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L’IA nella selezione del personale, tra opportunità e rischi di discriminazione

Uomo osserva su uno schermo l'immagine di una testa formata da luci, circuiti e cifre.
Gli algoritmi si basano su dati storici e, quando usati nella selezione del personale, tendono a privilegiare percorsi professionali lineari e continui, più frequenti nei profili maschili. Keystone/DPA/Matthias Bein

L’intelligenza artificiale si sta facendo spazio anche nel mondo del lavoro, anche in Svizzera, tra promesse di efficienza e nuove criticità. Se da un lato le aziende iniziano a utilizzarla per selezionare candidati e ottimizzare i processi, dall’altro emergono dubbi sui rischi di errore e discriminazione, in particolare nei confronti delle donne.

In Svizzera, secondo il rapporto trimestrale di Manpower, i datori di lavoro restano prudenti nelle previsioni di assunzione per il secondo trimestre del 2026. Le aziende puntano su modelli di lavoro flessibili e sulla ricerca di talenti, ricorrendo anche all’intelligenza artificiale nella selezione del personale.

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Proprio in questo ambito emergono però diverse criticità: i responsabili delle risorse umane segnalano casi di candidati esclusi erroneamente, mentre alcune aziende denunciano la proposta di profili non idonei o la presenza di pregiudizi nelle valutazioni.

Un amplificatore di disuguaglianze?

Il tema degli effetti discriminatori diventa ancora più evidente osservando l’impatto sulle donne. Gli algoritmi si basano su dati storici e tendono a privilegiare percorsi professionali lineari e continui, più frequenti nei profili maschili. Di conseguenza, curricula segnati da interruzioni, lavoro a tempo parziale o cambi di carriera possono essere penalizzati.

“I sistemi imparano dal passato e se il passato non include le donne perché non documentate, allora non viene memorizzato nei sistemi. Ciò significa che la vita femminile non esiste”, spiega Bea Knecht, informatica svizzera e fondatrice di Zattoo, a RSI.

Per Solange Ghernaouti, professoressa all’Università di Losanna, il problema è più ampio: “Nessuno mette in discussione questo sistema. Gli algoritmi facilitano l’automatizzazione delle discriminazioni verso le donne e le minoranze, che diventano indiscutibili perché integrate nel software. L’intelligenza artificiale diventa così un catalizzatore e un amplificatore della discriminazione”.

Allo stesso tempo, non mancano visioni più ottimiste. Knecht sottolinea infatti come l’intelligenza artificiale possa rappresentare anche un’opportunità: “Per la prima volta abbiamo uno strumento accessibile a tutte che non richiede innumerevoli ore di addestramento come per un robot chirurgico. […] Le donne devono capire come funziona e come usarla per migliorare i loro affari o lavori. È uno strumento davvero paritario”.

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Regole e responsabilità collettiva

Resta però centrale la questione della regolamentazione e del controllo. “Non si può lasciare il tema dell’intelligenza artificiale ai soli tecnici”, osserva la politologa Anna Jobin, sottolineando la necessità di un approccio collettivo e di misure che tengano conto esplicitamente della prospettiva femminile.

Anche l’idea, spesso avanzata, di aumentare la presenza femminile nei settori scientifici non è considerata sufficiente. “Non basta avere più donne nell’intelligenza artificiale, servono modelli femminili capaci di proporre alternative e una visione pluralista”, afferma Ghernaouti.

Tra difficoltà di applicazione, rischi di discriminazione e potenzialità ancora da sviluppare, il ruolo dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro resta quindi in evoluzione. C’è un aspetto che però appare chiaro: le scelte su come utilizzarla e regolarla dipenderanno ancora dall’essere umano.

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