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Christian Dandrès: “Un fallimento degli Accordi bilaterali III rappresenterebbe una minaccia per la diaspora svizzera”

Christian Dandrès
"La Svizzera deve continuare a fare leva sulla sua tradizione umanitaria per difendere i diritti fondamentali", afferma il deputato socialista Christian Dandrès. Swissinfo / Katy Romy

La libera circolazione delle persone sì, ma non a qualsiasi prezzo. Il consigliere nazionale socialista Christian Dandrès vuole rafforzare la protezione dei salari nell'ambito dei nuovi accordi tra la Svizzera e l'Unione Europea. Nella nostra serie "La Quinta Svizzera sotto la Cupola", spiega perché questo dossier è cruciale per le svizzere e gli svizzeri all'estero.

Christian Dandrès è il migliore amico degli inquilini sotto la Cupola federale. Eletto al Consiglio nazionale nel 2019, il socialista ginevrino si è fatto conoscere per le battaglie condotte in qualità di giurista per l’Associazione svizzera degli inquilini (Asi). Esponente della sinistra sindacale, dal 2023 presiede il Sindacato dei servizi pubblici. Conosce anche la vita oltre i confini elvetici, avendo vissuto a Parigi, dove ha conseguito un master in diritto dell’Unione Europea.

Swissinfo: Qual è la sua priorità per questa sessione?

Christian Dandrès: I dibattiti sul pacchetto di accordi tra la Svizzera e l’Unione Europea (UE), che inizieranno al Consiglio degli Stati, rappresentano la priorità di questa sessione. Si tratta anche del dossier centrale per la Quinta Svizzera: un fallimento dei Bilaterali III costituirebbe una minaccia reale per le svizzere e gli svizzeri all’estero. Potrebbe portare alla soppressione dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone e mettere in discussione il diritto di soggiorno delle persone di nazionalità svizzera stabilite nei Paesi dell’UE.

Da parte mia, voglio difendere la libera circolazione delle persone, che considero un diritto fondamentale. Come sindacalista, ritengo tuttavia che debba essere accompagnata da misure di protezione per evitare pressioni sul mercato del lavoro e su quello dell’alloggio. In questa fase, però, il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento non vogliono queste misure. Nell’immediato bisogna lavorare affinché vengano approvate, anche se la loro portata è molto limitata.

I sindacati hanno già contribuito al fallimento dell’accordo quadro istituzionale nel 2021. Non state giocando una partita pericolosa, rischiando di far naufragare questi nuovi accordi tra Berna e Bruxelles?

Affinché la popolazione sostenga la libera circolazione delle persone, questa non deve più rappresentare una minaccia per le sue condizioni di vita. Il nostro compito è ottenere una protezione adeguata, alla quale lavoratrici e lavoratori hanno diritto. Come possiamo fare loro la morale dicendo “o siete a favore della libera circolazione o siete dei retrogradi”, quando i salari stagnano e la disoccupazione aumenta? La precarizzazione e il dumping salariale non corrispondono al nostro modello di società e di mercato del lavoro.

A differenza della Francia o dell’Italia, che prevedono circoscrizioni elettorali per la loro diaspora, gli svizzeri e le svizzere all’estero non hanno una rappresentanza diretta a Palazzo federale.

Ciò non significa che i loro interessi non vengano presi in considerazione. Più di 60 parlamentari (su 246) sono membri dell’intergruppo parlamentare “Svizzeri all’estero”Collegamento esternoCollegamento esterno.

Ogni settimana di sessione, diamo la parola a uno di loro nella nostra nuova serie “La Quinta Svizzera sotto la Cupola”.

Come vede la Svizzera nell’attuale contesto geopolitico instabile?

La Svizzera deve continuare a fare leva sulla sua tradizione umanitaria per difendere i diritti fondamentali. Mi preoccupano i crescenti attacchi a istituzioni come la Corte europea dei diritti umani, sotto pressione da parte dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice). Il fatto che questo pilastro della difesa dei diritti umani in Europa venga messo in discussione in Svizzera rappresenta per me una vera e propria catastrofe. È essenziale mobilitare la popolazione su questo tema.

La bocciatura dell’iniziativa che mirava a limitare la popolazione svizzera a 10 milioni di abitanti ha dimostrato che la maggioranza della popolazione rifiuta la politica di chiusura xenofoba dell’UDC. Bisogna ricordare che, quando si comincia a escludere o discriminare una parte della popolazione straniera, si finisce sempre per indebolire i diritti dell’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori.

