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Democrazia diretta in Svizzera

Da quando si “fa parte” della Svizzera?

Katherine Hermans

Che si sia a favore o contro l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”, il dibattito sulla migrazione solleva anche una domanda fondamentale: chi può essere considerato integrato? L’opinione di Katherine Hermans.

Mentre la Svizzera discute dell’iniziativa del partito conservatore dell’Unione democratica di centro (UDC) “No a una Svizzera da 10 milioni”, molte questioni vengono affrontate in termini razionali: abitazioni, infrastrutture, trasporti, pressione sui servizi pubblici o fabbisogno di manodopera da parte dell’economia. 

Ma la migrazione non è mai solo una questione di numeri. Tocca anche la sfera emotiva: il modo in cui le persone vivono i cambiamenti, reagiscono ai nuovi arrivati e si confrontano con la nozione di appartenenza. Un passaporto può chiarire la questione giuridica. Di quella emotiva, invece, non si occupa. 

“Riciclo e capisco lo svizzero tedesco” 

Vivo in Svizzera da quasi vent’anni. Ho sempre lavorato qui. Ho due figli svizzeri che frequentano la scuola locale. Riciclo. Partecipo alle votazioni. Una volta alla settimana m’impegno come volontaria in organizzazioni locali e svolgo quelle piccole cortesie che fanno parte della normale vita di quartiere: impilare le sedie dopo una festa scolastica, portare una torta ai nuovi vicini e dare da mangiare al loro gatto quando sono via. 

Capisco lo svizzero tedesco e, quando rispondo in tedesco standard, ogni tanto infilo un “gell” (vero?) o un “öppis” (un po’), sperando di non esagerare. Nulla di straordinario, ma pensavo che fosse più o meno così che si diventa parte di un Paese. 

Svizzera, ma solo sulla carta 

Di recente stavo parlando delle elezioni comunali con dei vicini. Era proprio il tipo di conversazione che mostra perché la Svizzera funziona così bene: si discute informati, con spirito civico, in modo pragmatico e radicati nella realtà locale. 

Dopo aver ascoltato per un po’, ho espresso la mia opinione. La risposta è arrivata immediata: “Lascia stare, sei solo una Papierli-Schwiizerli”, una svizzera solo sulla carta. 

Tutti hanno riso. 

Così ho riso anch’io. Non è stato detto con cattiveria, ma come se fosse qualcosa di ovvio, di innocuo. Tuttavia, mi ha ricordato chi sono. 

E cioè una Papierli-Schwiizerli

Un’altra categoria di “svizzeritudine” 

È una sensazione strana vivere quasi vent’anni in un luogo e dover comunque constatare che, agli occhi di alcune persone, la propria appartenenza resta provvisoria. Puoi soddisfare tutti i requisiti, ottenere un passaporto, lavorare e pagare le tasse – eppure ti viene ricordato che, a quanto pare, esiste un’altra categoria di “svizzeritudine” oltre a quella ufficiale. 

Naturalmente la Svizzera non è un caso unico. La maggior parte dei Paesi ama credere che la cittadinanza risolva l’intera questione. In realtà, però, i criteri continuano a cambiare. Nei Paesi Bassi, da dove provengo, esiste un termine per definire chi viene considerato “non proprio olandese” – anche se è nato e cresciuto nel Paese: allochtoon. E, ovviamente, in molte altre nazioni le persone migranti si sono sentite rivolgere più volte la stessa domanda: “Ma da dove vieni davvero?”.

>> Come è nata l’iniziativa dell’UDC e cosa significa per la Quinta Svizzera?

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Il riconoscimento sociale resta indietro 

Forse la domanda centrale non è se qualcuno possieda o meno i documenti giusti. Ma perché così tante società continuino a trovare modi per distinguere delle persone che appartengono (o no) alla comunità. 

Perché il passaporto, che dovrebbe sancire l’appartenenza, spesso definisce soltanto la giurisdizione? Perché il riconoscimento formale viene concesso, mentre quello sociale resta esitante? 

La cosa strana dell’esclusione è che non sempre ha la forma di una porta sbattuta in faccia. A volte il fenomeno è più sottile, come la battuta tra amici menzionata prima. Forse è per questo che è difficile parlarne senza sembrare eccessivamente suscettibili. In Svizzera ci sono molte cose per cui essere grati e, credetemi, io lo sono. 

La Svizzera mi ha dato un lavoro, le montagne, lo Jass e la possibilità di crescere una famiglia in un Paese che giustamente va fiero del proprio funzionamento. Eppure, essere stranieri in Svizzera spesso significa vivere tra due realtà. Ci si può sentire a casa, ma questo sentimento potrebbe non essere del tutto reciproco. 

Una domanda decisiva resta aperta 

Per questo quell’espressione mi è rimasta impressa. Non perché fosse particolarmente offensiva – anzi, è stata illuminante – ma perché mi ha ricordato che non esiste un traguardo in materia di integrazione. Non c’è un esame dopo il quale tutti annuiscono e dicono: “Sì, ora sei completamente uno di noi”. Ci saranno sempre persone che si riterranno più autentiche delle altre. 

La Svizzera ha ovviamente tutto il diritto di dibattere sulla demografia, sulle infrastrutture e sul futuro del Paese. Ma una democrazia può far entrare le persone, dare loro un passaporto e invitarle a partecipare, e tuttavia esitare ad accettarle pienamente? Il mio punto non è che la Svizzera sia particolarmente ostile. È piuttosto che la cittadinanza ufficiale non significa sempre riconoscimento sociale. 

Al di là delle urne, la Svizzera dovrebbe prima o poi affrontare anche questa domanda: l’appartenenza è qualcosa in cui le persone possono davvero crescere, oppure qualcosa che potranno possedere solo sulla carta? 

Le opinioni espresse dall’autrice non corrispondono necessariamente a quelle di Swissinfo.
 

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