“La 13esima rendita AVS è un’imposta indiretta sull’immigrazione”:
La 13esima rendita AVS è un'imposta indiretta sull'immigrazione.
(Keystone-ATS) A lanciare il sasso nello stagno della politica previdenziale elvetica è Reiner Eichenberger, economista dell’Università di Friburgo, che in una lunga intervista pubblicata oggi dalla Neue Zürcher Zeitung (NZZ) smonta pezzo per pezzo quelli che definisce i falsi miti del sistema pensionistico elvetico.
Secondo il professore, il vero nodo non è l’invecchiamento della popolazione in sé, ma l’incapacità del sistema di sfruttare le potenzialità degli over 65. “L’invecchiamento è un’enorme risorsa, a condizione che se ne raccolgano i frutti”, argomenta. “Ma noi non li raccogliamo quasi mai. È assurdo. L’età pensionabile fissa e gli incentivi sbagliati impediscono a molte persone ancora in perfetta forma di continuare a lavorare”.
A suo avviso il problema è la fiscalità. “La pressione fiscale sul reddito da lavoro dei pensionati è troppo alta, dal 40 al 50% del loro valore aggiunto va allo stato. Inoltre, i loro ulteriori contributi AVS non servono più a nulla. Gli anziani reagiscono molto più fortemente agli incentivi fiscali rispetto ai giovani, perché chi ha più di 65 anni e non lavora più non teme alcuna riprovazione sociale”.
La soluzione proposta è chiara. “Bisogna ridurre il carico fiscale. Il mio suggerimento è di tassare il reddito da lavoro a partire dai 67 anni solo al 50%, almeno per i primi 200’000 franchi di introiti annui. Con uno sconto fiscale del genere molti resterebbero nel processo produttivo molto più a lungo, pagando così più tasse, e la torta sociale crescerebbe”.
Il 65enne – compiuti a inizio mese – difende la sua proposta dalle critiche riguardante la presunta ingiustizia di un privilegio concesso agli anziani. “Attenzione: chi ragiona così dovrebbe essere fondamentalmente contrario alla rendita, che è la forma più estrema di privilegio per gli anziani. Proprio il principio della tassazione secondo la capacità economica esige che il reddito da lavoro degli anziani venga fiscalmente alleggerito: perché la capacità economica non include solo il denaro, ma anche il tempo libero produttivamente utilizzabile”.
Contro l’obiezione del cosiddetto “effetto trascinamento” – chi avrebbe comunque lavorato dopo i 65 beneficerebbe comunque della riforma ipotizzata – il professore replica: “Per questo lo sconto fiscale totale scatterebbe solo a partire dai 67 anni. Chi lavora a 65 o 66 anni dovrebbe ricevere al massimo un piccolo ribasso. Lo stato potrebbe comunque contare su maggiori entrate, perché la crescente attività lavorativa nella terza età produrrebbe ulteriori introiti”.
Quanto alla 13esima rendita AVS, voluta dal popolo lo scorso anno, Eichenberger ne dà una lettura che potrebbe apparire sorprendente. “Il sì non è il risultato di un conflitto tra vecchi e giovani. All’interno delle famiglie esiste infatti un gigantesco trasferimento finanziario: gli anziani danno denaro ai giovani e i giovani in parte aiutano gli anziani. Quando gli anziani ricevono più rendita, gran parte finisce comunque ai giovani, attraverso donazioni, eredità e anticipi ereditari. Chiedete agli impiegati di banca come fanno oggi gli under 40 a finanziare l’acquisto di immobili: dietro ci sono quasi sempre i genitori”.
Ma la provocazione più forte arriva quando definisce la 13esima AVS “un’imposta indiretta sull’immigrazione”. “I beneficiari sono le famiglie con membri in età pensionabile o vicini ad essa. Si tratta per lo più di svizzeri. I perdenti, invece, sono le persone senza tali membri in famiglia: in gran parte gli immigrati degli ultimi vent’anni. Calcolata in punti di IVA o in trattenute salariali, la 13esima rendita AVS senza l’elevata immigrazione sarebbe più cara di circa il 20%”, spiega.
Riguardo al futuro, l’esperto è convinto che l’espansione dell’AVS continuerà. “C’è ancora più denaro da recuperare a favore delle famiglie con pensionati. Si tratta tendenzialmente di cittadini svizzeri, ovvero persone che hanno diritto di voto. La situazione è simile per quanto riguarda i sussidi all’agricoltura. Anche in questo caso ne beneficiano soprattutto gli svizzeri, mentre il conto lo paga la collettività. Più stranieri abbiamo come contribuenti netti, più i sussidi all’agricoltura diventano convenienti dal punto di vista degli elettori. Stiamo andando incontro a una socializzazione in moltissimi settori, con una ridistribuzione indiretta a favore degli svizzeri.”.
L’economista ha idee nette anche in relazione al calo delle nascite. “L’idea che servano più figli per finanziare la previdenza è sbagliata. Ci sono buone analisi della Confederazione che mostrano come i figli in media costino alla società più di quanto apportino. Potrebbe forse sorprendere, ma in un sistema caratterizzato da una tassazione progressiva e da prestazioni sociali elevate, alla fine sono proprio solo coloro che guadagnano particolarmente bene a generare un surplus di reddito per la società”.
“Per i genitori e i nonni, i bambini sono per lo più una benedizione”, prosegue l’accademico. “Ritengo però immorale l’esortazione a mettere al mondo più figli per il bene della società. Questo approccio strumentalizza i bambini come ‘vacche da mungere’ e comunque è fallimentare”.
Per Eichenberger, la soluzione ai problemi del sistema passa necessariamente attraverso i cantoni. “A livello federale una vera riforma è molto difficile. In Svizzera le grandi idee, come il freno all’indebitamento, sono nate a livello cantonale e poi sono state adottate dalla Confederazione. Ma oggi il sistema della perequazione finanziaria impedisce ai cantoni di innovare: se un cantone introduce la tassazione ridotta per gli anziani e li porta al lavoro, rischia di dissanguarsi finanziariamente, perché la perequazione gli calcola i potenziali introiti tributari pieni, anche se ne incassa solo la metà”.
Occorre quindi andare alla radice. “Bisogna riformare urgentemente la perequazione finanziaria, calcolandola solo sul reddito fiscale dei 25-64enni, non più sull’intero potenziale fiscale. Allora i cantoni avrebbero incentivi efficaci per portare i giovani al lavoro e far lavorare più a lungo gli anziani. Uno dei 26 cantoni farebbe sicuramente una riforma intelligente e alla fine la Confederazione lo imiterebbe.
Finora la Svizzera ha generalmente ottenuto risultati migliori rispetto ad altri paesi. “Ma a causa della centralizzazione, abbiamo già perso molto. Le vacche da latte altamente produttive della società hanno bisogno di stalle sicure e un tempo erano i cantoni a garantirle. Ma se si costringono sempre più i cantoni a ricorrere alla perequazione finanziaria e si armonizzano le imposte si finisce per far sì che la maggioranza macelli le proprie mucche. Si parla allora di ridistribuzione e si può sostenere che sia giusto: a lungo termine però comporta sempre costi enormi”, conclude l’intervistato.