Il segreto bancario perde colpi
Contrariamente a quanto affermato dal governo nel 2006, stando a recenti rivelazioni le autorità statunitensi possono avere accesso a dati riguardanti il traffico dei pagamenti interno alla Svizzera: una scoperta che ha subito suscitato proteste.
In un articolo pubblicato il 10 novembre 2008 dal Tages Anzeiger, viene contraddetta un’affermazione fatta dal Consiglio federale nel 2006. In quell’occasione (vedi Contesto) l’esecutivo aveva infatti sostenuto che le autorità statunitensi non potevano sorvegliare il traffico dei pagamenti eseguiti all’interno della Svizzera, poiché quest’ultimo avveniva mediante un’apposita rete informatica gestita dalla società «Swiss Interbank Clearing» (SIC).
Secondo l’articolo, invece, per ragioni di costi ben 112 istituti bancari elvetici hanno optato per una soluzione diversa, ossia il portale Remotegate, sviluppato anch’esso dalla SIC. Con una differenza: le operazioni effettuate attraverso Remotegate si appoggiano sulla rete Swift («Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication»), i cui server si trovano anche sul territorio statunitense.
Di conseguenza, parte dei dati relativi al traffico interno – si parla di 120’000 transazioni al mese – possono essere visionati dalle autorità americane se esse lo ritengono necessario, per esempio nell’ambito della lotta al terrorismo.
Reazioni critiche
Le rivelazioni del Tages Anzeiger non hanno mancato di suscitare critiche. Vari membri della Commissione della gestione del Parlamento – che nel 2006 aveva richiesto al governo di esprimersi sul tema – hanno biasimato l’informazione poco trasparente da parte dell’esecutivo e di quanti sarebbero stati al corrente della situazione, in particolare: l’Associazione svizzera dei banchieri, la Banca nazionale, la Commissione federale delle banche.
Inoltre, alcuni commentatori hanno espresso perplessità in merito alla questione del segreto bancario: la Confederazione – pronta a difenderlo dalle critiche provenienti dal resto dell’Europa – pare invece impotente quando si tratta di fronteggiare gli Stati Uniti.
Altri sviluppi
Segreto bancario
«Entità trascurabile»
Rispondendo ai rimproveri, il Dipartimento federale delle finanze (Dff) ha sottolineato che la quantità di dati potenzialmente accessibile alle autorità statunitensi è «trascurabile». Anche Swiss Interbank Clearing ha fatto presente che il 99% del traffico dei pagamenti interno viene effettuato attraverso la propria rete, senza passare dagli Stati Uniti.
Dal canto suo, l’Associazione svizzera dei banchieri (Abt) ha respinto le accuse di mancata trasparenza, affermando che, siccome soltanto un numero ridotto di istituti si avvale di Remotegate, spetta alle banche in questione l’obbligo di comunicare ai propri clienti l’eventualità che i dati siano accessibili agli inquirenti americani. Abt ha pure rilevato che le informazioni sono utilizzate soltanto se rilevanti ai fini della lotta contro il terrorismo.
Secondo l’associazione, inoltre, il problema sarà risolto quando entrerà in servizio (presumibilmente a fine 2009) il nuovo centro informatico della Swift, che sorgerà proprio in Svizzera.
Questione di principio
«Le banche che utilizzano Remotegate sono tenute a informare i loro clienti in merito a questa eventualità», dice a swissinfo Daniel Menna, portavoce dell’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza. «Forse lo hanno fatto, ma noi non possiamo saperlo».
Secondo Menna, «si tratta di una questione di principio: poco importa se le transazioni a rischio sono l’1% o il 50% del totale. Se non è possibile escludere che certi dati entrino in possesso di autorità straniere, in questo caso statunitensi, lo si deve comunicare».
Inoltre, «vi è un altro problema: il governo, due anni or sono, aveva affermato che il traffico interno dei pagamenti era al riparo da questo tipo di intrusioni, mentre la realtà appare ben diversa».
«Si deve anche tenere presente che all’estero – per esempio negli Usa – il livello di protezione dei dati personali non corrisponde a quello svizzero: per questo motivo, quando sono forniti elementi sensibili, è necessaria particolare cautela», conclude.
Pareri diversi
Le risposte del Dff e degli ambienti bancari non hanno convinto tutti: citati dal Tages Anzeiger, il senatore liberale radicale Dick Marty e la deputata Maria Roth-Bernasconi hanno ribadito le critiche al governo.
Secondo il primo, «il Consiglio federale ha perso ancora una volta l’occasione di dire tutta la verità. Ciò è inaccettabile», mentre la seconda ha fatto presente che «il numero di transazioni interessate non cambia nulla alla sostanza: il segreto bancario non è più garantito per alcune operazioni interne, e questo ci è stato nascosto».
Il 13 novembre, la Commissione della gestione del Consiglio nazionale ha inoltre chiesto al governo di fornire a breve nuovi chiarimenti in merito alla sicurezza delle transazioni bancarie svizzere.
Jean-Christian Lambelet, professore onorario di economia all’università di Losanna ed esperto di segreto bancario, relativizza: «non si deve dimenticare che in materia di lotta al terrorismo non esiste alcun segreto bancario. Inoltre, la Svizzera resta un paese piccolissimo, mentre gli Stati Uniti sono una grande potenza a cui è ben difficile resistere quando esercita delle pressioni, come accaduto per esempio nella vicenda dei fondi ebraici».
In merito al futuro del segreto bancario, oggetto di attacchi sempre più frequenti, Lambelet è moderatamente ottimista: «la Svizzera non è l’unico paese in cui esiste, basti pensare alle Isole del Canale, all’Austria, al Belgio, a Montecarlo, a Hong Kong e a Singapore». Se la Confederazione riuscirà a tessere alleanze con queste entità, le prospettive sono buone, conclude Lambelet.
swissinfo, Andrea Clementi
Nel giugno del 2006, il New York Times rivelò che, nel quadro della lotta al terrorismo, le autorità statunitensi avevano potuto accedere ai dati delle transazioni finanziarie internazionali gestite dalla rete di telecomunicazione «Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication» (Swift), con sede in Belgio e una filiale negli Stati Uniti.
All’inizio del mese di luglio 2006, la Commissione della gestione del Consiglio nazionale aveva chiesto al Consiglio federale di esprimere il proprio parere.
Il governo aveva risposto che, essendo il traffico dei pagamenti nazionale in franchi svizzeri gestito dalla Swiss Interbank Clearing (e non dalla Swift), i movimenti interni non erano interessati dai programmi di sorveglianza USA.
UBS ha trasmesso alle autorità americane, nel quadro dell’assistenza amministrativa prevista dall’accordo di doppia imposizione tra la Svizzera e gli Stati Uniti, un centinaio di nomi di clienti americani: lo ha confermato l’11 novembre il ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz.
La notizia era stata anticipata dal Washington Post e dal New York Times. I clienti americani dell’UBS rischiano di essere incolpati dalle autorità del loro paese per frode fiscale.
Nel corso del mese di luglio, in seguito alla confessione dell’ex dipendente di UBS Bradley Birkenfeld – che aveva ammesso di aver aiutato facoltosi clienti americani a evadere il fisco – la giustizia statunitense aveva domandato alla banca elvetica di fornire i nomi delle persone coinvolte.
Anche il responsabile del settore «Global Health Management» di UBS, Raoul Weil, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di giustizia americano per aver tentato di frodare il fisco.
Le somme sottratte all’erario ammonterebbero a 20 miliardi di dollari.
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