Peter Hess si difende e non rinuncia ai mandati privati
«Ho agito nel rispetto della legge anti-riciclaggio». Il presidente del Consiglio nazionale Peter Hess, bersaglio di roventi critiche dopo che è venuta alla luce la sua partecipazione ai consigli di amministrazione di tre società con sede a Panama e nelle Isole Vergini, è passato martedì al contrattacco.
È tutto in regola, ha affermato. «E i dossier relativi alle tre società sono a disposizione delle autorità di vigilanza. Nessun motivo quindi di disfarmi di quei mandati». Non tutti sono però rimasti soddisfatti e dai ranghi della sinistra si sono levate voci per chiedere che Hess si dimetta.
Il presidente del Nazionale, già in posizione scomoda in passato per i mandati detenuti nelle multinazionali del tabacco, ha sostanzialmente ribadito ai giornalisti quanto già dichiarato lunedì in parlamento: nessuna operazione dubbia, tutto nel rispetto delle regole.
Le tre società (due amministrano conti bancari con una movimentazione annua di mezzo milione di franchi e la terza depositi di titoli appartenenti a una famiglia all’estero) sono sottoposte alla legislazione svizzera contro il riciclaggio «per il tramite della mia attività di amministratore». Hess ha ricordato che gli intermediari finanziari avevano tempo fino al primo aprile 2000 per diventare membri di un organo di autocontrollo riconosciuto dall’Autorità di sorveglianza contro il riciclaggio.
Ho aderito alla «Verein zur Qualitätssicherung im Bereich Finanzdienstleistungen» (VQV) con sede a Zugo, ha fatto sapere il parlamentare democristiano, che ha precisato le regole del gioco: l’intermediario deve tenere un dossier dettagliato su ogni mandato e segnalare immediatamente eventuali operazioni dubbie. Le tre società sotto accusa sono state costituite nelle piazze finanziarie offshore per motivi fiscali: anche le grandi banche e altre industrie svizzere vi hanno filiali, ha detto Hess. Si tratta di «un’attività commerciale internazionale legale e legittima, purché si rispettino le norme antiriciclaggio. Ed è il mio caso».
Lunedì sera si era acceso un piccolo giallo, dopo che il portavoce del Dipartimento delle finanze, intervistato da un giornalista, aveva sostanzialmente smentito le dichiarazioni rilasciate da Hess in parlamento. «L’obbligo di dichiarazione è stato rispettato», aveva detto il presidente del Nazionale. «Hess è sì iscritto presso un organismo di autocontrollo a Zugo, ma non le società da lui rappresentate», aveva controbattuto il DFF. «Tenendo conto che sono membro di un organo di autocontrollo riconosciuto e che le tre società in questione non forniscono servizi a terzi, non dovevo dichiararle né all’organo di autocontrollo, né all’autorità di vigilanza», ha spiegato oggi Hess. I dossier, in ogni caso, «sono a disposizione delle autorità».
Il mondo politico ha commentato la vicenda, prima però che Hess prendesse la parola per spiegare nuovamente la sua posizione. Le reazioni più dure sono venute dalla sinistra. Il gruppo parlamentare socialista, in un comunicato, si è chiesto se il presidente del Nazionale abbia semplicemente voluto imbrogliare le carte oppure se abbia mentito al parlamento. E se dovesse risultare che ha mentito, allora non c’è altra soluzione: Hess deve andarsene. I socialisti vogliono che si faccia piena luce sugli interessi economici di Hess nelle società che operano nei paradisi fiscali. L’indagine, hanno indicato, dovrebbe essere affidata all’Ufficio del Consiglio nazionale.
Critiche sono giunte anche da destra. Il presidente dell’Unione democratica di centro Ueli Maurer ha detto che Hess, nella sua posizione di presidente del Nazionale, deve dare prova di massima trasparenza. E il neo presidente dei radicali Gerold Bührer ha affermato che Hess avrebbe dovuto essere più prudente. Doveva sapere che la sua partecipazione a società con sede a Panama e nelle isole Vergini avrebbe provocato un pandemonio. E sin dall’inizio avrebbe dovuto rinunciare a quei mandati.
Commentando il botta e risposta tra il Dipartimento delle finanze e il presidente del Nazionale, il capogruppo democristiano Jen-Philippe Maître ha detto che «c’è stato un malinteso sulla base di fatti e interpretazioni inesatte». Peter Hess in ogni caso «ha agito in modo corretto». Maître ha poi rivolto una feroce critica al gruppo socialista. Sono «cattivi perdenti», ha detto: hanno preso di mira Hess perché il Consiglio nazionale, con il voto decisivo del suo presidente, ha deciso di attribuire al pensionamento flessibile solo 400 milioni di franchi. I socialisti ne volevano molti di più.
swissinfo e agenzie
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