Il passato che non passa
Profughi, diritto e capitali: la commissione Bergier ha presentato la seconda serie di volumi sul ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.
Dopo aver pubblicato in agosto i primi otto volumi del suo rapporto finale, la Commissione indipendente di esperti Svizzera-Seconda guerra mondiale (CIE, o commissione Bergier, dal nome del suo presidente) si ripresenta all’opinione pubblica con altri dieci tomi. Ne mancano ancora sette, oltre al rapporto finale vero e proprio, in quattro lingue.
Fra i temi affrontati dall’attuale serie, la politica dei rifugiati, i beni non rivendicati giacenti nelle banche svizzere, gli aspetti giuridici delle relazioni tra la Svizzera e la Germania nazista, il ruolo della piazza finanziaria svizzera nei rapporti con il Terzo Reich e anche con l’Italia.
Il tema ricorrente dei profughi
L’atteggiamento della Svizzera nei confronti dei profughi tra il 1933 e il 1945 rappresenta uno dei temi più ampiamente dibattuti dalla storiografia svizzera sulla Seconda guerra mondiale, fin dalla pubblicazione del rapporto del giurista basilese Carl Ludwig nel 1957.
Forte di una bibliografia ormai molto ampia, la CIE torna sul tema, con un rapporto firmato collettivamente, di cui una prima versione (tradotta tra l’altro anche in italiano) era uscita già nel 1999.
Il volume rivisita per molti versi questioni già analizzate dagli storici, quali il ruolo dell’antisemitismo nella definizione della politica svizzera verso i rifugiati e la conoscenza che le autorità elvetiche avevano dello sterminio degli ebrei in atto in Germania e nei paesi occupati, pur allargandone la base documentaria.
1938 e 1942
Due momenti cruciali, anch’essi già analizzati altrove, sono sottoposti alla particolare attenzione dello studio: il 1938, quando la Svizzera si accorda con la Germania per l’introduzione del timbro a forma di “J” nei passaporti dei cittadini ebrei tedeschi, e il 1942, anno in cui alla fuga degli ebrei dell’Europa occidentale di fronte alla minaccia di deportazione, la Svizzera risponde con la chiusura delle frontiere.
Un merito dello studio è di dedicare molta attenzione alla situazione concreta dei percorsi di fuga dei profughi. Ciò permette di ricostruire il fenomeno in tutta la sua complessità, al di là dei semplici dati normativi e al di là anche delle polemiche sul numero di rifugiati respinti o accolti, polemiche che avevano caratterizzato il dibattito seguito alla pubblicazione della prima versione del rapporto.
Rispetto a quella prima versione sono state rielaborate le parti dedicate agli aspetti finanziari della politica dei rifugiati. Si tratta di aspetti finora piuttosto ignorati dalla storiografia e che contribuiscono a fare del presente volume un imprescindibile strumento di conoscenza di uno dei momenti più controversi della storia contemporanea elvetica.
Rom, sinti e jenisch: la persecuzione dimenticata
Un secondo volume dei dieci presentati riguarda un tema a lungo trascurato, non solo in Svizzera. Si tratta della persecuzione subita dagli “zingari” – più propriamente rom, sinti e jenisch – negli anni del nazionalsocialismo.
Ciò che affiora in maniera evidente dallo studio di Thomas Huonker e Regula Ludi (anche in questo caso una rielaborazione di un rapporto presentato nel 2000) sono le radici autoctone della politica discriminatoria della Svizzera nei confronti degli “zingari”, fossero essi stranieri o svizzeri.
Gli autori ricordano che la Svizzera fu all’inizio del XX secolo uno dei primi paesi a limitare la libertà di spostamento delle popolazioni nomadi. Negli anni Trenta le autorità elvetiche avviarono un programma volto a rendere sedentarie le popolazioni jenisch svizzere, un programma che comportò lo smembramento d’intere famiglie.
I diffusi pregiudizi contro gli “zingari”, pregiudizi generalmente mascherati con argomentazioni pseudoscientifiche, gravarono enormemente sull’atteggiamento della Svizzera nei confronti di rom, sinti e jenisch stranieri, o persino svizzeri, in fuga dalle deportazioni naziste.
