Profughi kosovari: chi non vuole partire, rischia il rimpatrio forzato
Non tutti i profughi kosovari che devono lasciare la Svizzera hanno accettato l'offerta delle autorità elvetiche. I cantoni si preparano ad esercitare pressioni, dopo la scadenza del termine per il rientro, e sono pronti ad effettuare rimpatri forzati.
In certi cantoni, la metà dei kosovari che devono lasciare la Svizzera non si sono ancora informati sulle possibilità di rientro o non si sono ancora iscritti per il viaggio di ritorno nel loro paese.
Nel canton Ginevra, per esempio, soltanto la metà dei 1300 profughi si sono già annunciati per il volo di ritorno. E in Ticino, sulle 1600 persone alle quali la confederazione offre il viaggio di ritorno, 630 non hanno ancora reagito.
Nei cantoni di Zurigo, Grigioni, Friborgo e Lucerna, questa proporzione scende ad un quarto dei candidati alla partenza, mentre nel resto della Svizzera la disponibilità al rientro è molto più grande. Tuttavia, per il momento, le autorità cantonali non sono ancora in grado di prevedere quanti sono i profughi che non intendono adeguarsi all’ordine di lasciare la Svizzera.
Le misure da prendere dopo il 31 maggio, alla scadenza del temine di partenza dei kosovari, saranno discusse dai cantoni insieme alle autorità federali. L’ufficio federale per i rifugiati analizzerà le proposte dei cantoni e le riassumerà in una circolare, ma non emetterà direttive proprie.
In alcuni cantoni le decisioni sembrano in ogni modo già prese. Berna, per esempio, intende dapprima aumentare le pressioni sui profughi, per convincerli a partire. E poi, dal primo settembre, procederà a rimpatrio forzato.
Anche in altri cantoni ci si prepara a soluzioni analoghe, sebbene rimanga ancora da risolvere il problema delle infrastrutture per questi rinvii forzati, visto che, in buona parte dei cantoni, il numero dei posti provvisori a disposizione nelle carceri è limitato.
Anche in altri cantoni ci si prepara a soluzioni analoghe, sebbene rimanga ancora da risolvere il problema delle infrastrutture per questi rinvii forzati, visto che, in buona parte dei cantoni, il numero dei posti provvisori a disposizione nelle carceri è limitato.
Frattanto, nel Kosovo prosegue l’opera di ricostruzione, alla quale partecipa anche la Svizzera. Già nell’agosto dello scorso anno, la Direzione dello Sviluppo e della Cooperazione (DSC) aveva dato il via a un programma d’aiuto immediato, per rilanciare il settore agricolo, che la guerra aveva paralizzato in varie regioni del Kosovo.
La DSC ha pure contribuito a riparare o costruire abitazioni per 12’000 persone. E anche quest’anno, fra le priorità d’intervento, figura la riparazione di scuole e ospedali e il ripristino dell’approvvigionamento idrico e della rete stradale.
swissinfo e agenzie
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