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Quando lo scià di Persia si arrabbiò con la Svizzera

I locali del consolato generale dell'Iran a Ginevra durante l'occupazione da parte di un gruppo di studenti iraniani nel giugno 1976. SRF

Nel 1976, un gruppo di studenti occupa il consolato iraniano a Ginevra. L'azione mette a dura prova le relazioni tra l'Iran e la Svizzera. Ma alla fine prevalgono gli interessi economici.

Questo contenuto è stato pubblicato il 28 ottobre 2020 - 11:00

La mattina del 1° giugno 1976, due giovani si presentano al consolato dell'Iran di Ginevra per rinnovare il passaporto e sono ricevuti dal viceconsole. Qualche minuto dopo, un'altra decina di giovani penetra nel consolato e occupa i locali. Mentre alcuni degli occupanti compiono atti di vandalismo, altri usano la telescrivente per inviare un comunicato alla stampa, si legge in un rapporto della polizia ginevrina.

La polizia arriva sui luoghi verso le undici. Gli occupanti - studenti iraniani residenti in Italia, Germania e Austria - accettano dopo qualche discussione di lasciare i locali. Gli agenti costatano che il personale del consolato non ha subito sevizie, salvo il console generale Reza Esfandiary, "il quale è stato cosparso di vernice nera sul viso e sui vestiti."

Sulle prime, alle forze dell'ordine sembra però sfuggire la ragione principale dell'azione: gli attivisti sono penetrati negli uffici ginevrini della Savak, la polizia segreta dello scià, e hanno sottratto migliaia di documenti. Nelle settimane successive, estratti dei documenti sono pubblicati nella stampa.

"Le autorità federali vengono a trovarsi in una situazione molto delicata", osserva Sacha Zala, direttore dei Documenti diplomatici svizzeri (Dodis). "Da una parte devono far fronte alla dura reazione di Teheran, dall'altra sono confrontate all'indignazione dell'opinione pubblica svizzera per le attività della Savak sul suolo elvetico."

L'occupazione del consolato di Ginevra, come scrive la storica Daniela Meier Mohseni, autrice di una dissertazione sulle relazioni tra Svizzera e Iran, "segnò l'apice delle azioni di disturbo dell'opposizione iraniana nel paese di villeggiatura dello scià."

Un ospite problematico e i suoi avversari

Lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980), che in gioventù ha frequentato un collegio a Rolle, sul lago di Ginevra, ha una relazione particolare con la Svizzera. Dalla seconda metà degli anni Sessanta, vi trascorre regolarmente le ferie con la sua terza moglie, Farah Diba. Nel 1968 acquista una villa a St. Moritz, nei Grigioni, che diventa presto una sorta di residenza invernale della corte imperiale.

Alle autorità federali, la presenza dello scià in Svizzera crea non pochi grattacapi. Negli anni Sessanta il crescente dispotismo del regime di Reza Pahlavi ha spinto l'opposizione iraniana a organizzarsi a livello internazionale e a cercare la sponda dei movimenti studenteschi. Il primo segnale di questa alleanza giunge da Berlino, dove nel 1967 una manifestazione contro una visita dello scià sfocia in disordini.

Anche in Svizzera si forma un movimento di opinione ostile al regime iraniano. Nell'autunno del 1971, la partecipazione della Svizzera alle fastose celebrazioni per i 2500 anni dell'impero persiano a Persepolis suscita ampie polemiche. Nello stesso periodo, anche la condanna a morte del fratello di uno studente iraniano in Svizzera solleva proteste. Nel giugno 1972 il discorso dello scià di fronte all'assemblea dell'Organizzazione internazionale del lavoro a Ginevra è accolto da virulente manifestazioni di piazza.

Le contestazioni obbligano Berna a dedicare particolare attenzione alla sicurezza della famiglia imperiale nella residenza di St. Moritz e negli altri luoghi di soggiorno in Svizzera. Lo scià dal canto suo non manca di esprimere il suo disappunto per le critiche alla sua persona e al suo operato.

Interessi economici

D'altra parte, dopo anni di relativo disinteresse dell'industria svizzera per le relazioni commerciali con l'Iran (Reza Pahlavi se ne lamenta ancora nel 1970) e nonostante la forte corrente d'opinione contro il regime dello scià, nel corso degli anni Settanta il volume degli scambi tra i due paesi conosce una rapida crescita.

L'economia iraniana, trascinata dal settore petrolifero, diventa particolarmente allettante per l'industria d'esportazione svizzera. Gli importanti investimenti del regime di Teheran nelle forze armate offrono nuove opportunità anche ai fabbricanti d'armi svizzeri. 