È sintomatico il fatto, citato dagli autori, che ancora nel settembre del 1944 uno “zingaro” sia stato respinto alla frontiera svizzera, quando la persecuzione razziale era ormai ufficialmente riconosciuta come motivo per concedere l’asilo.
I beni in giacenza
A una delle questioni all’origine del dibattito sul ruolo della Svizzera nella Seconda guerra mondiale, i beni non rivendicati di vittime del nazionalsocialismo depositati nelle banche svizzere, è dedicato il volume a cura di Barbara Bonhage, Hanspeter Lussy e Marc Perrenoud.
Da un lato il volume osserva i flussi di patrimoni dalla Germania verso le banche svizzere fin dal 1931, analizzando gli effetti delle varie leggi tedesche contro la fuga di capitali e le reazioni svizzere, dall’altro sposta l’attenzione sugli anni dopo il 1945, ricostruendo le lentezze e le reticenze da parte delle banche elvetiche nel risolvere la questione dei beni non rivendicati.
In questo senso lo studio apre ad uno sguardo di lungo periodo, che scavalca la cesura del 1945, permettendo di osservare anche l’evoluzione del dibattito sul superamento delle conseguenze economiche e finanziarie del nazionalsocialismo negli anni della Guerra fredda.
In quest’ottica, oltre che come importanti contributi alla storia delle relazioni tra Svizzera e potenze dell’Asse, si possono leggere anche i volumi dedicati rispettivamente al ruolo della Svizzera come piattaforma per operazioni finanziarie coperte da parte della Germania (Christiane Uhlig, Petra Barthelmess, Mario König, Peter Pfaffenroth, Bettina Zeugin), alle transazioni in titoli tra Svizzera e Germania (Hanspeter Lussy, Barbara Bonhage, Christian Horn) e al caso esemplare dell’Istituto di credito fondiario di Zurigo (Barbara Bonhage).
Una posizione a sé stante ha invece il volume di Bettina Zeuigin e Thomas Sandkühler, che indaga la vicenda dei “riscatti” chiesti dal Terzo Reich per la liberazione di ebrei in Olanda e il ruolo svolto da intermediari elvetici.
Mussolini, un cliente affidabile
Per una volta, nel volume scritto da Benedikt Hauser, l’attenzione si sposta anche a sud. L’interesse dell’autore è rivolto all’utilizzo della piazza finanziaria svizzera da parte dell’Italia fascista negli anni 1936-1943.
Ciò che emerge è un diffuso atteggiamento amichevole di esponenti del mondo politico ed economico svizzero nei confronti del regime fascista, un atteggiamento che si tradusse ad esempio in un credito di 125 milioni di franchi in valuta estera concesso all’Italia da un consorzio di banche nel settembre del 1940.
Il libro di Hauser, che è esplicitamente concepito come “contributo alla ricerca”, rappresenta un importante tassello finora mancante in una storiografia che per ragioni storiche, ma anche linguistiche e culturali, ha sempre privilegiato l’analisi dei rapporti con la Germania.
Questioni di diritto
Di grande interesse sono infine i due volumi dedicati alle relazioni tra diritto pubblico e privato svizzero e nazionalsocialismo. Si tratta di un ambito per molti versi inesplorato o comunque poco frequentato dagli storici, ma che permette di arrichire di una nuova dimensione il giudizio sul ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale.
Tra i vari saggi che compongono i due volumi, si possono ricordare almeno quello di Dietrich Schindler, che si sofferma sul problema della neutralità, e di Walter Kälin, dedicato alla politica dei rifugiati.
Schindler ravvisa nelle forniture di armi alle potenze dell’Asse, nel mancato controllo dei convogli ferroviari che attraversavano la Svizzera e nei crediti concessi alla Germania nell’ambito degli accordi di clearing delle violazioni della neutralità elvetica. Un giudizio che non mancherà di suscitare qualche discussione.
Come potrebbe far discutere l’affermazione di Kälin, per cui la politica dei rifugiati durante la guerra andrebbe considerata assolutamente illegittima se misurata con i criteri odierni, ma che era conciliabile con il diritto nazionale e internazionale vigente all’epoca della sua attuazione.
Andrea Tognina
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