Salari in euro per i frontalieri, no dei sindacati
La possibilità in Ticino toccherebbe quasi 33 mila lavoratori italiani. Ma i sindacati si oppongono decisamente.
L’idea è nata da uno studio commissionato dal Consiglio federale che ritiene legittimo retribuire con la nuova moneta europea i frontalieri. “Il gruppo interdipartimentale che ha esaminato questo problema su incarico del Governo centrale, ha stabilito che con il consenso del frontaliere e del datore di lavoro, il salario netto può essere corrisposto in euro”, ha spiegato a swissinfo il segretario della Camera di commercio ticinese Rinaldo Gobbi.
In vista dell’introduzione in Europa della moneta unica dal prossimo gennaio, secondo Gobbi si lascia, di fatto, la facoltà di scelta alle parti, nel rispetto del principio della libera contrattazione. Ma i principali sindaci ticinesi ribattono con un secco no all’euro in busta paga per i pendolari d’oltre confine.
Le organizzazioni dei lavoratori denunciano la sperequazione che si verrebbe a creare tra le retribuzioni dei residenti e quelli dei frontalieri, e i maggiori profitti delle imprese grazie al cambio tra euro e franco.
Per Meinrado Robbiani, segretario cantonale dell’Organizzazione cristiano sociale e consigliere nazionale del Ppd, tale soluzione provocherebbe una disparità di trattamento all’interno delle aziende e una distorsione del mercato del lavoro a causa concorrenza con i dipendenti che risiedono nel Cantone. Opposizione altrettanto decisa da parte di Saverio Lurati segretario regionale del Sindacato edilizia e industria, che definisce “demenziale” una simile possibilità.
“In questo modo – ha spiegato il sindacalista – il salario verrebbe corrisposto non per il lavoro svolto, ma in base al luogo di residenza del dipendente, il che è inaccettabile. E’ un’utopia la libera contrattazione per i lavoratori dipendenti. Se l’idea di pagare in euro i frontalieri dovesse concretizzarsi siamo pronti a dare battaglia”.
Non è la prima volta che nel Cantone si affaccia l’ipotesi di retribuire i frontalieri con la moneta del paese di residenza. Agli inizi degli anni ’90, nel pieno della crisi economica, per contenere il costo del lavoro si era avanzata la proposta dello stipendio in lire. Una proposta naufragata per la forte resistenza dei sindacati ticinesi e italiani.
Dal fronte padronale, Vittorino Anastasia, segretario cantonale aggiunto della Società svizzera impresari costruttori, ritiene che il pagamento in euro non rappresenti un reale vantaggio per le aziende, soprattutto a causa delle complicazioni contabili con la fluttuazione dei cambi e per il fato che gli oneri sociali andrebbero comunque versati in franchi.
Per i 32.732 frontalieri attivi in Ticino quello dei salari, che siano pagati in franchi o in euro, resta comunque uno dei problemi più scottanti. Da qualche anno, dopo la crisi occupazionale che tra il ’93 il 98, ne aveva ridotto il numero da 40 mila a 28 mila unità, il frontalierato è in netta ripresa, trainato soprattutto dal bisogno del manodopera del settore terziario. Ma le differenze e le sperequazioni salariali restano.
Dai dati dell’Ufficio statistica emerge che poco più della metà dei frontalieri ha un salario lordo al di sotto dei 48 mila franchi annui; un quarto di essi guadagna tra i 50 mila e i 70 mila franchi, mentre solo un 5% si colloca al di sopra di questa cifra. Gli stipendi più generosi li offrono l’industria chimica, l’edilizia e il settore energia-ambiente; quelli meno gratificanti l’orologeria e il ramo abbigliamento.
Ancora più marcate le differenze nella busta paga tra donne e uomini. Per questi ultimi la media dei salari annui si aggira attorno ai 52 mila franchi, per le donne si va poco oltre i 31 mila franchi. E una buona metà delle 8000 frontaliere ha uno stipendio mensile che non supera i 2.607 franchi.
Libero D’Agostino.
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