Guerra delle materie prime e promesse vuote: la pace di Trump non funziona in Congo
Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la pace, ma la violenza e l'avidità continuano a dominare la quotidianità nella Repubblica democratica del Congo, Paese ricco di materie prime. Nonostante la situazione precaria, la Svizzera continua a sostenere la popolazione, vittima di interessi geopolitici contrastanti.
“I bombardamenti continuano, ma non sappiamo chi lancia le bombe”, afferma Furaha Jumapili, una sfollata interna, a France 24. Infatti, il 5 dicembre 2025, un giorno dopo la firma a Washington dell’accordo di pace tra il Ruanda e la Repubblica democratica del Congo (RDC), la pace rimane un miraggio.
I bombardamenti hanno provocato la fuga di 10’000 persone, molte delle quali hanno cercato rifugio nei Paesi vicini. Alcune sono scappate in Ruanda, come hanno riferito le autorità locali di Kamanyola, una città sul confine nella regione di Walungu, nella provincia del Sud-Kivu, nell’est del Paese.
Pace solo sulla carta
È un ennesimo capitolo nel conflitto tra ribelli e truppe regolari, una guerra che dura dal 1998. Nel gennaio del 2025, la situazione è peggiorata dopo che il gruppo ribelle M23 ha preso il controllo della città di Goma, la capitale della provincia del Nord-Kivu. Secondo l’ONU e diversi Stati occidentali, il movimento è sostenuto dal Ruanda.
Poche settimane dopo, il movimento M23 ha preso il controllo anche di Bukavu, la capitale del Sud-Kivu. Le conseguenze saranno gravissime per la regione e per la missione dell’ONU MONUSCO. Il suo mandato è la protezione della popolazione e il rafforzamento delle istituzioni statali, un compito che le forze di pacekeeping non sono riuscite però ad adempiere.
Nel 2024, il Consiglio di sicurezza dell’ONU aveva deciso di ritirare progressivamente le truppe della missione. Dopo un iniziale ritiro, le forze di pace potrebbero rimanere più a lungo del previsto vista la precarietà della situazione nella RDC.
“L’accordo di Washington per la pace e la prosperità” è stato firmato il 4 dicembre 2025 sotto l’egida degli USA e con la presenza di Angola, Burundi, Kenya, Uganda e Togo. L’intesa si inserisce in una lunga serie di accordi che hanno mancato i loro obiettivi.
La spartizione delle miniere
L’accordo regola anche questioni economiche e garantisce agli Stati Uniti un accesso privilegiato alle terre rare della regione. Donald Trump non è però il solo a voler mettere le mani sulle miniere della RDC.
La Cina è di gran lunga il principale acquirente delle esportazioni minerarie, tra cui quelle di cobalto e rame. Le organizzazioni non governative (ong) criticano spesso le condizioni di estrazione perché violerebbero i diritti umani. Il vero motivo del conflitto è però lo sfruttamento illegale e non controllato delle miniere, occupate dalle truppe ribelli che si impossessano delle materie prime estratte, immettendole nelle catene di approvvigionamento globali.
Un problema che riguarda anche la Svizzera, come ricorda a swissinfo.ch Robert Bachmann dell’ong Public Eye: “In quanto piazza globale di primo piano per il commercio di materie prime, la Svizzera ha una grande responsabilità per quanto riguarda la riduzione dei rischi in questo settore. Purtroppo, le transazioni dei commercianti svizzeri di materie prime non sono sufficientemente trasparenti e non rispettano gli obblighi di diligenza”.
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Non funziona nulla, né le banche, né gli aeroporti
In Congo, circa sette milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa delle violenze legate allo sfruttamento delle risorse naturali. La situazione umanitaria è precaria e nel febbraio del 2025 la Svizzera ha messo a disposizione tre milioni di franchi per aiutare la popolazione più vulnerabile, a cui se ne sono aggiunti altri due nel maggio dello stesso anno.
Ma come sta la popolazione civile? Sarah Kyabu Ntambwe, attivista per la pace e i diritti delle donne e conosciuta come Mama Sarah, afferma che la situazione è diversa rispetto alle crisi precedenti. I movimenti M23 nell’est del Paese hanno instaurato una sorta di governo parallelo.
