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La collera dei viticoltori romandi

I trattori dei viticoltori durante la marcia su Berna Keystone

Sono circa un centinaio, con tanto di trattori, animali, capannone, alimenti e, logicamente, tanto vino. Hanno occupato la piazza federale, pronti a restare finché le autorità non accontenteranno le loro rivendicazioni: limitare le importazioni di vini esteri per proteggere i produttori locali, in grave difficoltà economica.

100 trattori in piazza

Willy Cretigny ci aveva già provato in agosto. In solitaria. Ma il suo primo assalto alla capitale non aveva generato effetto alcuno. Ora, il viticoltore ginevrino torna alla carica; questa volta però si è fatto accompagnare da parecchi suoi colleghi.

Il gruppo è partito lunedì prima dell’alba dalla città sul Lemano. Strada facendo, altri viticoltori vodesi e neocastellani si sono aggiunti alla comitiva. Che si è spostata rigorosamente in trattore. Destinazione Berna, la piazza federale. “Molti di noi si trovano in una situazione insostenibile” dice a swissinfo Willy Cretigny. “La liberalizzazione delle importazioni permette ai grandi rivenditori di acquistare vini a bassissimo costo all’estero, ottenendo dei margini irraggiungibili con i vini svizzeri”.

Un esempio? “Il margine su una bottiglia di vino importato a bassissimo prezzo -ad esempio 2 fr.- può raggiungere gli 8 franchi alla bottiglia; per i vini svizzeri, tale margine è al massimo di 3-4 franchi” sostiene Cretigny. “La nostra rovina sono i grandi importatori, oltre alla politica liberista praticata da Dipartimento dell’economia” ribadisce Willy Cretigny.

I manifestanti rivendicano una boccata d’ossigeno a favore della produzione di vino svizzero. Chiedono ad esempio una riduzione del contingente d’importazione dei vini esteri a 120 milioni di litri (attualmente 170 milioni). “Necessitiamo inoltre di aiuti urgenti per smaltire le riserve e, per evitare ulteriori sovrapproduzioni, proponiamo una limitazione della produzione a 1 kg d’uva al m2” ci dice un manifestante vodese. “Tali limitazioni devono però poter essere compensate da un aumento del prezzo di vendita, altrimenti per noi è la fine”. E le importazioni a bassi prezzi di vini stranieri non aiutano certo un mantenimento dei prezzi a livelli sufficienti per la produzione elvetica.

Una delegazione di quindici manifestanti è stata ricevuta a Palazzo federale da alti esponenti dell’Ufficio federale dell’agricoltura (UFAG). Ma le proposte formulate dai funzionari non hanno soddisfatto i viticoltori. I quindici intendono quindi rimanere all’interno del palazzo fin che non potranno incontrare il ministro dell’economia, Pascal Couchepin, al rientro dal suo viaggio in Francia. “Possiamo attendere” dice Willy Cretigny “siamo ben equipaggiati per restare anche a lungo…”.

Un settore in difficoltà

“Ormai da parecchi anni la produzione vinicola indigena non è più redditizia” sottolinea Pierre-Yves Felley, direttore della Federazione svizzera dei viticoltori (FSV). La situazione si è ulteriormente deteriorata con il 1. gennaio 2001, in seguito all’entrata in vigore dei nuovi accordi di liberalizzazione dei mercati nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del Commercio (OMC). Fernand Cuche, consigliere nazionale verde presente sulla piazza, commenta amaro: “Si tratta di un accordo politico. E quando ci si rende conto che gli accordi sono sbagliati, si deve poter invertire la marcia”.

In sostanza, almeno per quel che concerne il vino bianco, la quota di mercato nazionale dei produttori svizzeri è in calo costante: ora si situa ben al di sotto del 50 %. Nel contesto di una diminuzione generalizzata dei consumi di bianco (i consumatori tendono a preferirgli il vino rosso), nel corso dell’annata 2000-2001 la richiesta di vino bianco indigeno è calata del 4.7%, contro un incremento del 7.4% dei bianchi esteri.

Se si considera inoltre l’abbondante raccolto del 2000 (“…e qui le responsabilità sono anche dei produttori stessi, che non hanno limitato il loro raccolto” commenta Pierre-Yves Felley), si giunge alla situazione attuale con le riserve di vino svizzero ormai pari alla quantità che l’intera nazione consuma in 12 mesi. Gran difficoltà a smaltire gli stock accumulati dunque. Ciò si traduce in ulteriore pressione sui prezzi indigeni, già minacciati dalle importazioni a basso costo di vini, come sottolineano le organizzazioni professionali, “prodotti, in molti casi, senza considerazioni sociali e ambientali”.

La posizione della FSV

“Lo specifichi chiaramente” ci chiede Pierre-Yves Felley: “la manifestazione di lunedì è organizzata spontaneamente da un gruppo di viticoltori. Noi, in quanto FSV, non ne condividiamo né forma né tempi”. La FSV non ha ritenuto opportuno implicarsi in questo tipo di azione visto che, parallelamente, sta portando avanti dei negoziati con l’UFAG nel quadro della revisione della legge sull’agricoltura.

Ed a livello di contenuti? “La denuncia della crisi economica che vivono certe regioni produttrici di vino, come ad esempio Ginevra o la Svizzera tedesca, è corretta ma le misure proposte dai manifestanti ci sembrano poco giudiziose” spiega Pierre-Yves Felley. L’idea di limitare globalmente le importazioni di vino bianco non è in effetti condivisa dall’associazione dei produttori. “Si tratta di una falsa rivendicazione”.

“Il problema riguarda unicamente l’importazione di vini bianchi a bassissimo prezzo” prosegue Felley. Ad esempio il 90 % del vino bianco sfuso importato costa in media 1.15 franchi al litro, il 20 % in meno rispetto allo scorso anno. “Dobbiamo combattere contro questo tipo d’importazione, fonte di dumping e di disoccupazione nel nostro paese e di miseria nei paesi d’origine del vino; non contro l’importazione di vini in generale, misura che non ci renderebbe simpatici nei confronti dei consumatori” conclude Pierre-Yves Felley.

Marzio Pescia

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