Perché la popolazione svizzera spreca più cibo di quanto immagina
Nonostante anni di campagne di sensibilizzazione e un progetto nazionale per ridurre lo spreco, nelle cucine svizzere moltissimi alimenti ancora commestibili finiscono nella spazzatura.
Un nebbioso martedì mattina, nei pressi di Friburgo, alcune auto arrivano al centro di raccolta rifiuti locale. I bagagliai si aprono e i sacchi di spazzatura atterrano sul cemento. Gli abitanti del posto smistano velocemente cartone, metallo e vetro – l’ultimo passaggio visibile del processo di riciclaggio.
Mancano i rifiuti domestici, che di solito vengono buttati più vicino a casa. Dall’esterno non si vede cosa contengano quei sacchi, ma alcune persone se ne sono fatte un’idea.
Ogni dieci anni, infatti, le autorità federali commissionano uno studio in cui ricercatori e ricercatrici aprono migliaia di sacchi della spazzatura in tutto il Paese, ne smistano e pesano il contenuto e lo classificano fino ai singoli elementi. I dati raccolti costituiscono la base del Rapporto sulle perdite alimentari, che fotografa lo spreco alimentare in Svizzera.
L’ultima indagine mostra che la quantità di cibo buttato nel Paese, pur essendo diminuita, è ancora elevata. La Confederazione rimane lontana dai propri obiettivi di riduzione dello spreco alimentare.
“Non siamo sulla buona strada”, afferma Claudio Beretta, scienziato ambientale che studia lo spreco alimentare in Svizzera da oltre un decennio ed è l’autore principale dell’ultimo rapporto federale. “Il cambiamento va nella direzione giusta, ma è ancora troppo limitato”.
Per anni l’attenzione si è concentrata sui settori più facili da misurare e regolare, come la distribuzione e la produzione alimentare. Ma la ricerca mostra sempre più chiaramente che l’impatto ambientale più rilevante è quello delle cucine domestiche, ed è lì che si trova il maggiore potenziale di riduzione dello spreco.
Costi finanziari e ambientali
Lo spreco avviene in ogni fase del sistema alimentare: nelle aziende agricole, durante la lavorazione e il trasporto, nei supermercati e nelle case. Nel 2017 il Governo svizzero si è impegnato a dimezzare entro il 2030 la perdita di cibo evitabile. Da allora, però, la riduzione complessiva è stata di appena il 5%.
Secondo l’ultimo rapporto di monitoraggio, i rifiuti alimentari domestici sono diminuiti del 12% in dieci anni. Ma le famiglie sono ancora responsabili della parte più rilevante dell’impatto ambientale dello spreco, perché gli alimenti consumati nelle case incorporano le emissioni generate nelle fasi precedenti della filiera.
E la quantità di cibo buttato nelle case elvetiche resta significativa. Ogni persona nel Paese spreca una media di circa 600 franchi di cibo commestibile all’anno. Un rapporto del 2024 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) stima che in Svizzera si producano 119 chilogrammi di rifiuti alimentari pro capite, contro una media di circa 80 chilogrammi nell’Europa occidentale.
Un Paese che spreca perché può permetterselo
A spiegare in parte questo spreco eccessivo è il benessere economico del Paese. Le famiglie svizzere, infatti, spendono solo il 7-9% del loro reddito per la spesa alimentare. Nelle nazioni in cui questa quota è maggiore, lo spreco è decisamente più limitato.
“Se il cibo pesa poco sul portafoglio, le persone tendono a buttarne di più”, osserva Beretta.
Un modo per ridurre lo spreco di cibo è limitarne l’acquisto. Subito prima dello scorso Natale un sondaggio Collegamento esternocondotto da Too Good To Go (un’azienda impegnata nella riduzione dello spreco alimentare) ha rilevato che il 41% delle persone in Svizzera compra più cibo del necessario durante le feste.
Un altro modo per ridurre lo spreco è valutare se il cibo sia davvero andato a male prima di buttarlo. Uno studio dell’Università delle scienze applicate di Zurigo (ZHAW) mostra che circa il 20% dello spreco alimentare domestico nasce da un’interpretazione errata delle date di “preferibilmente entro” riportate sulle confezioni. Questa dicitura, infatti, non si riferisce alla sicurezza del prodotto, ma alla sua qualità. Dopo quella data i consumatori e le consumatrici dovrebbero controllare il cibo per assicurarsi che non sia andato a male, non buttarlo automaticamente.
“La data di scadenza è quella che riguarda la sicurezza”, spiega Beretta. “Il resto si riferisce alla qualità. Le persone possono fidarsi dei propri sensi”.
Anche le aspettative dei consumatori e delle consumatrici sull’aspetto dei prodotti freschi contribuiscono allo spreco. In Svizzera molti acquirenti sono abituati a frutta e verdura impeccabili alla vista. Gli alimenti che non hanno l’aspetto “giusto” hanno maggiori probabilità di restare sugli scaffali e di finire buttati.
