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Care svizzere e cari svizzeri all’estero,

Il presidente della Confederazione Guy Parmelin sarà in Nordamerica fino al 9 luglio. Assistere alla partita della Nazionale svizzera contro l'Algeria, nei sedicesimi di finale dei Mondiali di calcio, sarà solo una parentesi che forse gli permetterà di distrarsi qualche minuto dalla sua vera missione: evitare un'altra stangata tariffaria da parte di Washington.

Buona lettura!

Due persone si stringono la mano
Il consigliere federale Guy Parmelin (a sinistra) e il rappresentante del commercio statunitense Jamieson Greer durante il Forum economico mondiale di Davos, in gennaio. Keystone / Laurent Gillieron

Il presidente della Confederazione Guy Parmelin sarà in viaggio fino al 9 luglio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. La trasferta, già pianificata tempo fa nel contesto dei Mondiali di calcio in Nordamerica, sarà incentrata meno sulle sfide negli stadi quanto su quelle commerciali, in particolare la questione dei dazi.

Il 24 luglio scadranno le attuali tariffe imposte da Washington alla Svizzera, abbassate al 10% dopo l’intervento della Corte suprema statunitense. Ciò che accadrà dopo non è chiaro. L’obiettivo di Parmelin è di evitare che superino il 15% massimo fissato lo scorso novembre in una dichiarazione d’intenti e, idealmente, di ancorare questa percentuale in un accordo vincolante giuridicamente.

Il più alto responsabile con cui il consigliere federale discuterà a Washington sarà il rappresentante del commercio, Jamieson Greer. Tuttavia, il passato ha insegnato che tutto dipenderà dalle decisioni del presidente Donald Trump, la cui imprevedibilità ha già lasciato di stucco a più riprese la Svizzera, come quando, lo scorso anno, per la Confederazione erano stati annunciati dazi al 39%.

La parola d’ordine al momento è: limitare i danni. Parmelin probabilmente sottolineerà che la Svizzera sta rispettando gli impegni presi, ad esempio investendo 200 miliardi di dollari negli USA nei prossimi cinque anni. Dazi al 15% sarebbero sopportabili, si legge sul Blick, “l’essenziale è che non ci sia uno scarto troppo grande rispetto [alle tariffe imposte] all’Unione Europea“.

Centrale nucleare in controluce accanto a un fiume
La centrale nucleare di Leibstadt, nel canton Argovia. Keystone / Gaetan Bally

Nuove centrali nucleari in Svizzera non sarebbero redditizie senza un sostegno statale e costi di costruzione più bassi. È la conclusione a cui è giunto uno studio del Politecnico federale di Zurigo (ETHZ) e dell’istituto Paul Scherrer (PSI).

Dei quattro modelli considerati per l’eventuale costruzione di nuove centrali nucleari, l’unico percorribile, secondo lo studio, prevede garanzie sui rischi finanziari da parte delle autorità e una promozione dell’atomo paragonabile a quella delle energie rinnovabili.

Autrici e autori dello studio sottolineano che la Svizzera può raggiungere i suoi obiettivi climatici anche senza nuove centrali atomiche, ma diventerebbe più dipendente dalle importazioni durante l’inverno.

Il tema è uno dei più caldi della politica svizzera per il prossimo futuro. Durante la sua ultima sessione, infatti, il Parlamento ha approvato la controproposta governativa all’iniziativa “Stop al blackout” e i Verdi hanno già annunciato il referendum. Come l’iniziativa, il piano del Consiglio federale prevede la revoca del divieto di costruire nuove centrali atomiche, una decisione che ribalta quella del popolo che, nel 2017, aveva votato a favore di un’uscita graduale dell’atomo. 

Questa revoca era l’obiettivo principale dell’iniziativa e, per questa ragione, il comitato promotore si è detto disposto a ritirare il testo se il controprogetto supererà lo scoglio delle urne. È probabile che l’elettorato elvetico si esprimerà sul tema nel febbraio 2027.

Smartphone con scritta "Palantir"
Secondo Palantir, Republik avrebbe distorto i fatti, una tesi confutata dal Tribunale commerciale zurighese. EPA/Adam Vaughan

L’azienda tecnologica statunitense Palantir ha rinunciato a presentare ricorso contro la decisione del Tribunale commerciale di Zurigo nell’ambito del contenzioso che l’opponeva al magazine Republik.  “Una vittoria per il giornalismo d’inchiesta”, secondo Reporter senza frontiere.

La decisione del Tribunale riguardava in particolare due articoli in cui Republik descrive i tentativi dell’azienda – fornitrice di tecnologie di sorveglianza a forze armate e servizi d’intelligence in tutto il mondo – di entrare nel mercato istituzionale svizzero. Tentativi rimasti senza esito.

Palantir pretendeva dal magazine zurighese la pubblicazione di numerose rettifiche, ma la Corte ha dato ragione alla testata su 22 dei 23 punti contestati. L’azienda statunitense avrebbe ancora potuto ancora appellarsi al Tribunale federale, ma la vicenda si è conclusa prima, con la vittoria di una piccola redazione contro un gigante della tecnologia.

“Un’ottima notizia”, secondo Valentin Rubin, di Reporter senza frontiere, citato da SRF. “Se l’azione legale di Palantir avesse avuto successo, sarebbe stato il segnale che è possibile agire contro i media per dettare i toni. Una restrizione del lavoro giornalistico inaccettabile“.

Percore ammassate all'ombra di un alberello
Ogni angolino di ombra diventa prezioso durante la canicola. Keystone / Martial Trezzini

L’ondata di caldo che ha interessato la Svizzera nelle ultime settimane è giunta al termine oggi a nord delle Alpi, mentre al sud si prevede un leggero miglioramento da domani e la fine della canicola nel weekend. In futuro però, eventi simili si faranno con ogni probabilità ancora più intensi.

Si respira un po’ di più in Svizzera con la fine di una canicola che ha visto i record assoluti di temperature superati in numerose regioni, come a Basilea, dove la colonnina di mercurio ha toccato sabato i 39 gradi. Non si tornerà a temperature primaverili, ma una decina di gradi in meno renderanno più sopportabili le giornate.

Sul lungo termine, però, la situazione resta preoccupante. Ondate di caldo come quella appena trascorsa sono il segnale “dell’inizio di un processo”, sottolinea il filosofo ed esperto di ambiente Dominique Bourg, che ai microfoni di RTS afferma: “Picchi di 50 gradi a Ginevra saranno sicuramente possibili tra 20 anni“.

Sottovalutare l’impatto del riscaldamento climatico è un grave errore, secondo Bourg, e se le città non si adatteranno anche i costi economici saranno enormi. Il filosofo punta il dito contro le élite economiche e politiche che non si sono mosse a sufficienza per rimediare, nonostante gli avvertimenti della comunità scientifica, lanciati fin dagli anni Settanta.  È troppo tardi per evitare grandi problemi, ma non lo è per evitarne di ancora più grossi, sottolinea ancora Bourg. L’esperto spera che il caldo di questo 2026, che ha messo sotto pressione buona parte del pianeta, sarà uno sprone per un cambiamento di paradigma “radicale”. 

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