Il cattolicesimo svizzero e la guerra
Curato dal professore lucernese Viktor Conzemius, è uscito il primo studio sul cattolicesimo svizzero tra 1933 e 1945. Con alcune rivelazioni sulla Caritas.
Raccolte in un volume di quasi 700 pagine, intitolato «Schweizer Katholizismus 1933-1945» e presentato lunedì sera nel corso di una conferenza-dibattito a Zurigo, le ricerche sono state pubblicate dallo storico lucernese Victor Conzemius su in carico della Conferenza centrale cattolico-romana svizzera e della Conferenza episcopale svizzera.
Diversi passaggi del rapporto sono consacrati alle relazioni della Chiesa cattolica con gli ebrei e alla questione dei rifugiati. In uno di questi contributi si annota come l’epispocato non abbia mai criticato la politica ufficiale del governo nei confronti dei rifugiati.
Da un’altra ricerca si apprende come la Caritas abbia concentrato i sui aiuti sui rifugiati di religione cattolica: salvo rare accezioni, soltanto i cattolici «ariani» o gli ebrei convertiti al cattolicesimo ricevettero aiuti. L’organizzazione cattolica fece sue le categorie razziali dai nazisti: a partire dal 1940, iniziò a registrare i rifugiati come «ariani», «semi-ariani» o «non ariani».
Un grafico del volume mostra che gli aiuti finanziari della Caritas rappresentavano soltanto l’8,1 per cento di tutti gli aiuti delle organizzazioni assistenziali, e che soltanto il 2,5 per cento dei suoi aiuti erano destinate ai rifugiati. Nonostante ciò, a partire dal 1941 l’organizzazione si trovò confrontata con le critiche interne di chi sosteneva che si davano troppi aiuti ai cattolici stranieri.
Secondo Jonas Arnold, uno dei quindici storici che hanno partecipato alla stesura del libro, le autorità cattoliche dell’epoca non possono sottrarsi all’accusa «di avere assistito in silenzio e senza muovere un dito al rinvio di persone minacciate di morte».
Nel volume vengono esaminati anche i rapporti della Chiesa cattolica con la Confederazione e la Chiesa riformata. Secondo lo storico Albert Gasser, durante la Seconda Geuerra mondiale questi rapporti oscillavano fra la volontà di dimostrare la propria lealtà al governo federale e il desiderio di affermare la propria identità cattolica in contrapposizione alla Berna riformata.
Prendendo parte a Zurigo al dibattito di presentazione del volume, il professor Jean François Bergier ha parlato di «un’opera importante che arriva al momento giusto». Lo studio rompe un tabù e per la prima volta descrive «un modo completo» le relazioni che intercorsero fra cattolicesimo e protestantesimo. Nonostante i valori comuni, sia prima che durante la guerra esisteva un fossato fra le due confessioni, ha osservato Bergier.
Una divergenza era percettibile anche nella politica dei rifugiati, ha proseguito il curatore dell’opera Victor Conziemus. La Chiesa cattolica rimase fedele alla politica ufficiale del governo.
swissinfo e agenzie
Victor Conzemius: «Schweizer Katholizismus 1933-1945. Eine Konfessionskultur zwischen Abkapselung und Solidarität – Le catholicisme suisse de 1933 à 1945. Une culture confessionnelle entre repli sur soi et solidarité». Edizioni NZZ, Zurigo, 2001, 696 pagine. In lingua tedesca, con quattro contributi in francese e due in italiano.
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