Le tracce dei climatizzatori ad alta quota
Nella stazione di misurazione più alta d’Europa, i ricercatori rilevano refrigeranti che si degradano in PFAS e vanno a inquinare l’ambiente.
È una di quelle giornate estive in cui la Svizzera boccheggia per il caldo. Sull’Altopiano il termometro supera i 30 gradi. Le auto procedono a passo d’uomo nel traffico delle vacanze e l’aria condizionata lavora a pieno regime. Alla stazione di Grindelwald, intanto, i viaggiatori cercano riparo all’ombra.
Tre quarti d’ora più tardi sullo Jungfraujoch, a 3’570 metri di altitudine, quell’estate torrida sembra lontanissima. La temperatura è di appena quattro gradi.
“Welcome to the top”, risuona dagli altoparlanti della stazione ferroviaria più alta d’Europa. Centinaia di turisti si dirigono verso la terrazza panoramica della Sfinge. Selfie davanti all’Eiger, al Mönch e alla Jungfrau. Intanto, alcuni uccelli sorvolano il ghiacciaio dell’Aletsch, il più grande delle Alpi.
Una montagna come sistema di allerta
“Non avevo mai visto così tanta gente quassù”, racconta Stefan Reimann. Il chimico atmosferico dell’Empa, il Laboratorio federale di prova dei materiali e di ricerca, si fa strada tra la folla e apre una porta di un acceso colore rosa su un buio corridoio. Al secondo piano, insieme al suo team, è alla ricerca di qualcosa di invisibile: le tracce della nostra estate torrida.
Lo Jungfraujoch non è soltanto una meta turistica e uno scenario da cartolina. La stazione di ricerca situata sulla roccia della Sfinge è infatti uno dei più importanti siti di monitoraggio della Svizzera. Costruita quasi un secolo fa, la struttura è stata inaugurata nel 1931. Nonostante le condizioni estreme è stato possibile realizzare laboratori scientifici a questa altitudine, direttamente lungo il principale spartiacque meteorologico delle Alpi, sfidando vento, ghiaccio e intensa radiazione solare.
Bastano pochi gradini per avvertire gli effetti della quota. A oltre 3’500 metri l’aria contiene circa un terzo di ossigeno in meno rispetto al fondovalle. Chi non è abituato si ritrova rapidamente senza fiato. “Lo si avverte lentamente anche a livello mentale”, spiega Reimann. Alcune persone accusano problemi circolatori e devono ridiscendere il prima possibile.
Per i ricercatori, lo Jungfraujoch rappresenta una sorta di sistema di allerta precoce. Se nell’aria rarefatta dell’alta montagna compare un nuovo inquinante, vale la pena analizzarlo con attenzione. “Effettuiamo le nostre misurazioni qui perché normalmente abbiamo un’aria molto pulita”, sottolinea il ricercatore. Questo permette ai ricercatori di individuare anche nuove sostanze presenti in concentrazioni minime.
Investigatori sopra le nuvole
Il piccolo laboratorio, affacciato su uno straordinario panorama alpino, è colmo di strumenti che funzionano in modo completamente automatico e operano senza sosta. Il ronzio delle pompe accompagna il lavoro dei ricercatori giorno e notte.
Il cuore dell’impianto è un gascromatografo accoppiato a uno spettrometro di massa. A causa del suo intricato sistema interno di tubi d’acciaio, lo strumento porta un nome quasi leggendario: Medusa. Un riferimento alla figura della mitologia greca dai capelli di serpente, richiamata dalla complessa rete di condotti che si snoda al suo interno.
Ogni ora viene analizzato un nuovo campione d’aria. “Spesso è un vero lavoro da detective”, racconta Reimann. I ricercatori non si limitano infatti a rilevare le sostanze presenti nell’atmosfera, ma riescono spesso anche a risalire alla loro origine. Grazie a modelli meteorologici ricostruiscono il percorso delle masse d’aria e ne seguono le tracce a ritroso.
A volte la pista conduce in Francia, altre volte in Germania. Spesso porta alla Pianura Padana. “Riusciamo perfino a individuare regolarmente singoli stabilimenti industriali”, afferma il chimico. E talvolta le indagini conducono direttamente a un prodotto utilizzato milioni di volte durante le giornate più calde: il climatizzatore dell’automobile.
