Cosa serve affinché una votazione popolare sia equa
Non solo in Svizzera, ma anche in Paesi semidemocratici o autoritari si tengono votazioni popolari. Ma possono essere eque e giuste?
Qual è l’analogia tra la Svizzera e le dittature del mondo? Un debole per le votazioni popolari.
“Oggi quasi tutti i dittatori organizzano elezioni”, afferma Robin Gut. In questo modo si danno una parvenza di legittimità democratica. Ma queste elezioni di facciata sono impegnative e devono coinvolgere molte persone: un’opposizione, che non sia pericolosa per chi sta al potere, un partito con una struttura, persone che si candidano. Nonostante tutte questi stratagemmi, le elezioni non sono prive di rischi perché vi partecipano molte persone.
“Non si hanno tutti questi problemi con una votazione popolare”, spiega Gut. Il politologo del Centro per la democrazia di Aarau (Zentrum für Demokratie Aarau, ZDA) studia come i Paesi semidemocratici o autoritari sfruttano le votazioni popolari.
Perché nelle autocrazie si tengono referendum popolari?
I dittatori hanno un debole per le votazioni perché possono definire l’oggetto dello scrutinio e quando chiamare l’elettorato alle urne, diversamente dalle elezioni, che si tengono regolarmente. Allo stesso tempo, le votazioni conferiscono legittimità alla dittatura e ai suoi progetti.
I dittatori possono annunciare una votazione con pochi giorni di preavviso e così prendere in contropiede tutti. Nel suo Codice di buona condotta in materia elettoraleCollegamento esterno, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa spiega quali sono i criteri per garantire che una votazione si svolga in modo democratico, ad esempio che tra l’annuncio e il voto trascorra almeno un mese, un periodo assolutamente necessario affinché il popolo abbia il tempo necessario per farsi un’opinione.
Il “Codice di buona condotta” come parametro di riferimento
“La correttezza di una votazione non si misura solo in base alla libertà di espressione nel giorno della consultazione”, sottolinea Regina Kiener, giurista che ha contribuito all’elaborazione del Codice. Lo Stato deve garantire e proteggere la libera formazione di un’opinione. Questo significa, continua Kiener, che entrambe le parti devono avere la possibilità di “esprimersi in egual misura” e che “i media pubblici diano loro uno spazio adeguato”.
Secondo la giurista, il Codice di buona condotta in materia elettorale può essere impiegato come strumento per definire se un Paese è una democrazia fondata sullo Stato di diritto.
I punti principali:
1. Va garantito il suffragio universale. Tutti i gruppi sociali, in particolare le minoranze, devono avere pari accesso al processo di elezione o votazione.
2. Libera formazione d’opinione e parità di trattamento di entrambe le parti durante una campagna referendaria.
3. Va garantita la segretezza del voto. Non sono ammesse pressioni o intimidazioni.
4. Condizioni quadro fondate su regole chiare e predefinite.
5. L’oggetto della votazione deve essere chiaro ed equilibrato.
6. L’organizzazione e la supervisione della votazione devono essere imparziali e indipendenti.
7. Osservatori e osservatrici internazionali e locali di tutti gli schieramenti devono avere la possibilità di monitorare la campagna della votazione e lo scrutinio.
8. In caso di irregolarità ci deve essere la possibilità di ricorrere a strumenti giuridici efficaci.
Da Napoleone in poi, i governi autoritari di tutto il mondo si sono sempre serviti delle votazioni popolari, così anche nel XXI secolo: ad esempio, la monarchia del Marocco, il presidente turco Erdogan o Vladimir Putin in Russia. Osservatori e osservatrici criticano spesso queste consultazioni, giudicandole antidemocratiche.
Ma anche in Stati democratici, il voto può suscitare malumori o avere strascichi giudiziari. In Svizzera, ad esempio, il libretto con le spiegazioni sugli oggetti in votazione, pubblicato dalla Confederazione, viene a volte criticato perché le informazioni vengono considerate non corrette e fuorvianti. A volte, l’ultima parola spetta quindi ai tribunali.
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Come funziona la democrazia diretta in Svizzera?
In Gran Bretagna, dopo il voto sulla Brexit del 2016 c’è stato chi ha sostenuto che il referendum non si era svolto in maniera corretta, parlando di risultato che non rifletteva “il volere del popoloCollegamento esterno“.
Le votazioni possono promuovere la democratizzazione in una dittatura?
Le votazioni in uno Stato democratico non sono di per sé giuste, ma le consultazioni in una dittatura non possono essere eque.
“I referendum in Paesi non democratici sono sempre problematici”, evidenzia Gut. Infatti, le basi per consultazioni popolari eque sono la democrazia, lo Stato di diritto e le libertà civili. Servono libertà di riunione, di espressione e di stampa. “Senza questi presupposti non ci può essere un processo di libera formazione dell’opinione”.
Con le loro ricercheCollegamento esterno, i politologi spagnoli Sergio Velasco e Alberto Penadés hanno dimostrato che le votazioni decise dall’alto si trasformano in “strumenti delle dittatureCollegamento esterno“. I due esperti presentano però anche degli esempi dove le consultazioni popolari possono dare inizio a un processo di democratizzazione. Ad esempio, nel 1976, dopo la morte del dittatore Francisco Franco, un referendum ha promosso il passaggio verso la democrazia dopo decenni di dittatura in Spagna. L’esempio più emblematico è forse quello che in Cile, nel 1988, ha permesso di girare pagina con la dittatura di Augusto Pinochet, nonostante la brutalità con cui per decenni aveva schiacciato ogni tipo di opposizione.
