La società dell’informazione rimane una società diseguale
La Svizzera dispone di una buona infrastruttura nel campo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Ma l'utilizzo di queste tecnologie non è distribuito in maniera ugualitaria. L'Ufficio federale di statistica ha ora elaborato degli indicatori per seguire l'evoluzione della società nell'epoca della rivoluzione digitale.
La società dell’informazione è una realtà e non si tratta più di chiedersi se si tratti di un’evoluzione auspicabile, ha notato Carlo Malaguerra, capo dell’Ufficio federale di statistica (UFS), aprendo martedì a Berna una conferenza stampa dedicata agli «indicatori sulla società dell’informazione» elaborati dal suo ufficio.
Compito della statistica è semplicemente quello di rendere intelligibile la complessità sociale, di permettere la comprensione delle evoluzioni in atto, di rendere possibile il raffronto con la situazione in altri paesi. E quindi di fornire le basi conoscitive per intervenire sulle trasformazioni sociali.
Dati alla mano, la Svizzera appare ben avviata verso un futuro hi-tech e dimostra di adattarsi rapidamente al cambiamento. Fra le cifre più impressionanti, vi sono quelle relative alla telefonia mobile: se nel 1998 ancora solo 28 svizzeri su cento possedevano un cellulare, la quota è salita al 60 per cento nel 2000.
Anche per quel che riguarda la presenza di personal computer nelle economie domestiche, l’evoluzione è stata molto rapida: nel 1990, solo il 15 per cento delle case aveva un PC, nel 1998 erano già il 51 per cento. Il numero di computer allacciati ad internet è raddoppiato tra il 1997 e il 1999, pur rimanendo assai lontano da quello del paese leader al mondo, gli USA. E la Svizzera è al primo posto al mondo per le spese pro capite nel campo delle tecnologie dell’informazione.
Neppure l’economia privata è rimasta a guardare: nelle imprese, fra il 1990 e il 2000, il numero di posti di lavoro dotati di computer è aumentato da meno del 30 per cento a quasi il 60 per cento. Nel 2000 il 57 per cento delle piccole e medie imprese era allacciato a internet, contro il 30 per cento dell’anno precedente.
Ma la medaglia ha il suo rovescio, come fa notare Heinz Gilomen dell’UFS: se la Svizzera può vantare una buona infrastruttura tecnologica, vi sono ancora ampie necessità di miglioramento nel settore della formazione e soprattutto non va dimenticato che rispetto alle nuove tecnologie la società elvetica è ancora una società a due velocità.
Il numero di utenti internet è cresciuto dal 13 per cento nel 1997 al 33 per cento circa nel 2000. Ma l’internauta medio rimane maschio, giovane e con una buona formazione. La percentuale di donne che utilizzano internet è sì cresciuta, ma è ancora solo del 37 per cento. Negli Stati Uniti, nel frattempo, almeno in questo ambito è stata raggiunta la parità fra i sessi.
Ancora maggiore preoccupazione deve destare il fatto che le tecnologie dell’informazione, lungi dal rappresentare un fattore di democratizzazione del sapere, sembrano piuttosto consolidare i divari formativi. Nel 2000, quasi il 70 per cento dei laureati faceva uso di internet, contro il 19 per cento di chi ha frequentato solo la scuola dell’obbligo. Come dire che chi già sa, sa anche accedere con maggiore facilità a nuovi saperi.
Non stupisce poi che la presenza di computer nelle economie domestiche sia direttamente proporzionale al reddito. L’ordinatore elettronico non è ancora entrato a far parte dei generi di prima necessità e chi ha pochi soldi a disposizione è portato a soddisfare prima altri bisogni, più essenziali.
In questo senso, l’affermazione vagamente provocatoria fatta dal consigliere nazionale vodese Jacques Neirynck, per cui andrebbe garantito l’accesso gratuito a internet a tutte le economie domestiche, non appare poi tanto fuori luogo, se veramente alle belle dichiarazioni sullo scandalo del divario tecnologico si vogliono far seguire fatti concreti.
Ad essere chiamati in causa dal divario tecnologico sono, prima di tutti, gli enti pubblici. Enti pubblici che sono però confrontati essi stessi in prima persona con l’innovazione informatica in quanto fornitori di informazioni e di servizi. Per ora solo il 33 per cento dei comuni svizzeri dispone di un sito internet, come dice Peter Fischer dell’Ufficio federale dell comunicazioni. E si tratta soprattutto dei comuni di maggiori dimensioni. Il 42 per cento degli altri comuni afferma comunque di volersi dotare di un sito quanto prima.
I siti pubblici hanno tuttavia soprattutto una funzione di informazione. L’erogazione di servizi si scontra ancora con difficoltà tecniche e soprattutto con la relativa carenza di sistemi per garantire la sicurezza delle transazioni elettroniche.
E poi resta da chiedersi: se i cittadini più sfavoriti non hanno accesso a internet, che se ne faranno dei servizi online degli enti pubblici? L’accresciuta trasparenza ed efficacia degli sportelli elettronici andrebbe di nuovo a vantaggio di chi è già maggiormente attrezzato per vivere appieno i propri diritti di cittadinanza.
Una risposta dovrebbe venire prima di tutto dalla scuola, dice Fischer. Attualmente è in corso un programma misto pubblico-privato per portare internet in tutte le scuole svizzere. Ma la tecnica da sola non basta: sarà necessario un grande sforzo didattico perché la scuola riduca, e non perpetui, il divario tecnologico.
In ogni caso, prima di cantare le lodi del futuro digitale, bisognerà osservare con attenzione l’evoluzione in atto e non dare per scontati gli effetti taumaturgici delle nuove tecnologie sulla diffusione dell’informazione e quindi sulla democrazia. Perché il rischio del consolidarsi di un’aristocrazia «di chi sa» è reale e non va sottovalutato.
La rivoluzione digitale è simile alla rivoluzione del libro innescata da Gutenberg, ha affermato in conclusione della conferenza stampa Jacques Neirynck. Alla scoperta di Gutenberg si devono la Riforma e il Rinascimento, ma anche le guerre di religione. Saprà la Svizzera gestire in modo meno traumatico e più ugualitario la nuova rivoluzione che siamo vivendo?
Andrea Tognina
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