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Cina corteggia startup svizzere, “dietro c’è dominio tecnologico”

Keystone-SDA

La Cina corteggia le startup svizzere con offerte che sembrano un sogno: finanziamenti a tasso zero, spazi gratuiti per anni, programmi di accelerazione e una burocrazia amica.

(Keystone-ATS) Ma secondo la storica Ariane Knüsel l’obiettivo reale non è la cooperazione, bensì il trasferimento tecnologico e la dominanza in settori strategici.

Il fascino della Cina sulle startup elvetiche non è certo una novità, ma sta assumendo forme sempre più sofisticate e pericolose: in un’intervista all’agenzia Awp l’esperta dell’università di Friburgo, che da anni studia le relazioni tra Pechino e l’Occidente, con particolare attenzione alla Svizzera, svela i meccanismi di un’attrazione che può nascondere insidie letali per la proprietà intellettuale e il futuro stesso delle imprese.

Secondo la docente le radici della strategia del Dragone affondano nel passato. “Già negli anni Ottanta la Cina ha iniziato a importare in modo mirato tecnologia e know-how occidentale attraverso zone high-tech, joint venture e parchi tecnologici”, osserva. Ma è stato il 2015 a segnare una svolta decisiva, con l’introduzione di “Made in China 2025”, un piano che si poneva come obiettivo di rendere le aziende cinesi leader globali in dieci settori industriali strategici. “A lungo termine, la Cina vuole diventare una superpotenza tecnologica entro il 2049”, spiega Knüsel, sottolineando che Pechino ha tuttora bisogno di accesso alla tecnologia occidentale per trasferire la ricerca universitaria all’industria.

Il corteggiamento dei talenti svizzeri avviene attraverso canali multipli e ben organizzati. “La Cina ha creato una fitta rete per startup con società di capitali a rischio e fondi sostenuti dallo Stato, oltre a misure di sostegno come incubatori e acceleratori”, afferma la specialista. “Vengono inoltre utilizzati i cosiddetti programmi per talenti, che attirano i ricercatori con stipendi elevati e spazi adeguati. Per questo vengono contattati anche ricercatori stranieri, imprenditori e studenti.” Ufficialmente, si parla di costruire un ponte di scambio economico tra Europa e Cina. Ma Knüsel è categorica: “Di fatto, si tratta di trasferimento tecnologico, cioè di accesso alla proprietà intellettuale, ai risultati della ricerca, alle informazioni sui processi produttivi, ai dati e al know-how. Tali strutture non sono di per sé illegali, ma offrono alla Cina accesso alla tecnologia e alla ricerca”.

Un esempio emblematico è il fallito “Innovation Center Rapperswil”, che la SinoSwiss Holding, controllata dell’impresa cinese Fenshare Holding, voleva costruire nel 2023 a Rapperswil-Jona (SG). Il progetto prevedeva spazi gratuiti per tre anni, moduli formativi e accesso a finanziamenti. “Sembra certamente allettante, anzi, è molto allettante”, ammette Knüsel, ma non bisogna lasciarsi abbagliare. “La Cina ha l’obiettivo a lungo termine di dominare vari settori high-tech. Questo è stato chiaramente formulato negli ultimi piani quinquennali. Non ci sarà spazio per rivali svizzeri. L’obiettivo è il dominio cinese, non una partnership sino-elvetica.”

Non mancano certo le opportunità per chi decide di avventurarsi in Cina: finanziamenti, sgravi fiscali, terreni edificabili e affitti agevolati attendono le imprese nei settori desiderati. Ma i rischi sono altrettanto reali. “Quello più grande è perdere il controllo sulla propria tecnologia, sui processi produttivi e sul know-how”, avverte la storica. “Lo spionaggio economico è molto diffuso in Cina e per difendersi con successo dal furto di proprietà intellettuale bisogna potersi permettere degli avvocati. Non tutte le startup o le aziende svizzere possono farvi capo.” Inoltre, a seconda della localizzazione, si può essere obbligati a cedere conoscenze o tecnologie. Il monito finale di Knüsel è chiaro: “Non bisogna dimenticare che la Cina è ancora un regime autoritario di capitalismo di stato”.

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