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L’Afghanistan alle prese con fame, repressione e una generazione a rischio

Una donna afghana avvolta nel burqa, accompagnata da una bambina, chiede l'elemosina lungo una strada nel distretto di Argo, nella provincia afghana del Badakhshan, il 30 giugno 2026. (Foto di Omer ABRAR / AFP) (KEYSTONE/AFP/OMER ABRAR)
Una donna afghana avvolta nel burqa, accompagnata da una bambina, chiede l'elemosina lungo una strada nel distretto di Argo, nella provincia afghana del Badakhshan, il 30 giugno 2026. Omer Abrar / AFP

Il movimento islamista integralista afghano festeggia i cinque anni dal ritorno al potere. L’anniversario ha richiamato l’attenzione mondiale su una crisi che era ormai passata in secondo piano.

Il biberon non conteneva latte, solo un tè leggero e annacquato. Parlando da Kabul, il direttore nazionale del World Food Programme delle Nazioni Unite (WFP) per l’Afghanistan ha rievocato la difficile situazione di Farida, una madre afghana che lotta per nutrire suo figlio. “Normalmente ci si aspetta che un biberon sia pieno di latte”, ha detto John Aylieff alla stampa, convocata a Ginevra dalle Nazioni Unite. “In quella famiglia, però, semplicemente non c’erano soldi per comprarne”.
 
Scene del genere stanno diventando sempre più comuni in tutto l’Afghanistan, dove la crisi umanitaria si è aggravata da quando, nell’agosto 2021, i talebani sono tornati al potere. Gravi carenze di fondi hanno peggiorato il problema: il WFP dice di essere stato costretto a ridimensionare i programmi nutrizionali e di poter attualmente sfamare solo una persona su nove delle 14 milioni che soffrono di fame acuta. Oggi molte donne camminano per ore per raggiungere le infrastrutture sanitarie, solo per scoprire che non è disponibile alcuna assistenza alimentare.  

“È straziante, dover dire alle madri che semplicemente non c’è nulla, dopo che hanno camminato per ore con un bambino emaciato in braccio”, ha detto Aylieff.

Il direttore del WFP ha sottolineato che il deperimento infantile, la forma più letale di malnutrizione, ha raggiunto livelli critici in un terzo delle province afghane, con i casi più gravi tra bambine e bambini di età inferiore a due anni. Molti arrivano nei centri di assistenza troppo tardi per essere salvati”. 

L’Afghanistan dei talebani è considerato uno dei Paesi con una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo, insieme a Yemen e Sudan. È anche una catastrofe per i diritti umani, in particolare per quelli delle donne. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui è loro vietato l’accesso all’istruzione secondaria e superiore, mentre le restrizioni all’occupazione femminile hanno imposto un ulteriore peso economico a famiglie già alle prese con la povertà e la fame.
 
Nadia, una giovane ostetrica dal viso scolpito e dal fisico esile, in un solo turno assiste fino a 35 parti. Afferma che il peggioramento della sicurezza alimentare sta avendo un impatto sempre più pesante sulle madri. Molte sono tanto deboli e malnutrite, da avere difficoltà a produrre latte. In una calda notte di agosto, racconta, ha aiutato una donna anemica a partorire. Il bambino è nato vivo, ma la madre è sopravvissuta a stento.

“A causa della mancanza di energia e di nutrimento, è entrata in coma”, ricorda Nadia, che con noi ha parlato tramite videochiamata e ha chiesto, per tutelare la sua incolumità, di usare uno pseudonimo. “L’alimentazione delle donne prima, durante e dopo la gravidanza sta notevolmente peggiorando”.

La gravità della crisi umanitaria in Afghanistan emerge con chiarezza da quasi tutti gli indicatori. Le agenzie delle Nazioni Unite stimano che 21,9 milioni di persone, quasi la metà della popolazione, tra cui 11,6 milioni di bambini, necessitano di assistenza umanitaria. Allo stesso tempo, si prevede che nel 2026 ben 14 milioni di afghani soffriranno di fame acuta. Il WFP stima che nel Paese una persona su tre ha urgente bisogno di assistenza alimentare. Quasi 3,7 milioni di bambini sotto i cinque anni sono a rischio di malnutrizione acuta. La malnutrizione colpisce inoltre circa 1,2 milioni di donne incinte e che allattano. 

