercio dell’industria e dell’artigianato (Ccia) si tratta di una disoccupazione fisiologica che non è riassorbibile con gli strumenti tradizionali del mercato del lavoro. ” I disoccupati rimasti – afferma – sono purtroppo persone difficilmente ricollocabili, perché prive di competenze professionali o perché rimaste a lungo senza un impiego. E la situazione si sta facendo critica in ogni settore. C’è una forte penuria di addetti per le tecnologie avanzate del terziario e dell’industria di punta, ma anche per le aziende artigianali, mancano addirittura i semplici manovali”.
Nel settore dell’edilizia e delle costruzione, uno dei comparti più sensibili alle oscillazioni occupazionali, offerte e domande d’impiego sono per ora in una fase di stallo. “Però, con i cantieri di Alptransit e in vista anche di alcuni altri grandi lavori infrastrutturali, ci dovrebbe essere una notevole richiesta di manodopera” afferma Edo Bobbià, segretario cantonale della Società impresari costruttori. Ma dove trovarla questa forza lavoro non si sa.
Perciò la Ccia ha chiesto alle autorità cantonali una maggiore elasticità nella concessione dei permessi ai frontalieri, ritenendo eccessiva l’attuale rigidità nella concessione delle autorizzazioni. Anche alla luce del fatto che le leggi ora in vigore decadranno con l’entrata in vigore l’anno prossimo degli accordi bilaterali con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone. Sennonché pure l’enorme serbatoio della manodopera d’oltre confine, a cui il Ticino ha sempre attinto abbondantemente, oggi sta mostrando il fondo. Inoltre, pure le aziende lombarde e piemontesi hanno una fame disperata di addetti, e negli ultimi mesi non sono mancate le tensioni con gli imprenditori ticinesi, accusati senza mezzi termini di fare man bassa di personale specializzato e lavoratori generici.
Libero D’Agostino
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