Alcuni rivenditori hanno cercato di ridurre i propri sprechi, ad esempio allentando gli standard estetici, congelando la carne prima della data di scadenza e rendendo più efficiente la logistica. Secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), il cibo buttato nella vendita al dettaglio è diminuito di circa il 20%.
Ma l’impatto ambientale dei negozi è marginale rispetto a quello delle famiglie, responsabili di quasi la metà dello spreco alimentare. Questi progressi, quindi, non compensano l’entità dei rifiuti domestici.
Per anni gli sforzi per ridurre il cibo buttato si sono concentrati sui settori più facili da regolamentare e monitorare. Secondo esperti ed esperte è fondamentale che le persone capiscano non solo come si produce lo spreco alimentare, ma anche dove.
“Il problema principale è che molte persone credono che il problema riguardi altri luoghi, come i ristoranti e i supermercati, ma non la propria casa”, afferma Ladina Schröter, responsabile dei programmi per le famiglie di foodwaste.ch, un’organizzazione che mira a ridurre lo spreco di cibo in Svizzera.
Piuttosto che ripetere generici messaggi di sensibilizzazione, foodwaste.ch si concentra sul fornire consigli pratici, aiutando le famiglie a pianificare i pasti, conservare correttamente il cibo e interpretare in modo adeguato le date riportate sulle confezioni.
L’organizzazione inoltre invita le persone a prendere nota del cibo che buttano, un esercizio che aiuta a rendersi conto di quanto si sprechi davvero. L’obiettivo non è la perfezione, ma la ripetizione: piccoli cambiamenti che, nel tempo, diventano abitudini.
“Non c’è una soluzione unica”, sottolinea Schröter. “Lo spreco alimentare avviene in molti modi, perciò servono tanti piccoli cambiamenti, da ripetere e consolidare”.
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Le esperienze di altri Paesi suggeriscono che questa strategia può funzionare nel lungo periodo: lo spreco alimentare domestico è diminuito dove gli sforzi sono stati costanti e prolungati nel tempo, piuttosto che limitati a singole campagne.
Nei Paesi Bassi, ad esempio, ogni anno viene organizzata a livello nazionale una “Settimana di Azione” durante la quale comuni, negozi, scuole e ristoranti rilanciano messaggi contro lo spreco alimentare. Nel Regno Unito la campagna di lungo corso “Love Food, Hate Waste” ha unito finanziamenti pubblici a strumenti pratici (come misurazioni frequenti nelle case), aiutando i consumatori e le consumatrici a capire non solo che lo spreco esiste, ma anche come si produce.
In Giappone la riduzione dello spreco alimentare è diventata legge, con l’obbligo di misurare i rifiuti a livello comunale e di coinvolgere attivamente la popolazione. In Danimarca, invece, il recupero del cibo è ormai una norma sociale, sostenuta da reti comunitarie e da piattaforme come Too Good To Go.
Queste diverse iniziative nazionali non sono accomunate da una singola politica o idea, ma dalla costanza: investimenti continuativi, messaggi ripetuti e iniziative capaci di crescere nel tempo. La Svizzera, al contrario, ha spesso sperimentato iniziative efficaci senza però portarle avanti su scala nazionale in modo duraturo.
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Il nodo irrisolto
Al centro di raccolta vicino a Friburgo, una donna risponde alla domanda su cosa potrebbe aiutarla a sprecare meno cibo: “Penso che dovrei fare la spesa più spesso, ma comprando quantità più piccole ogni volta”.
È una risposta semplice che rispecchia quanto emerge dai dati: le decisioni quotidiane – quanto cibo si compra, come si conserva e come si pianificano i pasti – incidono sullo spreco lungo l’intero sistema alimentare.
La Svizzera ha ancora tempo per raggiungere gli obiettivi prefissati per il 2030. Il suo successo dipenderà meno dall’aumento della consapevolezza delle persone e più dalla capacità del Paese di affrontare in modo sistematico lo spreco alimentare domestico, tramite politiche durature, finanziamenti adeguati e un impegno a lungo termine, piuttosto che con campagne isolate.
A cura di Gabe Bullard
Tradotto da Vittoria Vardanega
Ogni anno in Svizzera lo spreco di cibo commestibile genera tra le 500’000 e le 700’000 tonnellate di emissioni di CO₂ equivalente.
Secondo l’UFAM, questo spreco rappresenta circa il 14% dell’impatto ambientale dell’intero sistema alimentare svizzero.
Il cibo buttato a livello domestico è particolarmente dannoso per il clima perché incorpora tutte le emissioni generate nelle fasi precedenti, dall’agricoltura alla trasformazione, dal trasporto alla refrigerazione.
Buttare un chilo di carne produce emissioni di gas serra da 20 a 30 volte superiori rispetto allo spreco di un chilo di verdure.
Fonti: UFAM; analisi del ciclo di vita dell’ETH di Zurigo; UNEP.
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