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Una bomba ad orologeria per i diritti umani

Agli occhi di Amnesty le forze di polizia elvetiche non sono sempre state irreprensibili Keystone

La crisi finanziaria mondiale è anche una crisi dei diritti umani, avverte Amnesty International nel suo rapporto annuale. Un problema che concerne anche la Svizzera.

Il pianeta è di fronte ad un serio pericolo: «L’aumento della povertà e le disperate condizioni sociali ed economiche potrebbero condurre a instabilità politiche e a violenze di massa», ammonisce l’organizzazione internazionale nel suo rapporto annuale.

Amnesty critica pure – e non è la prima volta – la discriminazione razziale in Svizzera e il modo in cui vengono trattati i richiedenti l’asilo.

«Dietro alla crisi finanziaria si cela una crisi esplosiva dei diritti umani», ha commentato Daniel Bolomey, segretario generale della sezione elvetica di Amnesty, durante la presentazione del rapporto a Berna.

«La Banca Mondiale stima che quest’anno 53 milioni di persone scivoleranno nella povertà, mentre l’Organizzazione internazionale del lavoro ritiene che 51 milioni di persone potrebbero perdere il loro impiego».

I leader mondiali, sostiene Amnesty, si sono adoperati per risollevare l’economia globale, trascurando però i conflitti in cui si moltiplicano gli abusi dei diritti umani, come a Gaza, nel Darfur (Sudan), in Somalia, nella Repubblica democratica del Congo e in Afghanistan.

Interrogata sulla decisione del governo svizzero di mettere a disposizione un fondo di 60 miliardi di franchi a UBS, ma di non incrementare l’aiuto allo sviluppo, Manon Schick di Amnesty Svizzera ci risponde che l’organizzazione umanitaria è stata favorevole al sostegno federale alla principale banca svizzera.

«Riteniamo tuttavia che il governo debba investire la stessa energia e la medesima somma per risolvere i reali problemi connessi ai diritti umani».

«Il pianeta è confrontato ad una profonda crisi dei diritti umani – noi parliamo di “bomba ad orologeria” – e se non si agisce ora [a livello politico] la bomba esploderà».

Un problema persistente

Nella sua analisi sulla Svizzera, Amnesty ha concluso che «una legislazione inadeguata non è stata in grado di fornire una protezione efficace contro la discriminazione».

«Le accuse di discriminazione razziale e di cattivo trattamento rivolte contro gli agenti incaricati di mantenere l’ordine, continuano», si legge nel rapporto. «Alcune disposizioni restrittive nella legislazione costituiscono una violazione dei diritti economici, sociali e culturali dei richiedenti l’asilo e dei migranti in situazione irregolare».

L’indagine rammenta poi che il Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale ha sottolineato il persistente problema della discriminazione in Svizzera, incluso l’eccessivo ricorso alla forza da parte della polizia.

Anche l’Universal Periodic Review, un meccanismo di valutazione periodica stabilito dal Consiglio ONU per i diritti umani, ha rivolto un appello alla Svizzera affinché adotti delle misure contro il razzismo e la discriminazione.

Legislazione

Inoltre, il 18 marzo il parlamento ha adottato una legge che autorizza l’uso di armi ad elettroshock (taser) e di cani durante le espulsioni forzate di stranieri. Una decisione che secondo Amnesty potrebbe violare le linee guida del Consiglio d’Europa sull’uso proporzionato della forza in tali operazioni.

Stando al rapporto 2009 di Amnesty, negli Stati Uniti 346 persone sono morte dal 2001 dopo essere state sottoposte alle pistole taser della polizia.

Per i difensori dei diritti umani, la legislazione svizzera introdotta nel 2007 per proteggere le vittime di violenze domestiche è stata implementata in modo inadeguato in alcuni cantoni (formazione specialistica insufficiente per la polizia e la magistratura).

Per parlare delle note positive, il rapporto di Amnesty evidenzia che l’8 settembre la Svizzera ha sottoscritto la Convenzione contro il traffico di esseri umani del Consiglio d’Europa.

Denise Graf, responsabile delle questioni sull’asilo presso Amnesty, ritiene ad ogni modo che il governo svizzero debba procedere a un «cambiamento di paradigma». «In particolar modo nel settore dell’asilo o della migrazione irregolare, siccome la situazione è decisamente grave», ha detto a swissinfo.ch.

Guantanamo

È difficile paragonare la Svizzera ad altri paesi, ha aggiunto Graf, poiché la situazione varia a dipendenza degli ambiti.

«Consideriamo ad esempio la detenzione: la Svizzera contempla la possibilità di mettere una persona in detenzione amministrativa per 24 mesi, ciò che non può essere fatto in nessun altro paese europeo».

«D’altra parte bisogna però dire che la nostra situazione è sicuramente migliore rispetto a quella in Italia, dove le persone sono rispedite senza procedure verso paesi noti per le gravi violazioni dei diritti umani».

Secondo Denise Graf, il governo svizzero ha agito correttamente nei confronti dei prigionieri di Guantanamo, «uno dei disastri più grandi nella storia moderna dei diritti umani».

«La Svizzera è stata la prima nazione ad esaminare la possibilità di accettare un gruppo ristretto di detenuti da Guantanamo. Un passo importante che accogliamo in modo positivo, siccome crediamo che possa stimolare la reazione di altri paesi».

Un ruolo modello?

La Svizzera continua ad essere un modello guida in materia di diritti umani? «Quando discutiamo con i nostri colleghi di altre sezioni – ci dice Denise Graf – constatiamo che la Svizzera conserva la sua immagine. Un’immagine che stiamo però lentamente perdendo».

«Se vogliamo che altri paesi migliorino la loro situazione, dobbiamo assolutamente mantenere la nostra posizione. Così potremmo dire: «Guardate il nostro esempio». Ma ora, se parliamo dei diritti dei richiedenti l’asilo o dei migranti, non potremo rimanere a lungo un modello, se continueremo ad avere questo tipo di legislazione».

Thomas Stephens, swissinfo.ch
(traduzione dall’inglese: Luigi Jorio)

Nel giugno 2006, il Consiglio dei diritti umani ha preso il posto dell’ampiamente discreditata e altamente politicizzata Commissione ONU per i diritti umani (nata nel 1946).

Uno dei compiti del Consiglio è di effettuare una revisione periodica universale (Universal Periodic Review) sui progressi riguardanti la difesa e la promozione dei diritti umani nei 192 paesi membri delle Nazioni Unite.

Gli Stati possono essere esaminati soltanto sulla base dei trattati sui diritti umani che hanno ratificato.

La situazione in Svizzera è stata valutata nel mese di maggio 2008. La Confederazione ha respinto 12 delle 32 raccomandazioni fatte dagli altri Stati, inclusa quella sulla ratifica del trattato ONU sui diritti dei migranti.

Il Ministero degli esteri aveva definito il trattato «incompatibile» con le leggi federali vigenti.

Amnesty International (AI) è stata fondata nel 1961 dall’avvocato britannico Peter Benenson.

Nel 1977 l’organizzazione ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per la sua campagna contro la tortura.

Stando al suo rapporto 2009, AI dispone di 2,2 membri e sostenitori in oltre 150 paesi.

La sezione svizzera di AI, con sede a Berna, conta più di 40’000 membri.

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