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I nodi di Arnoldo

Arnoldo Meier e la moglie Maria Rosa, i due protagonisti del documentario di Michael Beltrami. solothurnerfilmtage.ch

L'Alzheimer si è portato via la memoria di Arnoldo e con essa un pezzo della sua identità e della storia della sua famiglia. Un dramma che rivive nel documentario di Michael Beltrami, presentato alle 46esime Giornate di Soletta.

Durante la sua prima vita Arnoldo Meier era stato un appassionato di nodi. I nodi gli servivano per andare in montagna o in barca a vela. Chi lo aveva conosciuto, diceva di lui che era una persona precisa e meticolosa, sempre capace di sorprendere per il suo grandissimo senso pratico.

Oggi Arnoldo Meier non ricorda più nulla. Alla soglia dei 60 anni, l’Alzheimer è entrato come un ciclone nella sua vita, portandosi via la sua memoria, le sue abitudini, la sua identità. Il regista svizzero Michael Beltrami si è tuffato nel mondo sommerso di Arnoldo Meier e della sua famiglia, in un periodo di estrema fragilità e incertezza. Ne risulta un documentario toccante che mette in mostra nodi che non si possono sciogliere, come direbbe lo stesso Beltrami. swissinfo lo ha intervistato a margine del festival del cinema svizzero.

swissinfo.ch: Com’è nata l’idea di questo documentario?

Michael Beltrami: “I nodi di Arnoldo” si inserisce in un progetto che sto portando avanti da diverso tempo e che ha come comune denominatore il tema della ricerca dell’identità nelle sue diverse sfaccettature. In questo caso volevo affrontare la questione della perdita dell’identità attraverso la perdita della memoria. E quando sono venuto a conoscenza della situazione di Arnoldo Meier e della sua famiglia, mi sono detto che poteva essere un punto di partenza interessante, con tutto il rispetto dovuto a queste persone e al loro dramma.

Col passare del tempo mi sono reso conto di come malgrado l’Alzheimer sia una malattia sempre più diffusa, non se ne parli ancora abbastanza. E soprattutto non in chiave documentaristica, anche perché è difficile seguire da vicino un caso reale. Io ho avuto una grande opportunità e questo grazie soprattutto alla disponibilità della moglie Maria Rosa, e delle figlie, e tutto sommato anche di Arnoldo. Anche se non era totalmente consapevole, si è probabilmente reso conto della mia presenza, del fatto che qualcosa stava succedendo, che qualcuno lo stava riprendendo.

swissinfo.ch: Per circa sette mesi ha vissuto a stretto contatto con la famiglia Meier e il loro dramma. Qual è stato il prezzo da pagare?

M. B.:  È stato faticoso, ma nel contempo fondamentale e stimolante. Quando si sceglie di fare questo tipo di documentario si è in qualche modo consapevoli dell’impegno personale che comporta. È un modo diverso di esplorare la realtà quotidiana. Certo, sarebbe stato più facile poter stare un passo dietro alla barriera, ma il risultato non sarebbe stato lo stesso. In questo modo ho potuto realizzare un documentario coinvolgendo queste persone in un processo attivo e non soltanto passivo; il risultato è un film che non è non solo “su” di loro, ma è  anche realizzato “con” loro.

swissinfo.ch:  Da dove ha origine questo bisogno di sondare l’identità umana?

M. B.:  Questa ricerca dell’identità, o nel caso specifico della perdita dell’identità, è legata all’essenza stessa dell’essere umano, al senso della vita e al mistero che l’avvolge. Risponde a quelle domande che ci poniamo di continuo: chi siamo, dove stiamo andando e perché. Viviamo di archetipi e di situazioni che si ripetono di continuo, ma con sfumature diverse e a volte imprevedibili.  Il bello del mio lavoro è proprio questo: catturare e soffermarsi su qualche sfumatura della vita che viene lasciata da parte o banalmente dimenticata.

swissinfo.ch:  In questo senso, il documentario è un mezzo privilegiato per questo tipo di ricerca?

M. B.:  Il documentario offre sicuramente la possibilità di lasciarsi sorprendere dalla vita, dalla realtà quotidiana. Si ha la possibilità di osservare e di analizzare cosa sta accadendo da una posizione privilegiata, senza però sapere come andrà a finire. In quello che si racconta non c’è nulla di artificiale, di predeterminato. Bisogna lasciarsi trasportare, pur mantenendo un occhio vigile sull’obiettivo e su ciò che si vuole raccontare. Non so se è più facile affrontare questi temi attraverso un documentario, ma è sicuramente più imprevedibile. 

swissinfo.ch: All’inizio della sua carriera di regista ha lavorato per diversi anni negli Stati Uniti e più tardi per il Festival di Locarno, in qualità di scopritore di nuovi talenti. Secondo lei, cosa comporta fare cinema in un paese come la Svizzera?

M. B.:  Ogni paese ha le proprie specificità, ma quando si viene al nocciolo le difficoltà non si differenziano di molto. Fare cinema è un impegno innanzitutto artistico e implica la ricerca di idee originali, possibilmente non ancora troppo esplorate. Ma è anche un impegno economico .

In Svizzera i registi hanno ancora una certa libertà di affrontare temi e soggetti meno commerciali, perché non c’è una corsa sfrenata al botteghino. Probabilmente, i progetti non troppo costosi sono addirittura più facili da realizzare nel nostro paese che all’estero.

swissinfo.ch: C’è un regista in particolare che ha ispirato il suo lavoro?

M. B.:  Diciamo che non ho un riferimento preciso. Dipende molto dai momenti, dalle fasi della vita in cui mi trovo. Molto banalmente potrei dire che quando mi sono avvicinato al cinema, ero affascinato dai grandi nomi come Fellini, Bertolucci, Tarkovskij o Scorsese. Poi c’è stato un periodo in cui mi sono letteralmente innamorato di Woody Allen. Non mi perdevo un film perché riusciva sempre a mettermi di buon umore.  C’è stato in seguito il periodo dei polacchi, Zanussi, Kieslowski e anche Polanski. Stagioni…

Oggi sono forse più affascinato dai singoli film che riescono ancora a sorprendere per la loro costruzione o il linguaggio che utilizzano. È stato il caso, ad esempio, di 21 Grammi del regista messicano Alejandro González Iñárritu. Spesso quando si va al cinema senza grandi aspettative, ma con la voglia di lasciarsi sorprendere, capita di rimanere folgorati dal linguaggio innovativo che alcuni autori sanno ancora usare. Così, ci si trova davanti a racconti che spiazzano per la loro capacità di creare in modo diverso, al di là della linearità tradizionale.

Nato a Colonia (Germania) nel 1962, Michael Beltrami studia regia e sceneggiatura all’Università della California, Los Angeles.

All’inizio degli anni Novanta lavora come direttore di produzione per alcuni film indipendenti americani ed europei, realizzati in America.

Tra il 1993 e il 1997 lavora per il Festival internazionale del film di Locarno, quale responsabile della sezione Pardi di domani.

Nella sua carriera ha realizzato una trentina di opere, tra film e documentari.

Soletta

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