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Aumenta la ricchezza, ma anche le disparità

Ancora oggi il 30 percento delle persone attive guadagnano meno di 4000 franchi Keystone

La ripresa economica ha portato ad un miglioramento del tenore di vita nel 2000 in Svizzera, come dimostrato dal forte incremento dei consumi natalizi. Si assiste comunque ad una sempre più marcata concentrazione della ricchezza in poche mani.

Un bilancio sociale della Svizzera per l’anno che sta terminando non è raffigurabile nell’andamento del prodotto interno lordo che non indicherà che molto parzialmente il miglioramento o il peggioramento della qualità di vita nel paese. Un bilancio sociale di un anno può partire da un solo criterio, anche se non è da tutti condiviso: il paese, che ha avuto una crescita economica positiva, ha creato più ricchezza; come è stata ridistribuita questa ricchezza?

Vale il principio che solo una ricchezza messa in circolo, ridistribuita, genera un’economia politicamente e socialmente sana. Il meccanismo è piuttosto complicato poiché c’entrano i redditi distribuiti dal capitale, i redditi da lavoro, la ricchezza prelevata dall’ente pubblico con le imposte e ridiffusa con la spesa sociale, l’andamento delle varie assicurazioni sociali in termini legislativi e finanziari (AVS, assicurazione malattia, casse pensioni, assicurazione disoccupazione, assegni per i figli, ecc.).

Esaminando l’anno appena trascorso sotto questa lente, almeno due considerazioni generali sembrano possibili (anche se ovviamente opinabili). La prima. Non tutti gli svizzeri hanno goduto dell’accresciuta ricchezza dovuta al nuovo slancio economico di quest’anno.

Ad esempio: il livello generale dei salari netti, ciò che quindi corrisponde al reddito disponibile dei salariati e delle loro famiglie, rimane relativamente basso; 30 percento delle persone occupate a tempo pieno guadagnano ancora meno di 4000 franchi netti al mese. Sono invece cresciuti i redditi di chi era già meglio retribuito e cioè nei settori della banca, delle assicurazioni, della chimica, della consulenza.

Altro esempio: una recente indagine ha rilevato come trecento svizzeri o residenti in Svizzera posseggano 420 miliardi di ricchezza accumulata: è l’equivalente di due interi anni del reddito di cui possono disporre le famiglie elvetiche o di quattro volte le entrate fiscali di Confederazione e cantoni. Ciò significa, in pratica, che la ricchezza in Svizzera si è ancora notevolmente concentrata in poche mani, creando una delle più alte differenze in Europa tra il dieci per cento che possiede di più e il 10 per cento che possiede di meno.

Le varie indagini promosse ancora quest’anno nei cantoni sul livello di reddito, ci mostrano forti discrepanze tra cantone e cantone ma anche tra i cittadini: circa il 14 per cento degli svizzeri vive con un reddito inferiore alla metà del reddito medio nazionale, vivono quindi in povertà relativa.

La seconda considerazione, è che tutto l’anno che sta per terminare ci ha mostrato da un lato come la crescita economica, che c’è stata, tende subito a correggere e a migliorare la situazione finanziaria di enti pubblici (si veda la Confederazione che pareggia i conti) o anche di assicurazioni sociali (si veda l¹AVS che dipende dall’occupazione e dai salari e i cui conti hanno ritrovato l’equilibrio).

D’altro lato si nota come la tendenza politica dominante, sorretta alle volte anche dal voto popolare (si vedano le varie iniziative di quest’anno su AVS, assicurazione malattia, assicurazione maternità, ecc.) sia piuttosto quella di escludere o di arginare al massimo il ricorso ad una politica sociale più attiva e generosa per ridistribuire meglio la ricchezza creata nel paese.

La via che si segue è piuttosto quella di approfittare delle maggiori entrate per alleggerire fiscalmente certi settori economici (v. diritti di bollo per le transazioni borsistiche). Rimane quindi sempre, anche alla fine di quest’anno, che poteva suggerire altre prospettive, una tensione fortissima sulle modifiche ad alcuni capisaldi della politica sociale (come il finanziamento dell’AVS o dell’assicurazione malattia), sulla concezione di solidarietà federale o nazionale, sull’attuazione stessa della sicurezza sociale che su trova ormai sotto il mito della privatizzazione.

Rimane pure un grosso punto interrogativo sulla fine che farà il servizio pubblico, che, non finalizzato al lucro e ai profitti, è pure uno strumento essenziale di socialità e di solidarietà: il caso più emblematico è quello della liberalizzazione e privatizzazione dell’energia elettrica, appena giunto in porto. Chi garantirà ad esempio tariffe uguali per i luoghi e i cittadini più discosti delle valli?

Silvano Toppi

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