Si contano però quasi sulle dita della mano gli episodi in cui sistemi autoritari si sono inflitti da soli “un colpo di grazia istituzionale”, come lo definiscono Velasco e Penadés. I due politologi giungono infatti alla conclusione che le dittature rimangono al potere più a lungo grazie alle consultazioni popolari. Le resistenze all’interno del loro apparato e la mobilitazione dell’opposizione escono indebolite da un referendum.
Votazioni in Thailandia e in Bangladesh
Nel 2026 si sono già svolte votazioni popolari in due Paesi che si collocano a metà strada tra dittatura e democrazia liberale: Thailandia e Bangladesh. L’ultimo referendum thailandese, nel 2016, era stato criticatoCollegamento esterno successivamente dalla comunità scientifica per la scarsa qualità delle informazioni fornite agli aventi diritto e per il fatto che tali informazioni non fossero nemmeno state recapitate a tutte le cittadine e ai cittadini. Robin Gut cita inoltre intimidazioni e disinformazione come ulteriori problemi dell’epoca.
Nel 2026 la domanda posta all’elettorato in Thailandia era semplice: “Siete favorevoli a una nuova Costituzione?”. Una formulazione che, secondo Gut, si presta a una votazione popolare. Il politologo giudica invece più problematico il quesito posto in Bangladesh: i bangladesi erano infatti chiamati ad approvare in blocco una serie di cambiamenti. Secondo Robin Gut, votazioni su pacchetti composti da più proposte presentano sempre il rischio di non chiarire davvero quali siano le preferenze dei cittadini.
Lacune in Italia, l’esempio irlandese
Affinché le votazioni popolari siano eque e giuste, è importante che le regole siano chiare fin dall’inizio. Favorevoli e contrari devono potersi fidare dello Stato di diritto, anche per quanto riguarda le procedure.
“È indispensabile che una votazione si svolga secondo le regole. La Costituzione o una legge devono definire la procedura”. In Svizzera, ciò è “relativamente ben regolamentato”, ma a livello internazionale, e non solo in Stati dittatoriali, ci sono alcuni esempi dove non è così.
Secondo Gut, le votazioni non vincolanti sono problematiche. “Se vado alle urne come cittadino, mi auguro che il mio voto conti qualcosa”, dice l’esperto. Le forze politiche al potere potrebbero ignorare il risultato del voto se questo non dovesse rispondere alle loro attese. Se è invece favorevole, l’esito può venire interpretato come un sostegno al programma politico già in corso. Ma entrambe le decisioni non rispettano il principio delle votazioni popolari.
Per Gut, esemplari sono le votazioni in Irlanda, dove un’assemblea di cittadine e i cittadini si è occupata di un tema delicato come la legalizzazione dell’aborto. Dopo un ampio dibattito e una raccomandazione pubblica, l’elettorato è stato chiamato alle urne.
Secondo il politologo, l’Italia non è invece un modello da seguire poiché ci sono elevate soglie di partecipazione affinché una votazione popolare sia valida. Queste non valgono però per i referendum popolari come quello che si terrà nel marzo 2026. Solo in casi eccezionali una votazione produce effetti.
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Inoltre, è difficile interpretare l’astensionismo dell’elettorato. Le aventi e gli aventi diritto di voto sono a favore o contrari oppure il loro è un disinteresse generale nei confronti della politica?
Il diritto internazionale e la democrazia diretta
Le votazioni popolari in Svizzera non possono violare le norme del diritto internazionale cogente. Ad esempio, una maggioranza potrebbe decidere di limitare i diritti di una minoranza. “Non è permesso votare sull’introduzione della schiavitù”, spiega Gut. Il diritto internazionale può però essere un percorso ad ostacoli per l’applicazione delle votazioni popolari in Svizzera. Nonostante il Parlamento verifichi che il testo delle iniziative sia conforme al diritto superiore, Gut ricorda che, di solito, lascia al popolo “la libertà di esprimersi su vari argomenti”, con la conseguenza che la politica sia, a volte, in difficoltà, nel momento dell’applicazione, com’è stato il caso con le iniziative sul divieto dei minareti o quella sull’imprescrittibilità.
Secondo Gut, può succedere che politiche e politici di Stati democratici ritengano che le votazioni popolari complichino il loro mandato parlamentare. L’esperto ricorda però che il compito della politica è che l’applicazione rispetti la decisione popolare.
Va ricordato tuttavia che le votazioni popolari non vanno considerate come un contrappeso alla politica rappresentativa. I referendum e le iniziative popolari interagiscono con il lavoro di governo e parlamento, come ha dimostratoCollegamento esterno Alice el-Wakil, professoressa assistente presso l’Università di Copenaghen. “È chiaro che in una democrazia nessun attore istituzionale ha l’ultima parola”, spiega el-Wakil. “Anche dopo aver preso delle decisioni, il dibattito continua sempre”.
Infatti, il giorno del voto non è il punto di arrivo, ma di partenza. Per questo motivo è fondamentale che le cittadine e i cittadini abbiano sempre la possibilità di esprimersi. La democrazia è infatti un processo.
Articolo a cura di Balz Rigendinger
Traduzione di Luca Beti
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