In pochi anni, il paese mediorientale diventa uno dei principali clienti dell'industria bellica elvetica, sebbene le autorità federali siano consapevoli di muoversi su un terreno delicato, suscettibile di provocare reazioni critiche. Complessivamente, nel 1975 il disavanzo della bilancia commerciale tra i due paesi a favore della Svizzera è di circa 530 milioni d franchi

L'affare Savak

I prudenti equilibrismi della politica elvetica, desiderosa di approfittare della crescita economica iraniana ma anche attenta alle sensibilità dell'opinione pubblica, vengono però scompaginati dall'occupazione del consolato iraniano di Ginevra.

L'azione mette le autorità federali in una situazione molto difficile: il diritto internazionale conferisce allo Stato ospite, in questo caso la Confederazione, l'obbligo di proteggere le rappresentanze consolari e i loro archivi. Le autorità giudiziarie competenti sono però quelle del canton Ginevra.

Gli occupanti sono dapprima arrestati, poi rilasciati senza cauzione e lasciano la Svizzera. Anche i documenti originali sono portati fuori dal paese. L'ambasciata iraniana sporge inizialmente denuncia contro gli studenti, ma in seguito si ricrede, volendo evitare di offrire una piattaforma politica all'opposizione. Gli avvocati della difesa riescono però a imporre la prosecuzione del processo.

Nello stesso tempo, la Polizia federale indaga sulle attività in Svizzera della polizia segreta dello scià, anche in seguito a un'interrogazione parlamentare di Jean Ziegler, allora deputato socialista. Mentre il processo a Ginevra non va avanti, l'indagine sulla Savak conduce in agosto all'espulsione del primo segretario della delegazione permanente iraniana all'ONU di Ginevra, Ahmad Malek-Mahdavi.

Un sovrano offeso

L'Iran reagisce con indignazione, espellendo a sua volta un diplomatico svizzero. I rapporti tra i due paesi entrano in profonda crisi. Il governo di Teheran accusa la Svizzera di favorire l'opposizione iraniana e chiede ripetutamente una punizione esemplare degli occupanti e la restituzione dei documenti. D'altro canto si guarda bene dal riconoscere l'autenticità dei documenti sottratti e quindi di fatto impedisce lo svolgimento del processo di Ginevra.

"Quel che è evidente è che il Sovrano iraniano è molto scontento", scrive nel settembre 1976 l'ambasciatore svizzero a Teheran Charles-Albert Wetterwald. "Non ha nascosto a uno dei nostri compatrioti […] che l'attitudine svizzera l'ha offeso e che potrebbe benissimo fare a meno di noi."

Il malcontento del sovrano si manifesta concretamente nella revoca del trattamento di favore concesso in precedenza alle aziende svizzere. Se nel settore privato i problemi sono relativamente limitati, l'industria svizzera incontra ostacoli crescenti nelle commesse pubbliche. In gioco ci sono affari milionari.

Gli affari favoriscono il disgelo

Le autorità federali riflettono ripetutamente sulle possibili vie di uscita. Nel novembre 1976 arrivano anche a far pressione sull'ente radiotelevisivo pubblico per rinviare di alcuni giorni una trasmissione dedicata al caso Savak e integrare il punto di vista del governo.

Pian piano, nel corso dell'inverno, le differenze si appianano. Vari segnali inviati da Berna a Teheran permettono finalmente alla Svizzera nel marzo 1977 di inviare un messaggero di pace alla corte dello scià, nelle vesti dell'ex presidente della Banca nazionale Edwin Stopper. "I colloqui sui problemi economici hanno preso avvio solo dopo che la pace è stata sigillata con una tazza di tè", scrive Stopper. Durante il colloquio, lo scià ribadisce il suo interesse a promuovere e sviluppare le relazioni commerciali con la Svizzera.

"Al di là dei gesti di riconciliazione, gli interessi economici finiscono per prevalere sulle frizioni politiche", osserva Yves Steiner, collaboratore di Dodis. La ritrovata armonia permette per breve tempo all'industria svizzera di tornare a fare buoni affari. Tra il 1976 e il 1977 le esportazioni verso l'Iran crescono del 20%.

Di lì a poco però la rivoluzione cambierà di nuovo tutte le carte in tavola.

Questo articolo è parte di una serie dedicata alle "Storie della diplomazia svizzera", realizzata in collaborazione con i Documenti diplomatici svizzeri (Dodis).

Il centro di ricerca Dodis, un istituto dell'Accademia svizzera di scienze umane e sociali, è il polo di competenza indipendente per la storia della politica estera svizzera e delle relazioni internazionali della Svizzera dalla fondazione dello Stato federale nel 1848.

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