Burro di karité, la risposta di 3’600 donne che crea prospettive e sfida il terrore
Il terrore proveniente dalla regione del Sahel destabilizza l'Africa occidentale. Gruppi armati legati ad Al-Qaida e al cosiddetto Stato islamico sfruttano la povertà per reclutare nuovi combattenti. Nel Nord del Benin, cooperative di donne puntano su un albero tradizionale creando così prospettive economiche. Reportage su un'iniziativa sostenuta dalla Svizzera.
L’albero sovrasta le donne di vari metri. Sotto il sole cocente del mezzogiorno regala un po’ d’ombra e speranza nei momenti di scoramento. Le donne lo chiamano l'”arbre réparateur”, la pianta riparatrice. Le foglie vengono impiegate nella medicina tradizionale. Per questo motivo, nella regione del Sahel vengono attribuite proprietà magiche agli alberi di karité.
Dai semi del suo frutto si ottiene il burro di karité, apprezzato in Benin e all’estero. Viene usato come grasso alimentare e per la cura della pelle. Il grasso ottenuto dai frutti aiuta a saziare pance affamate e a curare le mani screpolate. Difficile trovare una pianta più versatile e dai molteplici impieghi.
Nel Nord del Benin, 3’600 donne vogliono usarlo per sanare le spaccature nella società. Una donna racconta che in passato ci si alzava all’alba per andare a lavorare nei campi nella frescura mattutina. Ora si deve aspettare lo spuntare del sole perché si corre il rischio di imbattersi in sconosciuti che si aggirano nella zona.
Nel Nord del Benin sta prendendo piede il jihadismo militante. La quotidianità fuori dalla città di Banikoara viene così sempre più segnata dalla paura. Le persone temono di essere scacciate dai loro villaggi. A differenza del centro economico e politico nel sud del Paese, nella regione di confine settentrionale il controllo e la presenza dello Stato sono deboli.
L’anno scorso, gruppi estremisti hanno compiuto diversi gravi attacchi al confine con il Burkina Faso e il Niger. È stato l’anno in cui la lotta contro i gruppi estremisti in Benin ha registrato il maggior numero di morti. In un solo giorno, 87 persone sono state uccise durante assalti coordinati contro basi militari.
Fare rete aiuta le donne a essere più indipendenti
La cooperativa “Association des Femmes Vaillantes et Actives” (AFVA) intende offrire prospettive. “L’organizzazione di donne coraggiose e attive” è nata nel 2007 e aiuta donne bisognose. Il suo obiettivo principale è la creazione di una rete, la formazione e il perfezionamento professionale. Dal 2021, la cooperativa collabora con l’organizzazione di sviluppo svizzera “Brücke Le Pont”. Il progetto comune mira a rafforzare le donne nel settore del karité. Vi prendono parte 3’600 donne in quattro comuni nel Nord del Benin, suddivise in 120 cooperative di 30 membri ciascuna.
L’ONG “Brücke Le Pont” aiuta i partner tramite collaboratrici e collaboratori locali nella creazione di reti e nell’elaborazione di un preventivo. Da tempo, l’organizzazione punta sulla delocalizzazione e sulla promozione di attività radicate sul territorio, come indicato nella Strategia della cooperazione internazionale 2025-2028 del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).
“La cooperativa aiuta le donne a essere più indipendenti. Con le entrate supplementari possono pagare le rette scolastiche e sostenere così la formazione delle figlie e dei figli”, dice la presidente dell’associazione Mamatou Yacoubou a Banikoara.
La rete permette alla cooperativa di acquistare attrezzature professionali e ottenere crediti. Durante corsi di formazione, le donne acquisiscono le competenze necessarie per gestire una microimpresa e rispettare gli standard minimi nella coltivazione e nella trasformazione delle noci di karité.
Ciò ha permesso di aumentare il raccolto e di migliorare la qualità del prodotto finale. “La nostra merce è molto richiesta”, dice Yacoubou, anche se i prodotti sono più cari di quelli della concorrenza. La qualità ha infatti il suo prezzo.
Benin: da ancora di stabilità a Stato di frontiera
Quella di “Brücke Le Pont” è un’iniziativa che ha successo in una regione caratterizzata dalla povertà. L’organizzazione femminile si impegna per un cambiamento. Nel Nord del Benin, il tasso di disoccupazione è molto alto, soprattutto tra le giovani generazioni. Il reddito generato dalle donne del progetto aiuta quindi a migliorare le entrate delle loro famiglie.
