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Covid-19 Indebolita dal virus, la cultura rimane di buon umore...

Il Cully Jazz Festival è stato costretto ad annullare l'edizione 2020 a causa del coronavirus, che ha messo a rischio il futuro della manifestazione.

(© Keystone / Jean-christophe Bott)

Cancellazioni di festival, chiusure di musei, teatri, cinema... il mondo dell'arte è tra i più gravemente colpiti dal coronavirus. Testimonianze di quattro responsabili di istituzioni culturali.

Una sala da concerto non è una banca. E un festival non funziona come una multinazionale: per le sue esigenze logistiche, a volte, si affida a volontari. Alcune strutture culturali vivono solo del loro reddito, senza poter beneficiare regolarmente di aiuti finanziari da parte della loro città o del loro comune. La defezione del pubblico può quindi essere fatale per loro.

Ciò dimostra la fragilità di un settore che dall'inizio di marzo, e soprattutto dopo l'annuncio di una lunga serie di misure da parte del Consiglio federale per lottare contro l’epidemia, sta vacillando sulle sue fondamenta. Le cancellazioni dei festival, la chiusura dei musei e il brusco arresto delle stagioni teatrali e liriche sono vissuti dai membri della comunità artistica come terribili colpi che minacciano la loro carriera.

Questo non impedisce la lucidità. Grande delusione oggi, ma comunque fiducia nel futuro. Intervista a quattro leader culturali svizzeri che commentano l'impatto della pandemia sulle istituzioni che gestiscono e sulla vita sociale.

Nicolas Stemann, direttore artistico dello Schauspielhaus di Zurigo

Nicolas Stemann.

(© Keystone / Gaetan Bally)

“Il teatro si esprime attraverso la condivisione. Una rappresentazione teatrale non può essere eseguita senza la presenza fisica degli spettatori riuniti nello stesso luogo. Ciò che mi dispiace è che, attualmente, siamo privati della convivenza, ossia del fondamento di qualsiasi società. Lo Schauspielhaus rimarrà chiuso fino al 30 aprile. La perdita di denaro è drammatica. A quanto ammonta? Non lo so ancora. Posso, tuttavia, misurare la perdita morale.

Uno dei programmi previsti per marzo era "Das Weinen", un'opera teatrale di Dieter Roth, diretta dallo zurighese Christoph Marthaler. Oggetto: l’isolamento. Set: una farmacia. Lo spettacolo è quindi direttamente collegato alle notizie sulla crisi sanitaria. È una coincidenza, ma mi fa pensare che Marthaler sia un visionario. Sono molto triste di non poter presentare lo spettacolo ora. Ma mi dico che un male può servire a qualcosa: dopo la crisi, il pubblico sarà probabilmente più consapevole del ruolo vitale del teatro nella società”.

Thierry Jobin, direttore del Festival internazionale del cinema di Friburgo

Thierry Jobin.

(© Keystone / Jean-christophe Bott)

“La 34esima edizione del festival, la cui apertura era prevista per il 20 marzo, è stata annullata. L'abbiamo sostituita all'ultimo minuto con una formula ridotta, ripartita sull’arco del 2020. È meglio di niente, ma stiamo ancora subendo pesanti perdite finanziarie. L'evento è stato il primo ad essere colpito dal coronavirus. Spero che non sia l'ultima cosa a cui lo Stato penserà quando la vita riprenderà.

Detto questo, c'è voluta questa crisi per rendersi conto di quanto sia preziosa l'armonia di una manifestazione. Un festival è come un menù i cui diversi piatti devono essere sincronizzati. Ora, l'antipasto lo mangeremo probabilmente a dicembre e la carne non sarà accompagnata da verdure croccanti. E, visto che stiamo parlando di cucina, aggiungo che terremo in caldo una delle sezioni del festival, "New Territory", dedicata al cinema asiatico e africano, in particolare.

Spero di poterla offrire quest'autunno. Non voglio assolutamente fallire in una delle nostre missioni: presentare agli spettatori cineasti dei paesi sostenuti dall'OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). La pandemia mi ha insegnato che la cultura è essenziale per gli ideali democratici”.

Vincent Baudriller, direttore del Théâtre de Vidy di Losanna

Vincent Baudriller. 

(Keystone)

“C'è una certa violenza nell'interruzione improvvisa di una stagione, è una rottura con la società. Ciò che propone un teatro è l'opposto di ciò che questa pandemia produce, cioè la dislocazione del legame sociale. La crisi sanitaria ci mette in allarme: racconta la storia delle disfunzioni del nostro mondo. La sua ampiezza avrà un impatto sull'immaginazione degli artisti nei prossimi mesi.

Conosco dei drammaturghi che stanno già lavorando su questo argomento. Le crisi dovrebbero servire da indicatore per correggere i modi di pensare e di agire. Quando il teatro riaprirà, adotteremo senza dubbio nuove pratiche. Ci saranno molti aspetti da gestire, compresa la questione finanziaria. Come tutti gli altri, stiamo registrando molte perdite. Perdite dirette dei ricavi generati dai nostri spettacoli, sia a Vidy che in tour all'estero. E quelle indirette con progetti di creazione per i prossimi 3 o 4 anni. Come sarà? Vedremo cosa succederà. Per il momento i nostri computer funzionano a vuoto”.

Guillaume Potterat, co-direttore del Cully Jazz Festival

"A differenza dei festival cinematografici cancellati, il nostro non rinascerà quest'anno con una formula diversa. Poiché i concerti che programmiamo non sono trasmessi in streaming o in podcast come i film, questi mezzi non corrispondono ai nostri valori e ancor meno alle esigenze del nostro pubblico. Ecco, per noi è un momento doloroso dal profilo pecuniario, tanto più che il sussidio statale che ci viene attribuito è molto basso.

Ma questa crisi ci ha fatto scoprire una cosa bellissima: la solidarietà. La gente della regione è molto generosa con noi. Molti dei nostri spettatori non hanno voluto farsi rimborsare il biglietto. Altri hanno donato un totale di 30.000 franchi. In futuro, il comune probabilmente ci aiuterà. Diciamo solo che abbiamo grandi speranze di riprendere il festival l'anno prossimo. La Svizzera è un paese ricco, la sua cultura non si fermerà a causa di un virus.


Traduzione di Armando Mombelli

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