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Il comunismo in un piccolo paese al centro d'Europa

Manifestazione elettorale del Partito comunista svizzero a Zurigo nel 1926. Schweizerisches Sozialarchiv

Cent'anni fa, in molti Paesi del mondo furono fondate sezioni del partito comunista. In Svizzera, il partito non raggiunse mai grandi dimensioni, ma nei primi decenni di esistenza ebbe un ruolo importante all'interno dell'Internazionale comunista. Intervista con la storica Brigitte Studer.

Questo contenuto è stato pubblicato il 22 maggio 2021 - 11:00
Andrea Tognina

Il Partito comunista svizzero fu fondato nel marzo del 1921. Nacque dalla fusione tra un gruppo comunista formatosi subito dopo la Prima guerra mondiale e l'ala sinistra del Partito socialista svizzero. Il partito rimase una formazione prettamente urbana, radicata in poche città della Svizzera tedesca e con poco influsso sulla politica nazionale, se non come spauracchio per il diffuso anticomunismo.

Grazie ai legami personali dei dirigenti comunisti con esponenti del comunismo internazionale e alla posizione geopolitica della Svizzera, il PCS poté tuttavia svolgere un ruolo importante in seno al Comintern. La storia del PCS, osserva la storica Brigitte Studer, è anche indicativa di come la Svizzera non fosse estranea ai grandi movimenti politici europei, ma ne fosse anzi al centro.

SWI swissinfo.ch: In che contesto è nato il PCS?

Brigitte Studer: Durante la Prima guerra mondiale era molto diffusa anche in Svizzera l'idea che con la fine del conflitto dovesse sorgere una nuova società, che dovesse esserci un cambiamento radicale. La guerra era stata terribile, anche in Svizzera il ceto operaio era ridotto in povertà. C'era una forte inflazione e i salari ristagnavano. Molti uomini erano stati mobilitati dall'esercito e la compensazione per la perdita di guadagno era misera.

La Svizzera era inoltre al centro della radicalizzazione degli ambienti che si opponevano alla guerra. Il Paese era neutrale, per questo molti rivoluzionari stranieri potevano risiedervi, compresi i russi.

Quanto ha influito la presenza di rivoluzionari stranieri in Svizzera sulla nascita del PCS?

Il contatto con rivoluzionari russi come Lenin, Grigorij Zinov'ev e Inessa Armand, che risiedettero tutti in Svizzera, è stato sicuramente importante. Ma anche in Svizzera c'erano pensatori radicali, come per esempio Fritz BrupbacherLink esterno, medico a Zurigo, che ebbe un grande influsso su Willi MünzenbergLink esterno. Quest'ultimo presiedeva la gioventù socialista, che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella fondazione del PCS.

Già nel marzo del 1915 si tenne a Berna una conferenza internazionale delle donne socialiste contro la guerra. Sempre a Berna, Münzenberg organizzò in aprile una conferenza internazionale dei giovani. A ZimmerwaldLink esterno e a KientalLink esterno si tennero poco dopo due incontri fondamentali per lo sviluppo del movimento contro la guerra e il sistema capitalistico.

Che origine sociale avevano i fondatori del partito?

I membri erano soprattutto operai specializzati, molti erano impiegati municipali o statali, in particolare lavoratori dei trasporti pubblici. Con il tempo si aggiunsero anche funzionari del partito e dei sindacati. Fra i quadri c'erano anche molti rappresentanti delle professioni liberali. Il primo presidente del PCS, per esempio, era avvocato.

Quel che in Svizzera invece mancava completamente, rispetto agli altri Paesi, erano i contadini. Il PCS non è mai riuscito a fare breccia negli ambienti agricoli.

Perché?

Sicuramente è dipeso dalla struttura dell'agricoltura in Svizzera. Non c'erano latifondi e i fittavoli erano relativamente pochi. La maggior parte dei contadini possedeva le terre che lavorava. E poi il campo era già occupano politicamente dall'Unione svizzera dei contadini.

Che ruolo ebbero le donne nel PCS?

All'inizio circa il 15% dei membri erano donne. È una percentuale alta, se si considera che le donne in Svizzera non avevano il diritto di voto. Anche se paragonata a quella di altri Paesi, la quota è notevole. Nel Partito comunista francese, per esempio, negli anni Venti solo il 4% dei membri erano donne.

Brigitte Studer è professoressa emerita di storia contemporanea all'università di Berna. Nella sua attività di ricerca si è occupata tra l'altro di storia del movimento operaio e del femminismo. Una sua recente pubblicazione è dedicata alla storia dell'Internazionale comunista: Reisende der Weltrevolution, Eine Globalgeschichte der Kommunistischen Internationale, Suhrkamp 2020. Universität Bern / Vera Knöpfel

In Svizzera c'erano già in precedenza organizzazioni femminili, che fornirono buona parte della attiviste e anche dei quadri, tra cui personalità di rilievo come Rosa BlochLink esterno e Rosa GrimmLink esterno. La presenza di donne nel PCS negli anni successivi però si ridusse.

