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Vent’anni fa l’invasione dell’Iraq, missione incompiuta

Il paese ne è uscito semi-distrutto. KEYSTONE/AP/JACOB SILBERBERG sda-ats

(Keystone-ATS) La notte del 20 marzo del 2003 – il 19 marzo a Washington – in diretta mondiale si videro i primi bagliori sulla skyline di Baghdad e il Pentagono annunciò operazione Shock and Awe (‘Colpisci e terrorizza’).

Sembrava l’inizio di una nuova travolgente guerra dell’Occidente sotto la guida americana dopo l’attacco all’Afghanistan di un anno e mezzo prima, sull’onda dell’11 settembre. L’impulso della Guerra al terrorismo dichiarata da George W. Bush era al culmine.

Malgrado le perplessità di molti paesi europei e le oceaniche manifestazioni contro, l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein era spinta dalla promessa di una guerra-lampo, e anche “giusta”, contro un nemico pericoloso quanto e più dei Talebani e di Osama bin Laden perché – si disse – era dotato di armi di distruzione di massa terrificanti, che si sarebbero però dimostrate inesistenti. Venti giorni dopo, il 7 aprile, i marines posavano spavaldi nel palazzo deserto del dittatore; il primo maggio, Bush dalla portaerei Uss Lincoln annunciava: “Mission accomplished”, missione compiuta.

Finita la marcia trionfale, i problemi arrivarono come una tempesta di sabbia. Il rovesciamento dei rapporti di forza etnico-religiosi, con la fine della ventennale oppressione della minoranza curda e della maggioranza sciita da parte dei sunniti emarginarono questi ultimi dalla politica e dalla ricostruzione del Paese.

L’ossessione americana di smantellare il potere di Saddam e del partito Baath fece il resto: i dirigenti e ufficiali del vecchio regime divennero il primo fronte interno, lo scheletro di un’insurrezione fatta di agguati e stragi, cui poi diede sostanza Al Qaida. L’invasione anziché stabilizzare l’irrequieto Iraq ne fece invece la più potente insurrezione jihadista mai vista prima – copione poi replicato in Siria e Libia -, con l’entrata in campo di Paesi come l’Iran, che lì iniziarono a giocare un ruolo rilevante. L’amministrazione Bush e i suoi più stretti alleati – in primis il premier britannico Tony Blair – si giocarono in pochi mesi superiorità morale e credibilità, prima con la messa a nudo della bugia sulle armi di distruzione di massa, mai trovate, poi con le atrocità emerse dal “carcere delle torture” di Abu Ghraib.

Il conflitto non è ancora del tutto finito. Come non è finita la conta dei morti: secondo il think tank Iraq Body Count, le vittime civili in due decenni oscillano fra quasi 187.000 e 210.000, con un picco di oltre 26.000 nel solo 2006. Hanno perso la vita anche 45.000 soldati iracheni, 35.000 insorti, 4.600 soldati Usa e 3.650 contractor. Nove milioni di iracheni furono sfollati. Oltre agli invasori, i terroristi presero di mira le forze locali, gli sciiti e infine le folle, per rendere l’Iraq ingovernabile. Malgrado le sanguinose operazioni militari a Mossul e Falluja, roccaforti dell’insurrezione sunnita, la pacificazione rimase una chimera.

E dopo la fine dell’occupazione Usa, dichiarata nel 2011 da Barack Obama, che voleva concentrarsi sull’Afghanistan, la situazione si aggravò: i militari addestrati dagli Usa scomparvero con la fulminea avanzata dell’Isis nel 2014. Con un nuovo drammatico picco: quell’anno morirono 20.200 iracheni, l’anno dopo 17.500, nel 2016 16.400. Dopo la sconfitta dell’Isis – opera stavolta di coalizioni variabili, spesso contrapposte, guidate da Usa, Francia, Russia, Turchia, Iran, Paesi arabi – ci fu la stagione delle proteste per il disastro economico e l’impasse politico: nuove ondate di violenza, nuovi morti. Certo, le cifre si erano ridotte: i civili morti nel 2021 furono (dice Iraq Body Count) 669, 740 nel 2022.

Ma il crollo del prezzo del petrolio, il Covid e poi la guerra in Ucraina hanno portato il tasso di povertà dal 20% del 2018 a oltre il 30%. In una popolazione dove il 60% ha meno di 25 anni e non ha mai conosciuto la dittatura di Saddam. Oggi, dicono gli analisti, il rigido sistema di condivisione del potere fra sciiti, sunniti e curdi, imposto per sanare i conflitti e intrecciato a interessi ed equilibri internazionali, pare inconciliabile con un vero governo politico, che possa risollevare le sorti economiche della travagliata antica Mesopotamia.

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