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L'Italia depressa cerca la rivincita alla urne

L'aumento dei prezzi dei beni di prima necessità è una vera spina nel fianco dei consumatori italiani. Secondo gli ultimi dati ISTAT l'aumento nel mese di marzo 2008 è stato del 3,3%, il più alto dal 1996. Keystone

A due settimane dalle elezioni i sondaggi danno per certa la vittoria del Popolo della libertà di Silvio Berlusconi sul Partito Democratico di Walter Veltroni. Ma non si escludono sorprese dovute alle particolarità del sistema italiano.

Questo contenuto è stato pubblicato il 01 aprile 2008 - 07:55

Sentita in un supermarket romano. Il cliente alla cassiera: "Ai vostri prezzi dobbiamo voler bene proprio come ai nostri figli !". "E perché?", chiede stupita l'impiegata. "Ma come, li abbiamo visti crescere!". Per la verità molti italiani non ridono affatto.

Alla lievitazione dei prezzi (fino al 15 per cento per alcuni prodotti alimentari di base, dal pane alla pasta) si accompagna una forte perdita del potere d'acquisto, la maggioranza dei salari è letteralmente bloccata da ben sette anni, produttività e competitività latitano, per insufficiente rinnovamento tecnologico molte piccole e medie industrie – tradizionalmente la colonna vertebrale dell'economia nazionale – perdono il treno impietoso della globalizzazione.

Come se non bastasse, l'Italia ha i politici più pagati d'Europa mentre la maggioranza dei dipendenti hanno proporzionalmente uno stipendio fra i più bassi del vecchio continente. E infatti si denuncia la "casta", dal titolo di un pamphlet diventato best-seller e che mette alla berlina clamorosi privilegi e sprechi della classe politica della penisola.

I sondaggi danno vincente Berlusconi

È su questo sfondo poco incoraggiante – "l'Italia depressa", hanno spesso titolato i giornali stranieri – che il paese si avvia al voto anticipato del 13 e 14 aprile. A due settimane dall'apertura delle urne i sondaggi – che comunque due anni fa sbagliarono clamorosamente – danno ancora per certa la vittoria del "Popolo della libertà" (Pdl), dunque di Berlusconi, insieme agli alleati Fini e Bossi.

Il 72enne cavaliere – che, alla sesta esperienza, non ha certo condotto la sua miglior campagna elettorale – ha avuto il compito più facile. In sostanza gli basta capitalizzare la generale insoddisfazione provocata dall'esperienza di governo del centro-sinistra, sul cui bilancio la stampa estera è decisamente meno sbrigativa e negativa di quella nazionale.

Non sembra che sugli orientamenti dell'elettore tradizionale del centro-destra abbiano pesato le "gaffes" del leader del Pdl: quando Berlusconi ha consigliato a una giovane precaria di "sposare un milionario, per esempio mio figlio", quando ha detto "non è vero che candidiamo le veline, noi sappiamo cosa fare con le veline", quando ha inserito nella lista dei candidati l'editore e "fascista" dichiarato Ciarrapico "perché ci fa comodo il sostegno dei suoi giornali, o infine quando ha confessato di non aver imbarcato Mastella, decretando la fine politica dell'ex ministro che fece cadere Prodi, solo perché gli avrebbe fatto perdere "dall'8 al 10 per cento dei voti".

Fino alla vicenda, ben più seria e significativa, dell'Alitalia: con il cavaliere che, anche su pressione della Lega impegnata nel salvataggio di Malpensa, si inventa una ipotetica, misteriosa e molto elettoralistica cordata italiana per bloccare l'offerta di Air France-KLM, l'unica rimasta per l'acquisto della fallimentare compagnia nazionale. Insomma, un Berlusconi in salsa statalista, e pazienza per il tanto decantato libero mercato.

La missione impossibile di Veltroni

Ben più difficile il compito di Walter Veltroni, quasi una "missione impossibile": segnare la sua netta "discontinuità" rispetto al governo Prodi senza tuttavia rinnegarlo; presentarsi come novità della politica italiana pur essendo in politica da 40 anni; inventare e varare in tempi strettissimi un nuovo schieramento politico, il Partito Democratico (PD); far convivere nel suo nuovo soggetto politico "anime" comunque diverse, dai post-comunisti ai post-democristiani, dai difensori della laicità ai "teo-dem" difensori di praticamente tutte le richieste della Chiesa e del Vaticano su temi etici sensibilissimi (aborto, coppie di fatto, fecondazione artificiale).

