Rimpatri in Kosovo, per il Ticino operazione riuscita
Il cantone ha centrato gli obiettivi fissati dalla Confederazione per la gestione del ritorno in patria dei profughi del Kosovo. Tra partenze volontarie e rimpatri forzati sono tornate a casa 1.241 persone. Ma ora a preoccupare le autorità cantonali è l'arrivo di richiedenti d'asilo del Centro Africa.
L’operazione “RiKo 2000”, Ritorno in Kosovo, era scattata l’anno scorso dopo l’enorme afflusso di rifugiati in Svizzera, circa 60-65 mila fuggiaschi, in seguito alla guerra nei Balcani. Articolata in tre fasi che prevedevano aiuti finanziari per chi partiva spontaneamente e il rimpatrio forzato per i più riottosi, “RiKo” ha consentito il rientro dalla Confederazione di quasi 50 mila kosovari.
Martedì pomeriggio a Bellinzona, il Direttore del Dipartimento Istituzioni, Luigi Pedrazzini e suoi collaboratori Moreno Capella e Marco Garbani, hanno tirato le somme dell’operazione che in Ticino è stata gestita congiuntamente da funzionari cantonali, dalla polizia e dai responsabili della Croce rossa e del Soccorso operaio.
Beneficiando dei sostegni finanziari – ha precisato Garbani, capo dell’Ufficio giuridico – sono rientrati volontariamente 952 kosovari, altri 289 sono stati obbligati a partire, di essi un centinaio sono stati riportati a casa con voli speciali da Agno. Altri cento sono spariti senza lasciare tracce.
“La Svizzera – ha spiegato Pedrazzini – si è dimostrata molto generosa nell’accogliere quanti fuggivano dalla guerra e questa politica di accoglienza si è accompagnata con una strategia programmata e credibile di rientro quando sono venuti meno i fattori di rischio in quei Paesi. Una strategia che in Ticino abbiamo applicato con determinazione”.
Oggi nel Cantone si contano complessivamente 1.225 richiedenti l’asilo, a cui si devono aggiungere altri 575 rifugiati ammessi provvisoriamente. Il gruppo etnico più consistente, 44,8%, è ancora quello proveniente dall’ex Jugoslavia, seguito dagli asiatici, 21,7% e dagli africani 14.6%. E sono proprio questi ultimi a creare qualche preoccupazione. Lunedì mattina la polizia cantonale con un blitz nel Centro di accoglienza per rifugiati di Capolago ha arrestato per spaccio di droga cinque richiedenti d’asilo arrivati da alcuni paesi dell’Africa centro occidentale.
E’ questa la direzione del nuovo flusso di arrivi che, come ha spiegato Capella – responsabile della Sezione permessi e immigrazione – è formato soprattutto da giovani: “A differenza dei kosovari che per la maggior parte dei casi arrivavano con le famiglie, questi giovani si presentano da soli alla frontiera. Non hanno documenti e il più delle volte si rifiutano di dichiarare identità, età e paese di origine”.
Farli rientrare in patria, una volta che non viene riconosciuto loro lo status di rifugiati, è un vero problema. “Difficile convincerli a partire – ha precisato Capella – e altrettanto difficile riportarli con la forza a casa. Lungaggini burocratiche con gli Stati di provenienza, autorità locali che collaborano poco e che spesso non hanno nessuna voglia di riprenderseli, mancanza di voli diretti verso quei paesi. Sono questi gli ostacoli maggiori al rimpatrio”.
Il Cantone sta intanto definendo gli ultimi dettagli amministrativi per la realizzazione sul Piano della Stampa, a Lugano, di un “Centro per recalcitranti”, dove saranno ospitati i richiedenti l’asilo più problematici.
Si tratta di una struttura che non è assimilabile ad un vero carcere, ma con un sistema di controlli che prevede una più limitata libertà di movimento e una maggiore sorveglianza per i soggetti che hanno già avuto problemi con la giustizia e che devono essere rimpatriati.
Libero D’Agostino.
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