La strage di Zugo e la cultura democratica svizzera
La sparatoria compiuta nel parlamento di Zugo ha provocato uno choc emotivo in tutto il paese. La strage, senza precedenti in Svizzera, obbligherà a ripensare le misure di sicurezza, ma non dovrebbe condurre a un ripensamento del rapporto fra cittadino e istituzioni politiche. L'opinione di tre politologi e di uno psicologo.
Per il ricercatore dell’Università di Ginevra Gianni Matteo bisogna distinguere fra le misure per rafforzare la sicurezza, che saranno sicuramente prese, e i cambiamenti che potrebbero prodursi nella cultura politica. “La prossimità fra il cittadino e il sistema politico ha un ruolo centrale nella cultura politica svizzera. Su questa vicinanza si basano parecchi miti fondatori del sistema politico svizzero.”
Il politico è un “primus inter pares”
Anche l’organizzazione del sistema svizzero, basato sul volontariato dei rappresentanti politici, sui tre livelli (comunale, cantonale e federale) politici e sulla democrazia diretta contribuiscono a una grande identificazione del cittadino nel sistema. “Il politico è visto da noi come un primus inter pares.” Secondo il ricercatore ginevrino, dopo un legittimo choc emotivo, questa sparatoria resta un fatto isolato e non potrà rimettere in discussione una costruzione simbolica così complessa che caratterizza la Svizzera dalle sue origini.
Gianni Matteo solleva invece il problema della delegittimazione della classe politica, che negli ultimi tempi è stata coinvolta in diversi scandali di notevole risonanza, a tutti i livelli. Il risentimento della popolazione nei confronti della classe politica è poi nutrito da certi partiti populistici. Pur facendo parte del sistema, essi non esitano a coprire di fango la classe politica con un discorso aggressivo o disfattista quando ciò può servire i loro fini. Questo genera un sentimento di frustrazione tra i cittadini che si manifesta ad esempio nelle lettere dei lettori ai giornali. Per il ricercatore dell’Uni di Ginevra questa potrebbe essere una pista da percorrere per tentare di capire come un dramma del genere può prodursi.
Evitare un parallelo con gli attentati in America
Anche Ernesto Weibel, dell’Università di Neuchâtel, non crede che questo triste fatto di cronaca possa avere in futuro conseguenze dirette sulla vicinanza fra cittadini e governanti. Secondo Weibel, non bisogna a questo punto lasciarsi troppo influenzare da quanto successo l’11 settembre in America. “I nostri governanti continueranno ad avere la loro vita privata democratica passeggiando per le vie delle città. La vicinanza tra i governanti e i cittadini è troppo ancorata nelle abitudini, è un fatto storico.”
Il professore di Neuchâtel non esclude che un sentimento di paura percorra temporaneamente la nazione e misure di maggiore sicurezza potranno essere adottate per il livello superiore dei dirigenti, come i consiglieri federali o i consiglieri di stato. Non pensa però che tutti i parlamenti cantonali in Svizzera prenderanno drastiche misure di sicurezza. Weibel fa anche notare come la sparatoria di Zugo sia un caso più unico che raro e come la vita politica della Svizzera in passato sia stata molto più movimentata.
“Da noi esistono da sempre assemblee di cittadini in tutti i comuni, siano essi di montagna, rurali o urbani. Si tratta di una partecipazione ancorata nel nostro passato. La nostra tradizione poggia su un modello di cittadino-soldato. Dal voto di questo cittadino scaturisce la legittimità dei governanti.” Il fatto di avere in casa propria un’arma – una realtà che ha sempre sorpreso gli stranieri – risale a un altro concetto tradizionale, quello dell’esercito di milizia. Weibel fa notare che un drammadi queste proporzioni non c’è mai stato, ma sui giornali si legge regolarmente di cittadini che hanno imbracciato il fucile d’ordinanza per scopi illeciti, provocando morti o feriti.
Un caso isolato
Il politologo Tiziano Balmelli, dell’Università di Friborgo, sottolinea che si tratta di un caso isolato, paragonabile semmai ad altre stragi, come quella di un dipendente della città di Zurigo, che in un momento di follia aveva ucciso parecchi colleghi d’ufficio. Balmelli esclude la possibilità di un’esplosione di violenza contro la classe politica elvetica, perché non si tratta di un fenomeno sociale collettivo. “Al massimo si può pensare ad un atto di emulazione, anche sulla scia degli attentati in America, per cui uno osa l’impensabile.”
“In Svizzera siamo abituati ad un rapporto molto diretto con la politica. La tradizione di legame immediato tra istituzioni e popolo vivrà dei cambiamenti, ma il problema non è grave al punto di dover ripensare il sistema”. Per Balmelli, ci vorrebbe una catena di eventi simili, per portare ad una nuova definizione del rapporto tra istituzioni e cittadini. “La Svizzera non diventerà come il Paese basco, dove anche i politici locali rischiano quotidianamente la vita.”
Un rischio di emulazione?
Per lo psicologo Fulvio Lepore, i meccanismi che scatenano una reazione così violenta sono molteplici: “Si cumulano delle situazioni paradossali a cui il soggetto non riesce più a rispondere.” Quando non è più possibile trovare una risposta normale, scatta la violenza e può maturare una necessità di rivalsa che passa il punto di non ritorno. La strage di Zugo resta confinata a un caso clinico individuale, precisa lo psicologo. “Normalmente questo tipo di violenza non è da attribuire ad un fenomeno politico e sociale, malgrado la scelta dell’obbiettivo lo lasci supporre.”
Per Lepore è chiaro: “In un clima di tensione, come quello che si è venuto a creare dopo l’11 settembre, non dobbiamo dare nulla per scontato, ma il rischio di emulazione appare comunque ridotto”. Il problema rimane confinato a un gruppo ristrettissimo di individui con un profilo psicologico definito.
Mariano Masserini, Daniele Papacella
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