Buona prestazione dell’economia svizzera nel 2000
L'anno economico si avvia alla conclusione con un bilancio positivo in Svizzera. I risultati si sono rivelati addirittura migliori delle previsioni. Il bilancio del giornalista economico Silvano Toppi.
Si era dato avvio al Duemila e al nuovo millennio con una certezza: l’economia svizzera sarebbe cresciuta, spinta dalla rinascita europea e dall’esuberanza americana.
A fine anno l’indicatore cardine dell’economia, il prodotto interno lordo o l’aumento della ricchezza nel paese, ci dice che siamo cresciuti ancora più forti delle previsioni e che i peggior mali che ci avevano afflitto negli anni novanta – la disoccupazione e l’accumulo dei disavanzi della Confederazione – sono stati pressoché sconfitti.
Un anno più che positivo, quindi: con le esportazioni che hanno fatto ancora da traino; con le ristrutturazioni che sono costate sangue ma che hanno cominciato a dare i loro frutti in concorrenzialità e produttività; con bastioni tradizionali, come la finanza o l’orologeria, che hanno ripreso nuovo vigore anticipando spesso le esigenze della mondializzazione dell’economia; con il settore che rimane nonostante tutto portante, quello delle costruzioni, che ha ritrovato in investimenti e cantieri la vitalità (ritenuta già eccessiva) di dieci anni or sono.
Ma, andando oltre quelli che sono i parametri ormai classici di una valutazione un poco affrettata di bilancio, si scopre qualcosa di più importante, forse non traducibile in indicatori e cifre, ma essenziale per credere in una solidità non solo casuale o congiunturale della crescita economica della Svizzera.
Quasi parallelamente a ciò che si è già indicato, proprio quest’anno, si sono sviluppati in misura considerevole nuovi poli di competenza – come ad esempio le tecnologie mediche, le scienze del vivente, la biogenetica, la microelettronica, certi aspetti evolutivi dell’informatica – che stanno assumendo un ruolo mondiale, si direbbe quasi alla stessa stregua di quello assunto un secolo fa dall’industria elvetica delle macchine (quella della costruzione ferroviaria, delle turbine, dei telai automatizzati).
A questo punto si potrebbe anche sostenere che nel Duemila più che una crescita quantitativa dell’economia, che c’è stata, sia attecchito anche un mutamento qualitativo di fare economia.
La si chiami o non la si chiami “Nuova economia” ha poca importanza: ciò che conta è che si è avvertito con sicurezza e decisione che non si poteva rimanere nei vecchi solchi.
Ma il mutamento qualitativo fondamentale, di cui bisognerà però valutare le conseguenze, sta forse in due realtà venute alla luce proprio quest’anno. Innanzitutto sembra fiorito il gusto dell’intraprendere e quindi anche quello del rischio: basti pensare che si è valutato per questo solo anno tra mille e duemila il numero di imprese in creazione, con preponderanza nei settori dell’informatica, della microelettronica, della biotecnologia e delle tecnologie mediche.
È vero, rimane sempre uno dei problemi maggiori e un poco paradossali per una Svizzera che abbonda di capitali ma che preferisce investirli all’estero con alti rendimenti: la carenza cronica di capitale-rischio.
In secondo luogo si è fatta strada in maniera travolgente quella che viene ormai definita la “cultura borsistica”: uno svizzero su tre è azionista (cosa ancora impensabile tre anni or sono) ed è quindi passato dal tradizionale libretto di risparmio al fondo di investimento, alla Borsa.
Tutto è da vedere quanto del risparmio così raccolto (e in particolar modo quello dei fondi pensione) servirà a finanziare un’economia bisognosa di capitali o una sorta di casinò alla puntata più alta.
Debellate le minacce che hanno planato su tutto l’anno – quella di una crescita dell’inflazione al di là del fatidico 2 per cento a causa soprattutto del prezzo del petrolio, con il quasi automatico restringimento monetario e l’aumento dei tassi di interesse; quella di una rivalutazione del franco rispetto all’euro, sia per la forza economica svizzera sia per la debolezza politica europea, con conseguenze pericolose per le esportazioni – chiudiamo con incertezze economico-politiche che ci porteremo appresso nei prossimi mesi:
– dall’andamento dell’economia americana, che ha il suo peso influente;
– ai nodi con l’Unione europea che gli accordi bilaterali non bastano a sciogliere, anzi accresceranno;
– all’immagine della Svizzera e della sua piazza finanziaria all’estero, nonostante le correzioni di tiro delle banche;
– alle pressioni sul segreto bancario, ritenuto inviolabile pilastro dell’economia finanziaria e venduto come fondamento della libertà individuale, che sarà sempre più difficile difendere.
Silvano Toppi
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