Per quale motivo?

Fu una conseguenza dell'evoluzione del partito. All'inizio il PCS aveva ancora un carattere molto socialdemocratico. Nella seconda metà degli anni Venti diventò molto più militante, orientandosi sempre più all'Unione sovietica e adottando le tesi sul socialfascismo promosse dall'Internazionale comunista (Comintern), che consideravano la socialdemocrazia "un gemello" del fascismo.

In questo contesto le donne avevano meno spazio, tanto più che con il passaggio dalle cellule di strada alle cellule di fabbrica, vale a dire da un'organizzazione del partito legata al territorio a una centralità degli operai di fabbrica, le donne vennero marginalizzate. Nel corso della bolscevizzazione, il partito perse il suo interesse verso le casalinghe e le donne non proletarie.

Tuttavia i comunisti si impegnarono a favore del voto alle donne…

Sì, il PCS era una delle organizzazioni attive in questo senso. Lanciò anche delle iniziative a livello cantonale, per esempio nel 1927 a Basilea. A livello nazionale non vi furono invece iniziative popolari per il voto alle donne. Le poche iniziative cantonali fecero capo al PCS e più tardi al Partito del lavoroLink esterno; un'eccezione fu l'iniziativa lanciata dall'Associazione svizzera per il suffragio femminile a Ginevra.

A livello nazionale il PCS rimase però piuttosto marginale...

Dopo la sua fondazione il PCS aveva circa 6'500 membri. Sono relativamente tanti, anche se si fa il paragone con il Partito socialista. Ma il PCS aveva radici solide solo in poche regioni, in particolare a Zurigo, Basilea e Sciaffusa. A Basilea raggiunse il 19% dei voti, nella città di Sciaffusa addirittura il 26%. Ma sul piano nazionale negli anni Venti non ottenne mai più del 2% dei consensi.

Che ruolo avevano i comunisti svizzeri all'interno dell'Internazionale comunista?

Il PCS fornì al Comintern molti quadri, anche perché in Svizzera non c'era molto da fare per loro. Il più noto è Jules Humbert-DrozLink esterno, che nel 1921 fu nominato nella segreteria e nel 1926 nella presidenza del comitato esecutivo del Comintern. Con il passare del tempo il PCS scivolò tuttavia sempre più in secondo piano, finché alla fine degli anni Venti si trovò in opposizione con la linea politica del Comintern. L'organizzazione reagì duramente e per disciplinare il PCS sostituì l'intera direzione del partito.

Dopo la presa del potere dei nazisti in Germania, la Svizzera divenne un rifugio per molti quadri del Partito comunista tedesco (KPD) e anche del Comintern. Generalmente non rimasero però a lungo in Svizzera, perché le piccole dimensioni del Paese e la repressione poliziesca rendevano la permanenza difficile.

La Svizzera rimase tuttavia uno snodo importante per le pubblicazioni comuniste e servì da base logistica per impedire che i nazisti si impadronissero di proprietà del KPD in Germania. Il Partito comunista svizzero permise anche il transito verso la Francia dei combattenti volontari per la guerra di Spagna provenienti dall'Austria e da altri Paesi. Lo spazio di manovra del PCS fu però reso sempre più esiguo dalla legislazione anticomunista.

Quali erano le origini di queste misure anticomuniste?

L'anticomunismo era presente da tempo in Svizzera e si era rafforzato dopo lo sciopero generale del 1918. L'avversione verso i comunisti era presente ovunque nel Paese e fra le autorità ed era condivisa anche dalla socialdemocrazia. Era così dominante che fino a dopo la Seconda guerra mondiale la Svizzera non intratteneva relazioni diplomatiche con l'Unione sovietica, sebbene gli ambienti economici fossero favorevoli a sviluppare le relazioni commerciali.

Sintomatico è il processo ConradiLink esterno. Lo svizzero Moritz Conradi, la cui famiglia dovette lasciare San Pietroburgo dopo la rivoluzione, uccise nel 1923 con un colpo d'arma da fuoco a Losanna il diplomatico sovietico Vaclav Vorovskij. I giudici svizzeri però lo assolsero, considerando l'omicidio una reazione agli "inauditi atti di violenza e saccheggi".

Il difensore di Conradi era Théodore AubertLink esterno, fondatore dell'organizzazione anticomunista Entente Internationale contre la IIIe Internationale. La Svizzera non era un centro internazionale solo per i comunisti, ma anche per le reti anticomuniste, che contribuivano a fomentare l'anticomunismo anche in Svizzera. Questa atmosfera condusse negli anni Trenta a una serie di leggi anticomuniste, che sfociarono nel 1940 nel divieto del PCS.

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