Domenica 15 febbraio 2026, alcune donne afghane si prendono cura dei propri figli nel reparto dedicato alla malnutrizione dell’Ospedale pediatrico Indira Gandhi di Kabul, in Afghanistan. (Foto AP/Siddiqullah Alizai)
Donne afghane si prendono cura dei propri figli nel reparto di malnutrizione dell’Ospedale pediatrico Indira Gandhi di Kabul, in Afghanistan, il 15 febbraio 2026. Siddiqullah Alizai / Keystone

“Da quando i talebani sono tornati al potere, è come se l’intero Paese stesse bruciando”, ha detto Nadia a Swissinfo. “La situazione è un inferno per tutti ma lo è specialmente per le donne, che sono state private anche della possibilità di studiare e lavorare”.

Problemi che si sovrappongono

Il regime talebano è diventato sinonimo di cancellazione sistematica delle donne dalla vita pubblica. Alcuni dei primi decreti emanati dall’agosto 2021 hanno limitato l’istruzione delle ragazze e il lavoro delle donne. Da allora sono state introdotte oltre 100 restrizioni per le donne e le ragazze, che sono state private dell’accesso all’istruzione, al lavoro, agli spazi pubblici e ai servizi di base. Alle donne afghane è inoltre vietato l’accesso alle sedi delle Nazioni Unite e sono generalmente soggette a regole draconiane per quanto riguarda l’abbigliamento.
 
“Hanno raggiunto l’obiettivo di allontanare completamente le donne dalla società”, dice Nadia, sottolineando che le donne subiscono pressioni anche all’interno delle mura di casa, violenza domestica compresa. 
Le restrizioni si sono estese sempre più alla vita privata delle donne. Nel maggio 2026, i talebani hanno pubblicato un nuovo codice che disciplina la separazione giudiziaria, limitando ulteriormente i casi in cui le donne possono divorziare.

UN Women ha affermato che il decreto ha introdotto percorsi estremamente complessi e restrittivi per le donne, mentre Amnesty International ha messo in guardia che alcune delle disposizioni potrebbero consolidare i matrimoni forzati e quelli infantili.

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Tutte queste limitazioni toccano da vicino l’ostetrica Nadia, e spesso finiscono per sovrapporsi. Costretta al matrimonio dalla sua famiglia, la 22enne è ormai separata dal marito, fuggito in Iran, ma non può divorziare. Per integrare il suo reddito, aveva in casa un salone clandestino da parrucchiera, un’attività bandita dai talebani. “Fino a due settimane fa, svolgevo il mio lavoro di ostetrica e gestivo il salone”, racconta, “i talebani sono venuti, mi hanno colta sul fatto e inflitto una multa di 50’000 afghani (620 franchi). Noi donne vorremmo poter lavorare ed essere economicamente indipendenti”.

Per Nadia, la paura più grande non è solo tutto quello che le restrizioni hanno già tolto alle donne, ma quale sarà il loro impatto sulla prossima generazione. È riuscita a formarsi come ostetrica prima che i talebani tornassero al potere, mentre le ragazze che stanno crescendo ora, potrebbero non avere mai più questa possibilità.

Senza istruzione secondaria e superiore ci saranno meno ostetriche, meno infermiere e meno dottoresse, sottolinea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e UN Women ricordano che questo significherà che meno donne ricorreranno all’assistenza medica – perché non è loro consentito di farsi visitare da un uomo. 
“È una questione vitale”, dice Nadia. “Si tratta di un problema che riguarda tutta la popolazione, non è solo una questione femminile”.

