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Rientrato in Svizzera il giornalista espulso dall’Indonesia

Oswald Iten ha assistito a numerose scene di tortura nei confronti dei compagni di cella Keystone Archive

Il giornalista della «Neue Zürcher Zeitung», Oswald Iten, partito dall'Indonesia dove era stato arrestato, è giunto domenica a Kloten, soddisfatto della conclusione della vicenda. Le autorità indonesiane, ha commentato, «hanno voluto dare un esempio».

Iten era stato arrestato il 2 dicembre nella provincia orientale di Iran Jaya per aver raccolto informazioni sulla repressione del movimento indipendentista papua. È stato liberato mercoledì, dopo l’intervento del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) e del’organizzazione in difesa della libertà di stampa Reporter senza frontiere (RSF).

Ad accoglierlo a Kloten c’erano la moglie e il capo redattore della NZZ Hugo Büttler. Il 50enne giornalista è apparso visibilmente sollevato: grazie al sostegno del DFAE e dell’ambasciata svizzera a Giakarta la sua liberazione è stata più rapida del previsto.

Secondo Iten, con il suo arresto il capo della polizia di Jayapura, colonnello Daud Sihombing, ha voluto mostrare al mondo che non è tollerata nessuna attività giornalistica libera sulla lotta di indipendenza in corso nella provincia di Irian Jaya (parte occidentale della Nuova Guinea). «Incarcerandomi le autorità hanno voluto mandare un chiaro segnale».

I giornalisti stranieri devono chiedere un visto speciale per poter svolgere la loro attività in Indonesia. Il governo ha invece rinunciato alle autorizzazioni che erano a suo tempo necessarie per i rappresentanti dei media che volevano recarsi nell’Irian Jaya. La polizia accusa lo zurighese di aver lavorato illegalmente, allorché era entrato nel paese solo con un visto turistico: avrebbe quindi violato la normativa sull’immigrazione.

Dopo l’intervento di Berna il governo centrale indonesiano si è però mostrato decisamente meno determinato: il capo dell’ufficio immigrazione ha infatti assicurato a Iten che potrà tornare in Indonesia ogni volta che lo vorrà. Contrariamente a quanto affermato in precedenza, non è infatti stato emesso nessun ordine di espulsione nei suoi confronti. «La mia liberazione – ha affermato il giornalista – è stata ordinata dal capo della polizia in persona».

Iten ha ammesso che, per non violare la legge, avrebbe dovuto procurarsi un permesso speciale: non sarebbe però stato possibile praticare un’attività giornalistica indipendente e soprattutto compiere il viaggio nella regione.

«Le condizioni in carcere – ha affermato Iten – erano difficili: stavo in cella assieme a altri 30 detenuti e dormivo sul pavimento di cemento sul quale dovevamo anche urinare». Nessuno lo ha mai toccato, ma ha assistito a numerose torture nei confronti dei suoi compagni di cella. Uno dei separatisti è morto in seguito alle violenze. «Sono cose che un giornalista straniero non avrebbe il diritto di vedere», ha aggiunto: per questo soprattutto all’inizio temeva il peggio anche per sé.

swissinfo e agenzie

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