Oggi in Svizzera
Care svizzere e cari svizzeri all’estero,
oggi ci occupiamo di storie transfrontaliere: l'iniziativa sull'immigrazione "No a una Svizzera da 10 milioni!" del 14 giugno sta accentuando il "Röstigraben", quell’invisibile confine che separa le diverse regioni linguistiche del Paese. A dividersi, inoltre, stavolta è l'Unione svizzera dei contadini al cui interno sembrano esserci posizioni differenti sull’iniziativa.
Inoltre, si parla di flussi di denaro in entrata e in uscita dalla Svizzera: i capitali provenienti dal Golfo trovano rifugio nella "stabile" Confederazione, mentre un nuovo accordo UE sulla disoccupazione potrebbe costringere il Paese a mettere mano al portafoglio.
E mentre le crisi globali continuano, l'amore rimane al centro della nostra umanità. Ma cosa succede quando il dolore annienta la capacità di una madre di conservare questa umanità?
Saluti soleggiati da Berna.
Il mondo agricolo svizzero esercita da sempre una marcata influenza sulle decisioni politiche. La sua posizione è raramente stata così forte come oggi. Tuttavia, a poco meno di due mesi dal referendum sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” del 14 giugno, l’Unione svizzera dei contadini (USC), solitamente compatta, si ritrova divisa.
Si stima che nell’agricoltura elvetica siano impiegate circa 35’000 persone provenienti dall’Unione Europea, rendendo il settore fortemente dipendente dalla manodopera straniera. Per questo motivo, il presidente dell’USC, Markus Ritter, non sostiene l’iniziativa.
Le associazioni cantonali dei contadini di Berna, Sciaffusa, San Gallo e Zurigo appoggiano la proposta, mentre un organo sovraregionale che rappresenta la Svizzera romanda vi si oppone. La spaccatura corre lungo il “Röstigraben“, il divario culturale tra la Svizzera tedesca e quella francese.
Per Martin Haab, consigliere nazionale dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatice) e presidente dell’Associazione dei contadini di Zurigo, più abitanti significano meno accesso ai terreni coltivabili: “Le buone terre agricole, le cosiddette superfici per l’avvicendamento delle colture, sono la base della nostra produzione e non vogliamo rinunciarvi”, ha dichiarato alla Radiotelevisione svizzera di lingua tedesca SRF. Per Haab, il sostegno all’iniziativa è fuori discussione.
Alla luce di queste divisioni, l’USC lascia libertà di voto. Per Ritter, è un modo per evitare che l’organizzazione venga lacerata dalla questione.
Dopo lunghi dibattiti, l’Unione Europea ha raggiunto un accordo su una riforma dell’indennità per le lavoratrici e i lavoratori frontalieri in disoccupazione. In futuro, queste persone non dovrebbero più ricevere l’indennità dalla cassa di disoccupazione del loro Paese di residenza, bensì da quella dello Stato in cui hanno esercitato la loro ultima attività lavorativa. La decisione finale dell’UE potrebbe arrivare la prossima settimana.
Per la Svizzera, che alla fine del 2025 contava più di 410’000 frontalieri, un simile cambiamento si tradurrebbe in un conto particolarmente salato. La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) per ora non intende rendere pubbliche le proprie stime. Tuttavia, secondo diverse fonti citate dai giornali del gruppo CH Media, i costi aggiuntivi potrebbero variare da 500 milioni a un miliardo di franchi all’anno.
Questa riforma non riguarda solo la Svizzera. Sono interessati anche i Paesi dell’Unione che contano un’elevata quota di manodopera frontaliera. Il cambiamento interesserebbe in particolare il Lussemburgo, dove quasi la metà della forza lavoro proviene da un Paese UE confinante. Anche i Paesi Bassi e il Belgio vedrebbero aumentare i loro costi.
