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Si fa sentire anche in Svizzera l’aumento del prezzo del greggio

Solo un intervento dell'OPEC può frenare l'ascesa del prezzo del carburante Keystone

Il rincaro di benzina e diesel è dovuto agli aumenti sui mercati internazionali e al rafforzamento del dollaro, oltre che ai rialzi delle tariffe per i trasporti sul Reno. Intanto i Paesi industrializzati premono sull'Opec perché aumenti la produzione.

Il presidente Clinton ha scritto al principe saudita Abdullah Il, per chiedere un nuovo aumento delle quote di produzione del cartello dei Paesi esportatori di petrolio, mentre il segretario Usa per l’Energia, Richardson, guarda con attenzione a Riad.

L’Arabia Saudita è il Paese su cui ancora una volta l’occidente punta, mentre preoccupano Washington le dichiarazioni di Hugo Chavez, presidente del Venezuela, pure Paese membro dell’Opec, che ha invitato il cartello a “resistere alle pressioni occidentali”.

L’Opec quest’anno ha già rivisto due volte al rialzo i tetti produttivi, ma il prezzo del barile continua in questi giorni la sua marcia. A New York, il greggio West Texas ha superato i 32 dollari, in Europa il greggio Brent ha superato i 30 dollari. La ripresa economica internazionale sta spingendo la domanda.

Negli Usa, in particolare, le scorte di petrolio sono vicine ai minimi di 20 anni fa e le raffinerie, pur lavorando a pieno ritmo, non riescono a soddisfare le richieste. In questa situazione di tensione, gli esperti del settore non escludono la possibilità di speculazioni, che potrebbero contribuire a ulteriori rialzi del prezzo.

Le parole di Ali Rodriguez, presidente di turno venezuelano dell’Opec, hanno già contribuito, a loro volta, ai rialzi questi giorni. Rodriguez ha affermato che sino alla riunione di Vienna del 10 settembre l’Opec non cambierà politica.

In giugno, il cartello ha approvato un meccanismo che prevede aumenti produttivi solo nel caso in cui il prezzo del paniere di riferimento Opec risulti superiore ai 28 dollari per 20 giorni consecutivi. Un meccanismo, questo, ritenuto ora insufficiente dagli Usa. E dall’Europa, che subisce tra l’altro anche la forza del dollaro.

I Paesi industrializzati temono una ripresa dell’inflazione e una frenata dell’economia mondiale. Una frenata che, alla fine, colpirebbe anche i Paesi produttori che oggi vogliono vendere a caro prezzo il barile.

Lino Terlizzi

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