Un Veltroni forse fin troppo "ecumenico"; convinto fautore di un "partito light" all'americana; nemico delle ideologie che a suo giudizio sono solo "superati conservatorismi"; e che, in nome di un rinnovamento forse mal interpretato, ha infarcito le sue liste di giovanissimi senza alcun tipo di esperienza politica.

Un merito, comunque, a Veltroni viene riconosciuto, anche da molti suoi critici: aver avviato, con la creazione del Partito Democratico, un indispensabile processo di semplificazione del sistema politico italiano, con l'eliminazione dei cosiddetti "cespugli", mini-schieramenti comunque in grado di bloccare la governabilità del paese.

Basti pensare che, insieme, Mastella e Dini, i "killer politici" del governo dell'Unione, non rappresentavano nemmeno il 2 per cento del corpo elettorale. È stato il veltroniamo "correremo da soli" (senza gli ex alleati di centro e di sinistra) ad obbligare lo stesso Berlusconi a inventarsi d'autorità il nuovo "Partito della libertà".

La riforma mancata del sistema elettorale

Per dare un deciso impulso al rinnovamento - che qualche commentatore spiega in realtà col senso di sopravivenza della classe dirigente di fronte al vento tempestoso dell'antipolitica - sarebbe stata necessaria la riforma del sistema elettorale, varato dal governo Berlusconi poco prima delle elezioni della primavera 2006. Un sistema elettorale definito dallo stesso estensore della norma, il leghista Calderoni, "una porcata". La riforma è stata bloccata dai partiti del Popolo della libertà, ingolositi dalla prospettiva di una immediata rivincita. Ma potrebbe rivelarsi una scelta pericolosa.

Un fantasma aleggia infatti sulle certezze del cavaliere e dei suoi alleati. Il sistema che non hanno voluto rinnovare potrebbe rivelarsi un boccone avvelenato anche per il Pdl. Il complicato meccanismo elettorale, con premi di maggioranza calcolati in modo diverso per il voto nazionale e per quello regionale, rischia infatti di riprodurre al Senato una situazione difficile e del tutto simile a quella conosciuta da Romano Prodi: una manciata di seggi di maggioranza che metterebbe Berlusconi sotto il forte condizionamento, addirittura sotto il ricatto, di Alleanza Nazionale e ancor più della Lega Nord.

Alcuni sondaggi non escludono del tutto un esito ancor più clamoroso e paralizzante: vittoria sicura di Berlusconi alla Camera dei deputati, ma sconfitta e sorpasso al Senato da parte di Veltroni. Una prospettiva da incubo per il cavaliere.

swissinfo, Aldo Sofia, Roma

L'incognita dei partiti minori

Il risultato finale delle elezioni dipenderà dall'esito della consultazione in cinque regioni ancora in bilico e dalla prestazione dei cosiddetti schieramenti "minori", guidati entrambi dagli ultimi due presidenti della Camera dei deputati: l'UDC (Unione democratici cristiani e di centro) di Pier Ferdinando Casini e la Sinistra-Arcobaleno di Fausto Bertinotti. Qui sta la vera incognita del 13-14 aprile.

Un'incognita che si riassume in una domanda: in che misura gli elettori vorranno correggere e attenuare il peso (circa l'80 per cento dei consensi) dei due partiti maggiori, e in che misura invece riterranno che la politica italiana debba entrare nell'era del bipartitismo netto, che governa molti paesi democratici, al di qua e al di là dell'Atlantico.

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L'incognita dell'astensionismo

Il risultato elettorale dipenderà anche dall'affluenza alle urne che secondo tutte le previsioni è decisamente in calo. Una flessione dovuta sia alla sfiducia di tanti che non credono nel rinnovamento della "casta", sia ai delusi del centro-sinistra e che preferiranno rimanere a casa. L'astensionismo, dicono comunque gli esperti, favorirebbe lo schieramento di Berlusconi, il cui elettorato tradizionale è più predisposto alla mobilitazione.

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L'incognita degli indecisi

Gli elettori indecisi avranno pure un peso importante: sarebbero almeno il 15 percento secondo i sondaggi. Essi hanno sì deciso di votare, ma a soli quindici giorni dall'"election day" (in contemporanea si terranno anche le amministrative) non sanno ancora per chi voteranno

Secondo i sondaggisti, ben il 3 per cento degli elettori sceglierà solo all'ultimissimo momento. Addirittura quando si troverà da solo davanti all'urna.

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