“Ma non funziona nulla, né le banche né gli aeroporti. La popolazione non può ritirare denaro, né viaggiare né fare ritorno alle proprie case”, afferma.
“È la popolazione a pagare il prezzo più alto”, sottolinea Kyabu, la cui organizzazione “Change your World” viene sostenuta dall’ONU. Infatti, l’attuale accordo di pace, compresa la cooperazione con il settore minerario, ignora la popolazione civile. L’obiettivo di Kyabu è aumentare la pressione su chi prende le decisioni. Inoltre, ricorda l’attivista, l’intesa dovrebbe proteggere le persone coinvolte e tutelare la dignità e i diritti delle persone.
“Cerchiamo di alzare la nostra voce, affinché le nostre rivendicazioni vengano ascoltate e siano integrate nel processo di pace”. Per farsi sentire, Kyabu raccoglie le testimonianze di donne e giovani nelle regioni colpite dal conflitto.
L’era di una politica internazionale “predatoria”
“Gli impegni per la pace non affrontano in modo efficace la dimensione regionale del conflitto, in particolare la questione dell’accesso alle risorse e la responsabilità della classe politica”, riassume Jean Bisimwa Balola.
Bisimwa è il responsabile del progetto dell’ong svizzera Heks/Eper nella Repubblica democratica del Congo. Dal suo ufficio, a Goma, il congolese cerca, tra l’altro, di garantire la sicurezza del suo personale. Purtroppo, tre colleghi sono stati uccisi nel febbraio 2025.
“La questione centrale sono le catene del valore aggiunto dei minerali strategici nella RDC, ma anche in Ruanda, Burundi o Uganda”, sostiene Jean Bisimwa Balola. “Infatti, queste interessano Paesi molto più potenti e sono la causa della guerra nei territori di produzione”.
Bisimwa ricorda il “contratto del secolo”, firmato nel 2007 dalla precedente amministrazione di Joseph Kabila (2001-2019) con la Cina. L’accordo prevedeva l’estrazione di cobalto e rame in cambio di investimenti infrastrutturali. Un’intesa che “a Washington non piaceva”, dice. Oggi, però, sono gli Stati Uniti stessi a mostrare interesse per un accordo sulle risorse minerali.
“Stiamo vivendo un’era in cui la politica orientata molto di più verso gli interessi economici, una politica predatoria, che non ha alcun riguardo per il rispetto dei diritti umani, delle regole della conduzione della guerra e del diritto umanitario internazionale”, dice Federico Riccio, responsabile del programma per l’Africa orientale di Heks/Eper.
Allo stesso tempo, il Congo non attira l’interesse dei media internazionali. “In Europa, si parla di Africa quasi solo in relazione alla migrazione; i riflettori sono puntati esclusivamente sull’Ucraina e su Gaza”, sostiene Riccio.
La Svizzera non ha abbandonato la popolazione di Bukavu
“Ascoltateci, dobbiamo vivere”: è l’appello che Jean Bisimwa raccoglie tra la sua gente durante la sua attività quotidiana sul campo. Nonostante la situazione sia molto precaria, la sua organizzazione cerca di restare al fianco della popolazione, così come fa anche la cooperazione svizzera.
“Lavoriamo per la popolazione e siamo presenti dove i bisogni sono maggiori. Per questo rimaniamo a Bukavu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, anche se la regione è ora occupata”, dice a swissinfo.ch Thomas Jenatsch, responsabile dell’Ufficio della cooperazione della Svizzera (DSC) a Bukavu.
“A differenza di altre organizzazioni, noi siamo rimasti anche dopo lo scoppio della guerra nel gennaio 2025. Ciò ci ha permesso di offrire subito e in maniera efficace il nostro sostegno umanitario” spiega Jenatsch.
Ma questo impegno viene anche apprezzato? Per Jean Bisimwa Balola, la presenza dell’aiuto umanitario in regioni particolarmente fragili ha un impatto che va ben al di là degli aspetti pratici. “Tale presenza infonde coraggio alla gente, perché non si sente abbandonata”.
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A cura di Marc Leutenegger
Traduzione di Luca Beti
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