È un reddito supplementare apprezzato anche dagli uomini. La pianta fuori Banikoara, sotto la quale le donne si incontrano, è stata regalata alla cooperativa da un uomo della comunità. “Il villaggio beneficia di questo progetto. Rafforza la coesione, un elemento quasi più importante del denaro”, dice un anziano del paese.
La mancanza di prospettive è invece terreno fertile per la radicalizzazione. I gruppi armati provenienti dalla regione del Sahel si espandono sempre più verso sud. A farsi notare è soprattutto la milizia jihadista JNIM, alleata con Al-Qaida e responsabile di recente ha bloccato la fornitura di carburante nella capitale maliana Bamako.
La regione del Sahel è considerata una delle aree più pericolose e letali del terrorismo globale. Infatti, in nessun altro posto al mondo vengono uccise più persone da gruppi terroristici: più della metà di tutte le morti collegate al terrorismo viene registrata in questa regione. I colpi di Stato dei militari, il ritiro delle truppe francesi e la fragilità degli Stati hanno permesso ai gruppi armati di spadroneggiare e agire indisturbati in Mali, Niger e Burkina Faso, soprattutto verso sud.
L’avanzata dei gruppi jihadisti verso meridione ha una ragione strategica: avere accesso al mare e quindi al commercio mondiale. “Non si può fare la guerra senza commercio. Ed è proprio il commercio a finanziare la guerra”, dice Raymond Bernard Goudjo, direttore dell’organizzazione non governativa Caritas Benin, che da anni osserva l’espansione dei jihadisti.
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La povertà è terreno fertile per la radicalizzazione
Nel Nord del Benin, i terroristi hanno trovato condizioni propizie per la loro espansione. Secondo Goudjo, i gruppi jihadisti approfittano del fatto che lo Stato è pressoché assente nelle regioni rurali del Paese. I terroristi si sono quindi inseriti in questo vuoto, offrendo protezione, anche per affari illegali, come il contrabbando di carburante nella regione di confine. Questa situazione dà vita a una pericolosa forma di legge parallela.
Al di là della presenza militare, lo Stato fa ben poco contro i gruppi armati. “Un problema sociale non può essere risolto con l’esercito”, dice Goudjo. Secondo la Caritas, la chiave non sono le armi, bensì la prevenzione. Il conflitto nel Sahel rischia di allargarsi verso meridione se non si investe in coesione sociale, formazione e rafforzamento della presenza dello Stato.
Oltre la metà delle persone che vivono al di sotto della soglia della povertà estrema si trova nella regione subsahariana. Ed è anche per questo che il Benin è un Paese prioritario della Cooperazione internazionale della Svizzera, così come il Burkina Faso, il Niger, il Mali e il Ciad. Questi ultimi Paesi sono confrontati da tempo con la diffusione del terrorismo. Il Benin era invece considerato finora un’eccezione nell’area.
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Voci locali per pace e coesione
A Banikoara, poco lontano da dove l’anno scorso sono stati compiuti gli attacchi, la radio locale cerca di infondere coraggio. La redazione ha incentrato il suo programma sulla lotta alla paura: il filo conduttore delle trasmissioni è la promozione della coesione pacifica.
Tra gli appuntamenti figurano tavole rotonde che riuniscono autorità religiose, politici locali, giovani e donne. “L’obiettivo di queste misure è rafforzare la consapevolezza che la pace e la sicurezza sono una responsabilità di tutti”, dice il direttore dei programmi Dominique Dingui.
Dal punto di vista tematico si tratta di favorire, ad esempio, il dialogo tra chi alleva animali e chi coltiva la terra per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti e creare prospettive economiche per le giovani generazioni. “Ricordiamo loro che per fondare una piccola impresa non serve un diploma”, dice Dingui.
Far incontrare le persone, creare prospettive, rafforzare la coesione: sono obiettivi importanti anche dell’organizzazione femminile AFVA. Dopo aver lavorato nei campi, le donne si incontrano sotto un albero per produrre burro con le noci della pianta di karité. È un lungo processo che necessita di molte mani. Sul lungo termine, la cooperativa intende realizzare un unico centro per la produzione.
Un albero e i suoi frutti danno speranza a migliaia di persone. Con la cooperativa femminile nasce una resiliente rete di relazioni, che offre alternative alla radicalizzazione.
Articolo a cura di Benjamin von Wyl
Traduzione dal tedesco di Luca Beti
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