Anche il Dipartimento militare sperimentò l’uranio impoverito
Il Dipartimento federale della difesa (allora Dipartimento militare) sperimentò negli Anni Ottanta armi all'uranio impoverito. I test si rivelarono tuttavia inconcludenti e l'opzione venne subito abbandonata.
Le munizioni fabbricate con uranio non mostrarano nessun «vantaggio significativo» rispetto ad altri tipi di proiettili anticarro. L’annuncio è stato dato martedì da Hugo Wermelinger, portavoce dell’Aggruppamento dell’armamento dell’esercito, nel corso di una conferenza stampa indetta a Berna dal Comitato direttivo radioattività (LAR).
Si trattò di un esperimento su piccola scala: furono esplosi 16 proiettili e prove vennero condotte anche con munizioni contenenti altre sostanze «sensibili», quali il wolframio e il torio. Le scorie vennero poi inviate presso il laboratorio AC di Spiez.
I test del Dipartimento militare non hanno nessun rapporto con quelli condotti negli Anni Settanta dalla Oerlikon-Bührle (oggi Oerlikon-Contraves). L’industria bellica chiese per l’ultima volta un’autorizzazione ad importare uranio a fini sperimentali nel 1985. Ma, a quanto sembra, questo materiale non venne utilizzato e fu smaltito sotto forma di «scorie speciali».
Intanto la scoperta di tracce di uranio 236, proveniente da scorie nucleari, nelle munizioni utilizzate in Kosovo, alimenta l’ipotesi che esse contengano anche tracce di plutonio, le cui radiazioni sono molto più pericolose.
È quanto sostiene il chimico Richard Brogle, del Politecnico di Zurigo, in un articolo pubblicato martedì sul quotidiano online dell’ateneo «ETHLife». L’isotopo 236 dell’uranio non esiste in natura, ma viene prodotto durante la rigenerazione delle barre di uranio utilizzate nelle centrali nucleari.
Partendo dalla scoperta fatta dal laboratorio atomico-chimico di Spiez, nel Canton Berna, nel corso di analisi effettuate per contro dell’ONU su munizioni da 30 millimetri utilizzate della Nato in Kosovo, Brogle arriva alla conclusione che, «visto che sulle barre di uranio delle centrali nucleari si formano sempre anche piccole quantità di plutonio», questo elemento è con tutta probabilità finito anche nelle munizioni con uranio impoverito.
«È infatti un segreto di Pulcinella – sostiene il ricercatore -che in tutti i processi chimici di separazione, una piccola quantità della sostanza da eliminare rimane nel prodotto finale».
«Una pura speculazione», ribatte Christian Wernli, della divisione radioprotezione e sicurezza dell’Istituto Paul Scherrer (PSI) di Villigen, nel Canton Argovia. Pur ammettendo che non si può escludere che tracce minime di plutonio siano finite nelle munizioni in questione, Wernli ritiene che la loro concentrazione non sarebbe tale da rappresentare un pericolo sostanziale. Il principale fattore di rischio rimane l’uranio.
Dal canto suo la competente commissione del Consiglio nazionale è soddisfatta dell’atteggiamento delle autorità svizzere nella vicenda dell’uranio impoverito. Si è complimentata con il nuovo ministro della difesa Samuel Schmid per la sua politica d’informazione «completa e aperta».
Il consigliere federale ha garantito che continuerà ad informare sull’evoluzione della situazione, ha precisato martedì il presidente della commissione della politica di sicurezza del Nazionale, il deputato socialista solettese Boris Banga. All’inizio di gennaio quest’ultimo aveva chiesto a Schmid un rapporto scritto sull’uranio impoverito.
Il documento ha rassicurato la commissione, tanto che non ha chiesto altri chiarimenti. Questa problematica – ha detto Banga – deve essere presa sul serio, senza tuttavia esagerarne la portata. Tutti gli aspetti vanno analizzati e, per il momento, i provvedimenti adottati bastano.
Secondo Banga non vi è motivo di rinviare la votazione, prevista per giugno, sull’invio all’estero di soldati armati per l’autodifesa. Non è nemmeno il caso di richiamare in Svizzera i membri della Swisscoy. Coloro che avanzano quest’idea – ha aggiunto- dovrebbero allora anche pensare a far tornare in Svizzera i rifugiati rimpatriati nel Kosovo.
swissinfo e agenzie
In conformità con gli standard di JTI
Altri sviluppi: SWI swissinfo.ch certificato dalla Journalism Trust Initiative
Potete trovare una panoramica delle discussioni in corso con i nostri giornalisti qui.
Se volete iniziare una discussione su un argomento sollevato in questo articolo o volete segnalare errori fattuali, inviateci un'e-mail all'indirizzo italian@swissinfo.ch.