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Importante novità nella lotta contro l’infarto cardiaco

Sezione di un'arteria coronaria occlusa Keystone

Ricercatori dell'Università di Zurigo hanno messo a punto una tecnica per diagnosticare precocemente le malattie delle coronarie.

Si chiama PC-MR, ovvero risonanza magnetica a contrasto di fase. Aiuterà i medici a tenere sotto controllo il funzionamento delle arterie coronarie e diagnosticare per tempo eventuali disturbi che potrebbero compromettere il rifornimento di ossigeno al cuore e provocare un infarto.

Un gruppo di ricercatori svizzeri e americani guidati da Juerg Schwitter, cardiologo dell’Università di Zurigo, ha perfezionato la tecnica, che era nata negli anni ’80 per l’esame dei vasi sanguigni periferici, e l’ha applicata per la prima volta alle arterie che forniscono il sangue al muscolo cardiaco.

La PC-MR è un test innocuo e non invasivo: non richiede l’uso di aghi e cateteri come l’angiografia, o di radiazioni ionizzanti come la tomografia a emissione di positroni. Si serve invece di un campo magnetico ad elevata intensità, che stimola l’emissione di segnali elettromagnetici da parte dei tessuti. I segnali, registrati e analizzati da un computer, forniscono un’immagine dettagliata dei vasi sanguigni.

“Nei nostri esperimenti, abbiamo usato la PC-MR per misurare il flusso del sangue che attraversa le vene collegate alle coronarie”, spiega Juerg Schwitter, “questo approccio ci permette di individuare eventuali anomalie della circolazione molto tempo prima che i vasi si ostruiscano.”

I pazienti che possono trarre i maggiori benefici dalla risonanza magnetica a contrasto di fase, secondo Schwitter, sono le persone che non hanno mai manifestato patologie cardiache, ma che soffrono di ipertensione, ipercolesterolemia o diabete, tre fattori di rischio per l’ischemia.

Il cardiologo svizzero e i suoi colleghi hanno sperimentato la PC-MR su sedici volontari sani, di età compresa tra i 22 e i 32 anni. Hanno dimostrato che le informazioni sullo stato di salute del cuore ottenute con questa tecnica sono più esaurienti dei dati raccolti attraverso la tomografia a emissione di positroni. I risultati dell’esperimento sono descritti nell’ultimo numero del Journal of the American Heart Association.

Maria Cristina Valsecchi

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