Cascate d’acqua sul Cervino: un fenomeno eccezionale
Harry Lauber, autore di una foto del Cervino diventata virale sul web, racconta il raro episodio - Caldo e pioggia oltre i 4’000 metri di altitudine rendono la montagna sempre più fragile.
Le sue immagini hanno fatto il giro dei social e dei media: il Matterhorn – o Cervino, a seconda del lato della montagna da cui lo si guardi – attraversato da spettacolari cascate d’acqua che scendono dalle sue pareti verticali. A immortalare il fenomeno è stato Harry Lauber, 78 anni, guida alpina di Zermatt che quella montagna l’ha vissuta in ogni sua sfumatura.
“La foto l’ho scattata da casa mia verso le sei di sera del 25 giugno”, ci racconta al telefono. “A Zermatt sono cadute soltanto poche gocce di pioggia, ma sulla cima del Cervino si è sviluppato un temporale”.
Il fenomeno, ci spiega Lauber, è legato alla particolare conformazione della montagna. “L’aria calda risale lungo le ripide pareti favorendo lo sviluppo di temporali localizzati. L’acqua poi scorre lungo le pareti formando queste cascate.” Uno spettacolo, però, molto effimero: “È durato cinque-dieci minuti”.
Per Lauber il Cervino è quasi un compagno di vita. È cresciuto a Zermatt e le radici della sua famiglia nel villaggio risalgono al 1650, ma raramente gli è capitato di osservare fenomeni di questo tipo: “C’è stata una sola altra occasione, nel 2022”, ci racconta, a conferma dell’eccezionalità del fenomeno.
Una combinazione di fattori
Sebbene il caldo di questi giorni abbia interessato anche le quote più elevate, l’episodio non rappresenta un record. “Negli ultimi anni temperature positive attorno ai 5’000 metri di altitudine sono diventate sempre più frequenti”, spiega Luca Nisi, meteorologo di MeteoSvizzera. “Negli ultimi tre anni lo zero termico ha superato i 5’000 metri per almeno tre giorni ogni estate. Il valore record rimane quello del 2023Collegamento esterno, con un’isoterma di zero gradi salita fino a circa 5’300 metri.” Nel giorno in cui Harry Lauber ha immortalato le cascate, lo zero termico si trovava invece attorno ai 4’500 metri.
Ciò che ha reso eccezionale l’episodio non è quindi il caldo in sé, bensì la contemporanea presenza di un intenso temporale. “L’evento è piuttosto raro perché combina due fattori: una massa d’aria eccezionalmente calda e precipitazioni temporalesche proprio sulle creste alpine. In passato, con uno zero termico più basso, la stessa perturbazione avrebbe probabilmente imbiancato la montagna anziché produrre pioggia”, ci racconta il meteorologo.
Quella sera, lungo la cresta del Cervino, i quantitativi di precipitazione sono stati notevoli: circa 20 millimetri in vetta e fino a 50 millimetri sul Monte Rosso e Mont Charvin. Su una parete quasi verticale come quella del Cervino, l’acqua non trova terreno che possa assorbirla. “Essendo roccia nuda, la pioggia scorre immediatamente verso valle, dando origine alle cascate osservate”.
Secondo Nisi, episodi simili potrebbero ripresentarsi, ma non sono destinati a diventare un appuntamento annuale. “Le temperature elevate in quota sono ormai sempre più frequenti. Molto meno frequente è che coincidano esattamente con lo sviluppo di un forte temporale sulla montagna”.
La montagna fragile
L’episodio osservato va ben oltre una fotografia spettacolare. È infatti uno degli esempi più evidenti di come il cambiamento climatico stia trasformando l’alta montagna.
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Quando la pioggia cade a quote così elevate, l’acqua si infiltra nelle fratture della roccia, raggiungendo il permafrost, lo strato di terreno e roccia che rimane permanentemente gelato. Il calore trasportato dall’acqua ne accelera lo scongelamento, favorendo una reazione a catena: il ghiaccio che tiene insieme la roccia si scioglie, le fratture si allargano e l’acqua può penetrare ancora più in profondità, amplificando il processo. Il risultato è una montagna sempre più instabile e soggetta a crolli.
“L’acqua è molto più efficace dell’aria nel trasportare calore”, ci spiega Cristian Scapozza, Professore di geomorfologia applicata alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) e specializzato nello studio del permafrost e dei ghiacciai rocciosi. “Basta pensare a un alimento appena tolto dal congelatore: lasciato all’aria a 25 gradi impiega molto più tempo a scongelarsi rispetto a quando viene messo sotto un getto d’acqua a 12 o 13 gradi”. È proprio per questo che le piogge ad alta quota destano particolare preoccupazione.
Il Cervino è un osservato speciale per la ricerca scientifica. Da anni i ricercatori dell’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) monitorano i processi di destabilizzazione della montagna legati al degrado del permafrost. Una delle conseguenze più evidenti si è verificata il 13 giugno 2023, quando un imponente pilastro di roccia è collassato sulla parete, fortunatamente senza provocare feriti.
Interpellato in merito alle immagini di Harry Lauber, Robert Kenner, collaboratore scientifico dell’Istituto di ricerca, invita tuttavia alla prudenza nelle interpretazioni. “Non sono i singoli eventi meteorologici a influenzare il permafrost, ma i cambiamenti climatici di lungo periodo”, sottolinea. Aggiunge inoltre che, osservando la fotografia, non si può escludere che parte di quanto appare come acqua in caduta sia in realtà grandine prodotta dal temporale che ha interessato la vetta del Cervino.
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Una sicurezza precaria
Oggi nessuno osa più avventurarsi lungo la parete nord durante l’estate. Il riscaldamento climatico ha reso la via sempre più instabile e il disgelo del permafrost aumenta il rischio di cadute di pietre, un pericolo che Lauber ha sperimentato in prima persona. “Mi è già capitato di vedere cadere dei massi proprio davanti a me. Non è una bella esperienza”.
I cambiamenti sono ormai visibili anche a occhio nudo. “Quest’anno è la prima volta che vedo la parete completamente senza ghiaccio. Fino a qualche anno fa rimanevano almeno due grandi colate di ghiaccio anche durante l’estate. Ora non c’è più nulla”, racconta la guida alpina.
Dopo una vita trascorsa ai piedi del Cervino, però, Lauber guarda alla montagna con il realismo di chi l’ha osservata cambiare per decenni. “La natura non smette mai di cambiare. Non mi sorprende più nulla. Un giorno il Cervino stesso non esisterà più”.
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