Vent’anni dopo la sua creazione, il Consiglio dei diritti umani è sotto pressione
Il principale organo delle Nazioni Unite incaricato di far rispettare i diritti umani nel mondo è riunito da lunedì a Ginevra. La prima sessione dell’anno sarà segnata dalle tensioni geopolitiche e dalle difficoltà finanziarie con cui deve fare i conti.
Dal 23 febbraio al 31 marzo, i 47 membri del Consiglio dei diritti umani affronteranno un ampio ventaglio di temi – dalle nuove tecnologie ai diritti dell’infanzia, passando per il clima – e numerosi dossier nazionali che richiedono attenzione. Tra questi figurano alcune delle peggiori crisi umanitarie, come Sudan, Ucraina, Iran e Territori palestinesi occupati.
Come l’anno scorso, i dibattiti si svolgono in un clima difficile, segnato dalle tensioni geopolitiche – in particolare la guerra in Ucraina e a Gaza, oltre ai dazi statunitensi – e dalla crisi di liquidità che colpisce l’ONU.
Mancano soldi
A fine gennaio, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha lanciato l’allarme su un rischio di “imminente collasso finanziario” dell’organizzazione se gli Stati membri continueranno a pagare in ritardo o solo parzialmente i contributi.
Ad oggi, solo 69 dei 193 Paesi membri hanno saldato la quota per il 2026. Tra i morosi figurano anche Stati Uniti e Cina, i due principali finanziatori.
La mancanza di liquidità e i tagli di bilancio imposti da alcuni Stati hanno costretto l’ONU a elaborare un piano di riforme e risparmi che colpisce anche l’Alto Commissariato per i diritti umani. Il budget previsto per il 2026 è stato ridotto del 16%, a 624,3 milioni di dollari. Per far fronte alla situazione, il Consiglio è stato costretto a ridurre la durata della sessione, passata da sei a cinque settimane e mezzo.
“Questa sessione metterà alla prova la capacità del Consiglio dei diritti umani di lavorare sotto pressione rimanendo fedele al suo mandato”, ha dichiarato il presidente del Consiglio, l’ambasciatore indonesiano Sidharto Reza Suryodipuro.
Negli ultimi anni, il moltiplicarsi delle risoluzioni che richiedono un monitoraggio in seno al Consiglio ha comportato un ampliamento del suo programma e quindi un prolungamento delle sessioni. Questa evoluzione rispecchia anche l’importanza crescente attribuita a quest’organo – che compie 20 anni – mentre il Consiglio di sicurezza resta paralizzato.
Servizi ridotti
I tempi di parola saranno ridotti e alcuni servizi, in particolare quelli d’interpretariato, potrebbero subire delle interruzioni. Queste misure di risparmio preoccupano le ONG.
“Ridurre una sessione del Consiglio significa limitare la capacità della società civile di partecipare a uno dei pochi organi dell’ONU che l’accoglie e incoraggia il suo contributo”, sottolinea Raphaël Viana David, responsabile di programma presso l’ONG International Service for Human Rights (ISHR), con sedi a Ginevra e New York.
Le ONG criticano soprattutto la soppressione delle modalità ibride, introdotte temporaneamente durante la pandemia, che permettevano un accesso a distanza per le organizzazioni prive dei mezzi per recarsi a Ginevra. Un sistema ritenuto troppo costoso dagli Stati membri.
Missioni d’inchiesta a rischio?
Un aspetto ancor più preoccupante legato alla carenza di liquidità è l’impossibilità di attuare alcune decisioni prese dal Consiglio, come avvenuto l’anno scorso.
Una commissione d’inchiesta incaricata di documentare le violenze nell’est della Repubblica Democratica del Congo – richiesta dalle autorità locali e approvata nel febbraio 2025 – non ha ancora potuto avviare i lavori. Situazione analoga per il meccanismo d’inchiesta sull’Afghanistan.
Tradizionalmente ostili ai meccanismi di accertamento dei fatti, ritenuti contrari alla sovranità degli Stati, alcuni regimi autoritari invocano ora anche motivazioni di bilancio per opporsi alla creazione o al rinnovo di tali mandati. Cina, Russia, Cuba ed Egitto figurano tra i più critici.
Durante questa sessione andranno rinnovati diversi mandati, tra cui quelli relativi a Ucraina, Siria, Sudan del Sud e Myanmar. Interrogata sul rischio di un blocco, una fonte diplomatica osserva: “Anche se l’argomento del budget è diventato un’arma facile per gli Stati contrari ai meccanismi d’inchiesta, l’attuale composizione del Consiglio resta favorevole al loro rinnovo”.
A medio termine, però, la situazione potrebbe cambiare, poiché i membri del Consiglio sono eletti per tre anni. Criticate da alcuni, le missioni d’indagine permettono di raccogliere prove utilizzabili dai tribunali. È successo nei processi tenutisi in Europa contro aguzzini siriani.
Un anno senza USA
Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha ordinato nel gennaio 2025 il ritiro degli Stati Uniti dal Consiglio, dove esercitavano un’influenza significativa.
Diverse fonti diplomatiche confermano che gli statunitensi hanno effettivamente lasciato la Sala delle Assemblee, pur “restando attivi dietro le quinte” su alcuni dossier.
“Il disimpegno statunitense ha una forte dimensione ideologica, che si esprime anche al Consiglio”, osserva una fonte, sottolineando come ora sia più difficile avanzare sulle questioni di genere e clima. “Il fatto che la prima potenza mondiale adotti una posizione reazionaria su questi temi incoraggia altre delegazioni che condividono questo punto di vista”.
Richiesta di dimissioni
Nel suo intervento pronunciato durante il primo giorno di riunione del Consiglio, il ministro degli esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha ufficialmente chiesto le dimissioni di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU sui Territori palestinesi occupati.
Secondo Barrot, l’esperta – nota per le sue posizioni critiche verso il Governo israeliano – avrebbe pronunciato “propositi oltraggiosi”, assumendo il profilo di una “militante politica”. Altri Paesi, tra cui la Germania, si sono uniti alla richiesta.
>> Francesca Albanase è stata una delle prime esperte indipendenti delle Nazioni Unite a parlare di genocidio a Gaza. Il nostro articolo per capire chi decide e su quali basi:
Altri sviluppi
Quando un genocidio è un genocidio?
Il presidente del Consiglio ha fatto sapere di aver ricevuto una lettera di protesta da parte di una missione diplomatica a Ginevra, senza rivelarne l’identità. Il documento è stato trasmesso al Comitato di coordinamento delle procedure speciali, composto da sei esperti indipendenti, incaricato di verificare il rispetto del codice di condotta.
L’anno scorso, una denuncia simile era stata respinta. I membri del Comitato hanno già denunciato quelli che definiscono “attacchi violenti basati sulla disinformazione”.
La questione rischia d’infiammare il dibattito al Consiglio. Molti Stati del Sud globale accusano i Paesi occidentali di doppi standard sulla guerra a Gaza: secondo loro, le potenze occidentali non hanno condannato con sufficiente fermezza i bombardamenti israeliani sui civili, a differenza di quanto fatto nei confronti della Russia per l’Ucraina.
Articolo a cura di Virginie Mangin/sj
Tradotto con il supporto dell’IA/mar
Altri sviluppi
Ginevra internazionale
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.