Questa fotografia, scattata il 6 agosto 2026, mostra alcune ragazze afghane che seguono una lezione tenuta dal padre nella loro abitazione a Kabul. Uno dopo l’altro, i padri con cui l’AFP ha parlato in Afghanistan riguardo al divieto di istruzione che impedisce alle loro figlie di proseguire gli studi oltre la scuola primaria si sono commossi fino alle lacrime per la disperazione. Il dolore e l’angoscia che questa misura sta causando dietro le porte chiuse emergono chiaramente dalle interviste condotte dall’AFP in tutto il Paese, dove persino padri profondamente religiosi mettono in discussione la decisione. (Foto: AFP)
Ragazze afghane seguono una lezione tenuta dal padre nella loro abitazione a Kabul, il 6 agosto 2026. AFP

Una generazione a rischio

L’UNESCO è una delle tante istituzioni che lanciano l’allarme sulla portata della crisi incombente. L’agenzia stima che dal 2021, 2,4 milioni di ragazze siano state escluse dall’istruzione secondaria, cifra che è aumentata di 200’000 unità nell’ultimo anno scolastico. Più della metà delle creature in età scolare primaria non frequenta la scuola. Oltre il 90% dei bambini e delle bambine di dieci anni non è in grado di leggere e comprendere un testo semplice e adeguato alla loro età. Si prevede che entro il 2030 l’Afghanistan dovrà affrontare una carenza di 11’000 insegnanti donne qualificate. 
 
“Oggi l’Afghanistan sta affrontando al tempo stesso una crisi di accesso all’istruzione, una crisi di parità di genere e una crisi dell’apprendimento”, ha dichiarato l’11 agosto in una conferenza stampa Hoda Jaberian, coordinatrice del programma dell’UNESCO per l’istruzione nelle situazioni di emergenza. “Cinque anni non rappresentano un’interruzione temporanea nel percorso di un bambino – si tratta di quasi un intero ciclo di scuola secondaria”, ha ricordato. 
 
La crisi è aggravata da infrastrutture carenti, disastri naturali e ritorni in massa dai Paesi confinanti. Quasi la metà delle scuole non ha acqua potabile, servizi igienici o riscaldamento. I disastri verificatisi dal 2021 hanno costretto alla chiusura oltre 1’000 scuole. Dal 2023, almeno sette milioni di afghane e afghani sono tornati in patria o sono stati costretti a tornarci – oltre la metà erano bambine e bambini di età pari o inferiore a 15 anni.  

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L’UNESCO afferma che i suoi programmi di alfabetizzazione e formazione professionale hanno raggiunto circa 70’000 persone, il 70% delle quali donne e ragazze, attraverso oltre 2’600 corsi comunitari in 20 province. L’istruzione non in presenza, compresi i programmi didattici online o su app, ha raggiunto più di 17 milioni di persone, ma Jaberian ha sottolineato che questi sforzi non possono sostituire un normale percorso di formazione scolastica. 
 
“Non è facoltativo. È un diritto umano fondamentale”, ha affermato. “Che non può in nessun caso essere rimpiazzato”. 
 
Hajj Ahmed, che ha parlato con Swissinfo in videochiamata, è un agente immobiliare dell’Afghanistan occidentale. È determinato a dare un’istruzione alle sue figlie e le manda in un istituto privato che ufficialmente è un centro di studi coranici, dove gli insegnanti però integrano il proprio reddito offrendo lezioni di inglese. Poiché la struttura è vicina a casa, non ha paura di accompagnarci di persona le ragazze. È una magra consolazione per la figlia maggiore, che ha dovuto interrompere gli studi di giurisprudenza. Al di là di questi spostamenti, tuttavia, la famiglia esce raramente di casa.
 
“Se le donne sono fuori dall’abitazione con il marito o un parente maschio, viene loro subito chiesto: ‘Perché siete qui? Che rapporto c’è tra voi?’. La gente vive in uno stato di costante paura”, dice Ahmed. 
 
La sua speranza è che le figlie possano un giorno costruirsi un futuro fuori dall’Afghanistan. Per questo, ritiene ragionevole assumere il rischio di mandarle a scuola, in particolare perché possano imparare l’inglese, una lingua preziosa a livello internazionale. “Forse un giorno avranno un’opportunità fuori da questo Paese”, ci ha detto questo padre preoccupato. “Quindi, è meglio che siano preparate”.  
 
Grafici di Pauline Turuban. Ricerca immagini di Vera Leysinger

A cura di Imogen Foulkes/vdv/ts

Traduzione di Marco Todarello

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