La riforma non si applicherà automaticamente alla Svizzera. Qualsiasi modifica dovrà essere discussa nell’ambito del comitato misto Svizzera-UE, e Berna dovrà dare il suo consenso. Il Consiglio federale mantiene un margine di manovra politico, anche se la pressione per adottare questa riforma sarà forte, al fine di rimanere allineati alle regole europee. Ma le pressioni sono anche interne: l’aumento massiccio dei costi potrebbe influenzare il dibattito sui nuovi accordi bilaterali con l’UE e la campagna di votazione sull’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”.
Noiosa, lenta, ma stabile. Lo stereotipo del sistema politico ed economico svizzero si rivela spesso veritiero. E mentre il conflitto in Medio Oriente prosegue, si dice che miliardi di dollari stiano iniziando a confluire dalla regione verso la Confederazione.
Anche se abbiamo già parlato d’imprenditrici e imprenditori svizzeri che scelgono di rimanere nel Golfo, in particolare a Dubai, questo sembra valere più per la loro residenza che per il loro denaro. Come osserva la Radiotelevisione svizzera di lingua tedesca SRF, la Confederazione guadagna punti grazie alla sua stabilità e al suo quadro fiscale.
Patrick Akiki, responsabile dei servizi finanziari della società di consulenza PwC, ha dichiarato a SRF che “diverse decine di miliardi” sono già in transito o se ne prevede il trasferimento a breve.
Alcuni esperti ritengono che la Svizzera rimarrà una destinazione chiave per i grandi patrimoni a lungo termine. Altri sono più scettici. Spostare il patrimonio è relativamente facile, afferma Christoph Schaltegger, direttore dell’Istituto di politica economica svizzera dell’Università di Lucerna. Ciò significa che i capitali potrebbero lasciare la Svizzera con la stessa rapidità con cui sono arrivati. E con l’incertezza su quante entrate fiscali verranno effettivamente generate, la Confederazione potrebbe alla fine rimanere a mani vuote.
Molte persone straniere si recano in Svizzera per porre fine alla propria vita con l’assistenza di un’organizzazione. Nella Confederazione, il suicidio assistito è legale a determinate condizioni. Ma scegliere questa via senza avere una malattia terminale continua a scioccare e a sollevare questioni etiche.
Quando ho letto per la prima volta La condanna di Franz Kafka, una frase mi è rimasta impressa dopo il suicidio del protagonista: “In quel momento un traffico quasi infinito attraversava il ponte…”. La mia interpretazione è che, anche di fronte alla morte e alla perdita, per molte persone la vita prosegue, senza interruzioni.
Per Wendy Duffy, 56 anni, non è così. Suo figlio, Marcus, è morto soffocato davanti a lei quattro anni fa. Da allora, Duffy ha seguito anni di terapia, ma afferma di non essere riuscita a superare la sua morte. “In quel momento sono morta anch’io, dentro. Non sono più la persona che ero… Non m’importa più di niente. Esisto. Non vivo”.
Dopo un tentativo di togliersi la vita fallito che l’ha lasciata per due settimane attaccata a un respiratore in stato vegetativo, Duffy ha fatto richiesta all’organizzazione svizzera di suicidio assistito Pegasos e, dopo mesi di valutazione, alla fine dello scorso anno ne ha ricevuto l’approvazione.
Fondata nel 2019, Pegasos si rivolge principalmente a persone straniere. Le sue condizioni sono chiare: le persone richiedenti devono avere più di 18 anni, essere capaci d’intendere e di volere e in grado di pagare circa 10’000 franchi. A differenza di altre organizzazioni elvetiche, Pegasos non pone come condizione che la persona debba soffrire di una malattia incurabile.
Da un anno, Duffy sta facendo il conto alla rovescia sul suo telefono. Tra pochi giorni, il momento arriverà. “Devo somministrarmi il farmaco da sola; è ciò che richiede la legge”, spiega. La sua ultima richiesta è che le sue ceneri vengano sparse insieme a quelle del figlio.
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