Perché s’impegna a favore dell’elettorato svizzero all’estero?

In quanto ginevrino, desidero impegnarmi in particolare per difendere i diritti delle svizzere e degli svizzeri che la crisi degli alloggi costringe a trasferirsi nella vicina Francia. Il Cantone ha deciso che presto queste famiglie non potranno più mandare i propri figli e le proprie figlie a scuola a Ginevra, il che rappresenta un vero problema. Quasi 70’000 persone di nazionalità svizzera vivono nei dipartimenti francesi confinanti con Ginevra.

Al di là di questa questione, bisogna tenere conto anche delle difficoltà che incontrano le svizzere e gli svizzeri all’estero che desiderano rientrare nel Paese. Spesso faticano a trovare un lavoro o un alloggio e devono fare i conti con pensioni spesso insufficienti. Dobbiamo trovare risposte a questi problemi.

Quali vittorie è riuscito a ottenere nella difesa degli interessi delle svizzere e degli svizzeri all’estero?

Sul piano politico, la bocciatura da parte del popolo, il 14 giugno, dell’iniziativa dell’UDC “No a una Svizzera da 10 milioni!” rappresenta una vittoria significativa. La sua approvazione avrebbe avuto pesanti conseguenze per la Quinta Svizzera, poiché avrebbe comportato la fine della libera circolazione delle persone.

A Ginevra ho inoltre partecipato, per conto dell’Asi, a una task force volta ad aiutare le svizzere e gli svizzeri all’estero che desiderano rientrare nel Paese a trovare un alloggio attraverso contingenti di appartamenti. Ho anche contribuito a rafforzare la collaborazione con organizzazioni specializzate per aiutare le persone di nazionalità elvetica che vivono dall’altra parte del confine a risolvere situazioni complesse legate alle assicurazioni sociali, alla disoccupazione o alla pensione.

Ha dovuto anche ammettere delle sconfitte?

Sì. Mi rammarico che non siamo riusciti a costringere il Dipartimento cantonale dell’istruzione pubblica a fare marcia indietro e a consentire nuovamente la scolarizzazione a Ginevra di tutti i figli e le figlie delle famiglie svizzere domiciliate nella vicina Francia che lo desiderano. È stata trovata una soluzione transitoria, che permette a chi frequenta già le scuole primarie e secondarie a Ginevra di concludervi il proprio ciclo di formazione. Tuttavia, non è sufficiente.

Le famiglie che si trasferiscono dall’altra parte del confine generalmente non lo fanno per scelta, ma perché la crisi degli alloggi impedisce loro di trovare una sistemazione a Ginevra. Non è accettabile che i loro figli e le loro figlie vengano penalizzati per questo motivo. L’obiettivo deve essere garantire a tutti l’accesso alla formazione ed evitare che la frontiera crei nuove discriminazioni. È una battaglia che deve continuare.

L’Italia e la Francia riservano seggi parlamentari alla propria diaspora. La Svizzera dovrebbe fare altrettanto?

È una possibilità che merita di essere discussa. Si potrebbe immaginare una rappresentanza specifica delle svizzere e degli svizzeri all’estero, con seggi loro riservati in Parlamento. Penso tuttavia che la questione debba essere affrontata con prudenza. Difendo i diritti democratici di chi risiede nella Confederazione. Le persone che vivono stabilmente all’estero, però, non sono direttamente interessate da tutte le decisioni prese nel Paese.

Bisogna quindi trovare un equilibrio tra una migliore rappresentanza politica della Quinta Svizzera e la legittimità democratica delle istituzioni. Ciò implica in particolare una riflessione sul numero di seggi interessati e sul modo in cui organizzare le circoscrizioni elettorali.

Se dovesse emigrare all’estero, dove si trasferirebbe?

La mia compagna è francese e anch’io ho vissuto in Francia. Se dovessimo trasferirci all’estero, sarebbe probabilmente la destinazione più naturale, soprattutto per ragioni familiari. Dopo aver trascorso molti anni in Svizzera, sarebbe legittimo che anche lei desiderasse, a sua volta, riavvicinarsi alla propria famiglia.

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A cura di Pauline Turuban

Tradotto dal francese e verificato da Sibr

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