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Piccola riforma per una grande Unione europea

I due promotori francesi del vertice di Nizza: il primo ministro Lionel Jospin (a sinistra) e il presidente Jacques Chirac Keystone

Fumata grigio-bianca dal vertice di Nizza sulle riforme istituzionali, che gettano le basi per l'allargamento dell'Unione europea. Il nuovo assetto comunitario è una buona base di osservazione per la Svizzera, definita dall'UE a vocazione europea.

Più che una riforma, dalla quale ci si aspettava maggiore flessibilità comune per giungere ad un’Europa più grande e più forte, è sembrato il “cubo di Rubik” dei compromessi. In nome della difesa dei diritti nazionali i 15 si sono accapigliati per quattro giorni praticamente su tutte le trattande: la riponderazione dei voti in Consiglio dei ministri, la composizione della Commissione europea, le decisioni alle quali estendere il voto a maggioranza qualificata e le cooperazioni rafforzate.

Liquidate relativamente in fretta cooperazione e decisioni a maggioranza qualificata – qui si registra il mantenimento del diritto di veto nazionale in certi ambiti come il fisco e l’immigrazione – è stato strappato un compromesso sulla “taglia” della Commissione europea: no per ora ad un tetto massimo di commissari, ritenuto indispensabile dai “grandi” come la Francia. L’idea non è piaciuta ai “piccoli”, se ne riparlerà quando l’Unione conterà 27 membri. A quel punto, si avrà una probabile rotazione.

Il punto del contendere al vertice di Nizza è stato quale peso dare a ciascun Paese all’interno del Consiglio dei ministri, praticamente l’organo legislativo e decisionale comunitario. L’accordo di compromesso sembra tenere la parte dei “grandi”, come si può vedere dalla riponderazione dei voti raggiunta in Consiglio dei ministri e che contempla già la partecipazione dei Paesi ora candidati. Germania, Italia, Francia e Regno Unito: 29 voti; Spagna e Polonia: 27 voti; Romania: 15; Olanda: 13; Grecia, Rep. Ceca, Belgio, Ungheria, Portogallo: 12; Svezia, Bulgaria, Austria: 10; Slovacchia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Lituania: 7; Lettonia, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo: 4; Malta: 3.

La maggioranza qualificata è stabilita a 258 voti su 342. I voti richiesti per una minoranza di blocco sono 89, equivalenti a quelli di tre Paesi grandi più uno piccolo. Quando l’Ue avrà 27 Stati membri, la minoranza di blocco salirà a 91 voti. Il trattato è poco ambizioso, come riconosciuto dagli stessi partecipanti al vertice, ma dovrebbe essere sufficiente per evitare che un’Unione allargata a 27 membri non venga completamente paralizzata nei suoi meccanismi decisionali.

Cosa significano queste riforme per la Svizzera? Tendenzialmente, per quel che riguarda i piccoli Paesi, gli accordi di Nizza sono meno favorevoli rispetto alle disposizioni attuali. Una tendenza dimostata dalla nuova ripartizione dei seggi all’interno del Consiglio dei Ministri e dal ridimensionamento del diritto di veto, che resta tuttavia in vigore per questioni delicate come fisco e immigrazione e che è stato strenuamente difeso dai piccoli paesi. Vi è però comunque da sottolineare che un paese come la Svizzera otterrebbe tra sette e dieci voti al Consiglio dei Ministri, cifra che paragonata ai 29 voti a testa di cui fruiscono Italia, Francia, Germania ed Gran Bretagna, indica una rappresentanza più che proporzionale per i piccoli Stati.

In occasione del suo discorso di giovedì scorso di fronte al forum della conferenza Europea, il presidente della Confederazione Adolf Ogi aveva ricordato come il sistema politico svizzero e l’esperienza che ne deriva in termini di federalismo e sussidiarietà, potessero servire da modello per le riforme istituzionali oggetto del vertice di Nizza. I prossimi anni di transizione ci indicheranno con maggior precisione verso quali obiettivi istituzionali tenderà l’Europa Unita.

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