Un inquinante eterno
I nuovi refrigeranti HFO, sempre più utilizzati nei climatizzatori, non danneggiano lo strato di ozono come i CFC, vietati da tempo, né sono potenti gas serra come gli HFC che li hanno sostituiti in un secondo tempo.
Altri sviluppi
“Dobbiamo sfatare il mito dei composti chimici perenni indispensabili”
Presentano però un altro inconveniente. Una volta rilasciati nell’atmosfera, si degradano dando origine a una sostanza PFAS estremamente persistente: l’acido trifluoroacetico (TFA). “Attraverso le precipitazioni arriva nell’ambiente e lì non si degrada più”, spiega Reimann. L’Unione europea sta attualmente valutando la possibilità di classificarlo come sostanza tossica.
Secondo il ricercatore svizzero, alcuni anni fa il suo team dell’Empa è stato il primo al mondo a rilevare la presenza dei nuovi refrigeranti HFO nell’atmosfera. Queste sostanze vengono liberate soprattutto quando gli impianti di climatizzazione delle auto presentano perdite, o durante gli interventi di manutenzione.
Il reportage radiofonico (Echo der Zeit, SRF, 31.07.2026)
Finora le concentrazioni misurate sullo Jungfraujoch sono rimaste molto basse, ma la situazione sta cambiando. Da circa dieci anni, infatti, le case automobilistiche sono tenute a passare ai nuovi refrigeranti. In Svizzera, all’incirca metà dei veicoli circola già con gli HFO, mentre l’altra metà utilizza ancora il prodotto precedente.
L’intento era positivo: introdurre un refrigerante che non fosse dannoso né per il clima né per lo strato di ozono. “Si è cercato di risolvere un problema, creandone però un altro”, riassume Reimann.
Ora industria, politica e comunità scientifica dovranno collaborare per trovare possibili alternative anche a questo prodotto. Un compito tutt’altro che semplice, perché i potenziali rischi associati ai sostituti emergono spesso soltanto dopo anni di utilizzo.
Dalla terrazza panoramica, il ricercatore indica la capanna Konkordia, affacciata sul grande ghiacciaio dell’Aletsch. Quando fu costruita, alla fine del XIX secolo, si trovava a circa 50 metri sopra il ghiacciaio. Oggi la distanza dal ghiaccio è di circa 200 metri e per raggiungerlo occorre percorrere una scalinata di oltre 500 gradini. “Il forte ritiro dei ghiacciai è qualcosa che trovo davvero sconvolgente”, afferma.
La stazione di ricerca dello Jungfraujoch occupa una posizione unica. Si trova praticamente al limite del cielo e vicina alle stelle, come disse una volta un fisico dell’Università di Berna. Ma è anche un luogo spesso ostile: qui si registrano raffiche di vento che possono sfiorare i 200 chilometri orari e l’intensa radiazione ultravioletta rappresenta un’ulteriore sfida per chi vi lavora.
Dall’autostrada all’alta montagna
Gli effetti del cambiamento climatico sulla montagna sono evidenti, soprattutto a causa dell’arretramento dei ghiacciai osservato negli ultimi decenni. Le conseguenze dei nuovi refrigeranti, invece, non sono visibili a occhio nudo. Eppure le due storie sono strettamente legate. A valle, milioni di persone cercano di sfuggire al caldo. In auto, in ufficio o nei centri commerciali: i sistemi di climatizzazione stanno diventando sempre più indispensabili.
Persino nel Palazzo di ghiaccio scavato all’interno del ghiacciaio dello Jungfraujoch sono in funzione impianti di raffreddamento, necessari per evitare che il calore generato dai numerosi visitatori provochi lo scioglimento del ghiaccio. Una tendenza che, secondo Reimann, suscita preoccupazione, anche perché l’entità delle conseguenze future resta difficile da valutare.
Pochi luoghi concentrano tante contraddizioni in uno spazio così ridotto: ghiacciai che si ritirano, turismo di massa e ricerca scientifica d’avanguardia. E strumenti di misura capaci di individuare, anche in quella che è probabilmente l’aria più pulita d’Europa, le tracce delle nostre attività quotidiane.
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