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L’internamento dei profughi respinti che non vogliono partire vìola i diritti dell’uomo

L'internamento per scopi unicamente di polizia di sicurezza dei profughi, ai quali non è stato concesso l'asilo e che si rifiutano di lasciare la Svizzera, è incompatibile con i principî della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.

Questo principio è stato ribadito dal Consiglio federale nella risposta scritta a un’interrogazione presentata il 16 marzo scorso dalla consigliera nazionale socialista zurighese Regina Aeppli Wartmann. Nel testo, la parlamentare chiedeva anche spiegazioni sull’attuabilità e sui costi dell’iniziativa del canton Argovia, qualora venisse accolta.

Tale iniziativa propone misure d’internamento concernenti “le persone titolari di un permesso di dimora provvisorio soggiacenti al diritto d’asilo o le persone senza permesso di dimora in Svizzera” che potrebbero mettere in pericolo l’ordine pubblico.

Il Consiglio federale ha risposto di “ritenere l’internamento amministrativo in centri chiusi, di richiedenti l’asilo o di stranieri senza un diritto di soggiorno garantito, incompatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, se contro lo straniero non è in corso un procedimento di allontanamento o d’espulsione”.

Questo parere si basa su una perizia commissionata giè nel 1993 al professor Stefan Trechsel, secondo il quale l’internamento per ragioni di polizia significa una privazione della libertà, incompatibile con i diritti dell’uomo.

Nella stessa risposta scritta, il Consiglio federale afferma inoltre che, se l’iniziativa del canton Argovia venisse accolta, sarebbero “diverse migliaia” le persone che ogni anno dovrebbero essere internate. E considerato che “attualmente i costi di costruzione per un solo posto di detenzione preliminare ammontano a circa 200.000 franchi”, i costi complessivi sarebbero “valutabili in centinaia di milioni se non in miliardi di franchi”.

Silvano De Pietro

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