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Una goccia nel mare: il programma svizzero per la riduzione del debito

La riduzione del debito è determinante perché i paesi del sud possano riprendere in mano il timone del loro futuro Keystone

Nel 1991, rispondendo ad una petizione lanciata da una ventina di organizzazioni di aiuto allo sviluppo, il Parlamento svizzero accettò di finanziare un programma per la lotta al debito nei paesi poveri. Ora, a dieci anni di distanza, per i partner del progetto è tempo di bilanci.

I 500 milioni di franchi svizzeri a disposizione del programma svizzero per l’annullamento del debito sono ormai agli sgoccioli. Per i tre enti coinvolti nel programma – Segretariato di stato per l’economia (seco), Divisione per lo sviluppo e la cooperazione (DSC) e Comunità di lavoro delle organizzazioni di aiuto allo sviluppo – è tempo di tirare le somme e di guardare al futuro. Per questo motivo, nell’estate del 2000 è stata avviata un’analisi indipendente del programma, i cui risultati sono stati presentati martedì a Berna.

Negli anni Settanta e Ottanta, problemi di gestione politica ed economica, la caduta dei prezzi delle materie prime, l’innalzamento dei tassi d’interesse e prestiti sconsiderati provenienti dai paesi industrializzati, condussero all’esplosione del debito di molti paesi del sud. Tra il 1970 e il 1990 il debito estero dei paesi in via di sviluppo passò dagli 80 ai 1340 miliardi di dollari.

Di fronte all’evidente insolvibilità dei paesi strangolati dal debito, la Svizzera fu fra i primi paesi creditori a reagire. Già nel 1978, annullò i debiti generati da prestiti per l’aiuto allo sviluppo. Ma fu l’azione delle organizzazioni non governative, che nel 1989 lanciarono la petizione denominata «Lo sdebitamento: una questione di sopravvivenza», a dare un impulso determinante al programma svizzero di riduzione del debito.

Nell’anno del 700esimo anniversario della Confederazione, il Parlamento approvò un credito di 700 milioni di franchi a complemento dei crediti per l’aiuto allo sviluppo. Una parte del credito era destinata a progetti per la protezione dell’ambiente nei paesi di sviluppo, ma 500 milioni confluirono nel programma di riduzione del debito.

L’obiettivo prioritario del programma è l’annullamento del debito bilaterale pubblico e commerciale dei paesi in via di sviluppo nei confronti della Svizzera. Sono inoltre previste misure per la riduzione dei debiti multilaterali, cioè dei debiti contratti con istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, e misure di formazione e di assistenza tecnica per la gestione del debito.

Lo studio presentato martedì dà una valutazione complessivamente positiva dell’attività volta all’annullamento del debito bilaterale pubblico, vale a dire dei debiti derivati dalle garanzie contro i rischi d’esportazione concesse dallo Stato ad esportatori privati (i debiti derivati da finanziamenti per l’aiuto allo sviluppo erano già stati cancellati, come detto, nel 1978).

È in questo ambito che il programma ha dato i risultati maggiori, in termini di valore nominale del debito annullato: in 10 anni sono stati cancellati debiti per 1,1 miliardi di franchi svizzeri, nei confronti di 19 paesi, cioè una buona parte dei debiti dei paesi più poveri nei confronti della Svizzera (con 9 paesi, tra cui ad esempio la Repubblica democratica del Congo, non è però ancora stato raggiunto un accordo).

Ed è sempre in questo ambito che, in 12 paesi, la Svizzera ha sperimentato un modello di «sdebitamento creativo«: in cambio dell’annullamento del debito, i paesi debitori sono tenuti a versare una parte del valore del debito, in valuta locale, in un «fondo di contropartita», destinato al finanziamento di progetti di sviluppo a favore della popolazione. In totale, nei fondi sono finiti 267 milioni di franchi.

I «fondi di contropartita» hanno avuto un utilizzo diversificato nei vari paesi, ci spiega Bruno Stöckli, della Comunità di lavoro dell’organizzazioni di aiuto allo sviluppo. Nell’America latina si è optato soprattutto per finanziamenti diretti al settore sociale e alle infrastrutture, mentre in altri paesi, come il Senegal o la Costa d’Avorio, i fondi sono serviti a sostenere sistemi di credito nelle aree rurali.

«Con la maggior parte di questi fondi abbiamo fatto buone esperienze», prosegue Stöckli, «attraverso di essi è stato possibile trasferire mezzi finanziari alla popolazione più povera.» Ma alcuni problemi sono sorti all’inizio, nei paesi dove si era tentato di creare delle piccole banche rurali. In seguito si è perciò preferito sostenere le strutture creditizie preesistenti. Un’opzione, quella del credito, che non si vuole tuttavia abbandonare, perché in molte regioni per i contadini è di vitale importanza poter ricorrere a crediti agevolati, ad esempio per l’acquisto di sementi.

In generale, dice ancora Stöckli, le cose sono andate meglio nei paesi in cui le organizzazioni di aiuto elvetiche erano già presenti; negli altri è stato necessario imparare dapprima a muoversi e a costruire delle strutture efficienti.

Se sul piano del debito bilaterale pubblico, il programma svizzero ha dato buoni risultati, molto da fare rimane invece rispetto ai debiti privati, derivati da esportazioni non garantite dallo Stato. Il tentativo, avvenuto in passato, di riscattare i crediti delle banche svizzere ha dato scarsi risultati. Poche banche sono disposte a cedere i loro crediti per un prezzo ritenuto troppo basso.

Meglio ha funzionato invece la collaborazione della Svizzera nel quadro del programma dell’Associazione internazionale dello sviluppo, un’organizzazione figlia della Banca mondiale. Il programma ha permesso di riscattare e annullare debiti privati per un valore nominale di 2,9 miliardi di franchi nei confronti di 11 paesi.

Se l’azione per la riduzione del debito bilaterale è stata dominante agli inizi del programma svizzero di lotta al debito, nel corso degli anni l’accento si è spostato sempre più sui debiti multilaterali, soprattutto dopo l’avvio della campagna internazionale in favore dei «paesi poveri fortemente indebitati» nel 1996 e il suo rafforzamento nel 1999. La riduzione dei debiti multilaterali comporta però l’utilizzo di mezzi finanziari ben maggiori rispetto ai debiti bilaterali privati, perché il loro riscatto può avvenire solo al valore nominale e non ad un prezzo di mercato.

Il futuro del programma svizzero di riduzione dei debiti sembra quindi tracciato. La strada è quella di una sempre maggiore collaborazione a livello internazionale. Del resto, come nota ancora Stöckli, la Svizzera sapeva fin dall’inizio che, finché agiva da sola, il suo programma era solo «una goccia nel mare».

Andrea Tognina

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