La Cina punisce il Credit suisse, troppo vicino a Taiwan
Il Credit Suisse First Boston (CSFB) ha problemi con la Cina per i suoi rapporti con Taiwan, che Pechino giudica un po' troppo stretti: secondo quanto scrive venerdì il «Wall Street Journal» (WSJ), la banca d'affari è stata scartata quale intermediaria per una lucrativa offerta pubblica di azioni.
Interpellato dall’Agenzia telegrafica svizzera, l’ufficio del CSFB a Hong Kong ha riassunto la sua posizione in due parole: «no comment».
Stando all’edizione europea del quotidiano economico USA, la filiale del Credit Suisse Group era stata scelta in un primo momento per collocare negli Stati Uniti azioni del «numero due» delle telecomunicazioni cinesi, Unicom Group. Una offerta pubblica da parecchi miliardi di dollari prevista per quest’anno.
Ma Unicom ha fatto sapere la settimana scorsa al CSFB che non fa più parte del gruppo di banche associate all’affare. Citando come fonte un quadro superiore della banca, il «WSJ» sostiene che Unicom ha fatto valere una decisione politica presa in alto loco per spiegare l’esclusione.
Secondo il quadro superiore menzionato dal giornale, la banca teme di essere eclusa quest’anno da altre due offerte pubbliche almeno. Il CSFB starebbe ora tentando di risolvere il problema con il governo di Pechino, ma non si sa quanto tempo ci vorrà per farlo.
Il quotidiano economico spiega la messa al bando del CSFB con l’atteggiamento della banca su un dossier fra i più sensibili per Pechino: lo statuto di Taiwan, isola separatasi dalla «madrepatria» dopo la vittoria comunista del 1949 ma tuttora considerata da Pechino come parte integrante della Cina popolare.
Tutto è cominciato lo scorso marzo – scrive il «WSJ» – quando la banca ha invitato a Hong Kong due personalità ufficiali di Taiwan, tra cui il ministro delle finanze Yen Ching-chang, per parlare a una conferenza. Questa estate, la banca ha inoltre organizzato in Europa una tournée promozionale per l’investimento a Taiwan, cui ha pure partecipato il ministro Yen.
swissinfo e agenzie
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