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La lotta contro la tratta delle donne si organizza

Prostitute ma non per scelta - le vittime della tratta di esseri umani vanno protette in modo più deciso

(Keystone)

Diversi cantoni della Svizzera tedesca si mobilitano contro il traffico di esseri umani. Tra i primi risultati c’è l’assistenza alle vittime, che non vengono più espulse immediatamente.

A Berna, è operativo il nuovo «Servizio centrale di coordinamento tratta e traffico di esseri umani».

È un mondo opaco, come le tinte pesanti dei saloni dove i corpi si vendono: il traffico di esseri umani, sovente legato alla prostituzione, è molto difficile da distinguere e scoprire.

Difficile fare dei numeri, le stime sono molto vaghe. Si va dalle 1500 alle 3000 donne che arriverebbero in Svizzera ogni anno, vittime di un traffico internazionale. Dalle 120'000 alle 500'000: tante dovrebbero essere le donne provenienti dai paesi dell’Est e vendute nell’Europa occidentale.

Dal 1960 in Svizzera, il traffico di esseri umani è teoreticamente condannato dal Codice penale. Ma solo il 5% circa dei casi arriva in tribunale e sfocia in una condanna. Una percentuale che, secondo l’avvocato zurighese Marcel Bosonnet, dovrebbe addirittura essere vista al ribasso.

«In tutta la Svizzera, dal 1960 ci sono stati solo quindici verdetti», ha dichiarato Bosonnet durante un dibattito tenutosi a Zurigo nella prima settimana d’ottobre. «Bisogna quindi domandarsi: le statistiche sono giuste? O c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema giudiziario?»

Autorità informate in modo insufficiente

Una delle spiegazioni possibili a questa situazione è l’ignoranza delle autorità incaricate di perseguire questo genere di reati. «Non abbiamo ancora dei giudici istruttori specializzati nel commercio di esseri umani», fa notare amareggiato Bosonnet.

L’avvocato denuncia inoltre il «mito» secondo il quale il traffico di donne immigrate è legato al mondo della criminalità organizzata. «In realtà», spiega Bosonnet, «ci troviamo di fronte a strutture molto più piccole».

Secondo l’avvocato, i trafficanti conoscono le donne e le loro famiglie nei paesi d’origine, fatto questo che permette loro di esercitare delle pressioni se la vittima prova ad intentare una procedura penale in Svizzera.

La paura dell’espulsione

Ma, hanno fatto notare gli esperti riuniti a Zurigo, c’è un’altra paura che fa desistere le vittime dall’idea di deporre davanti alla giustizia: uscendo allo scoperto rischiano di essere allontanate dalla Svizzera.

«Queste donne non vengono considerate come vittime per il semplice fatto che non hanno le carte in regola per restare nel nostro paese», denuncia Marianne Schertenleib, del Centro d’informazione per donne immigrate (FIZ) di Zurigo.

«Quando la polizia le scopre – per esempio nel corso dei controlli che avvengono all’interno dei cabaret – avvia immediatamente una procedura d’espulsione. Da vittime vengono trasformate in criminali».

Spesso traumatizzate, queste donne non hanno nemmeno il tempo di rimettersi che si ritrovano già su un aereo, racconta l’assistente sociale. Per la Schertenleib si tratta di una procedura crudele, aggravata dal fatto che i veri responsabili della situazione restano impuniti.

Autorizzare il soggiorno

Il Rapporto federale sulla tratta degli esseri umani in Svizzera (2001), seguito ad un postulato della socialista bernese Ruth-Gaby Vermont-Mangold, raccomandava di concedere dei permessi di soggiorno in tre tappe.

Dapprima bisognerebbe concedere un periodo di riflessione di tre mesi alle vittime, poi bisognerebbe concedere un’autorizzazione di soggiorno per il periodo limitato alla durata della procedura penale e infine prolungare senza limiti l’autorizzazione per motivi umanitari.

L’accordo è possibile

«È il punto più contestato di tutte le proposte recenti», fa notare Stephan Libiszewski, che dirige il Servizio centrale di coordinamento tratta e traffico di esseri umani(SCOTT), varato dalla Confederazione nel mese di gennaio del 2003.

«Tuttavia è possibile trovare un accordo su certi elementi. Ad esempio sulla necessità di non espellere subito le vittime del traffico di esseri umani, o anche sull’opportunità di prolungare il permesso di soggiorno per chi decide di testimoniare, a patto che si tratti di persone che non siedono sul banco degli imputati».

Stephan Libiszewski fa inoltre notare che la possibilità di concedere dei permessi di soggiorno eccezionali esiste già oggi. Una possibilità che però i cantoni sfrutterebbero molto raramente.

Tavole rotonde per aumentare la collaborazione

Per meglio sfruttare le possibilità già esistenti, il Centro d’informazione per donne immigrate di Zurigo (FIZ) ha organizzato, nell’agosto 2001, una tavola rotonda che ha riunito i rappresentanti della giustizia, della polizia, delle associazioni d’aiuto alle vittime e dei rappresentati degli uffici per le pari opportunità.

I risultati di questa cooperazione non si sono fatti attendere. La polizia e la giustizia zurighesi hanno chiesto al FIZ di occuparsi delle vittime. In passato quest’ultime erano espulse immediatamente. Anche i cantoni di Berna, Lucerna e Basilea stanno tentando di andare nella stessa direzione.

Stephan Libiszewski è fiducioso: «Siamo agli inizi di un processo di scambio d’esperienze tra i cantoni. Ci vorrà del tempo, ma siamo sulla buona strada».

A collaborare con il FIZ ci sono inoltre i clienti delle prostitute, che a volte chiamano per dire che hanno visto delle donne rinchiuse in quello o in quell’altro bordello. «Ma questi testimoni –consumatori», si dispiace Marianne Schertenleib, «non si pongono mai la questione dell’ambiguità del loro ruolo».

Definizione allargata

Da un punto di vista legale, gli esperti attendono con impazienza la revisione del Codice penale, atto che potrebbe migliorare la sorte delle vittime.

Il traffico di esseri umani non dovrebbe più essere limitato allo sfruttamento sessuale, ma anche a quello economico, sfruttamento a cui sono sottoposte numerose donne delle pulizie o domestiche provenienti da paesi lontani.

swissinfo, Ariane Gigon Bormann, Zurigo
(adattamento dal francese, Doris Lucini)

Fatti e cifre

Da 1500 a 3000 l’anno: le donne che sarebbero vittime in Svizzera del traffico di esseri umani
Da 120'000 a 500'000: le donne dei paesi dell’Est vendute in Europa occidentale
1% al massimo: i casi denunciati in Svizzera
5%: i processi che sfociano in una condanna

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In breve

L’articolo 196 del Codice penale sulla tratta degli esseri umani è in vigore dal 1960 e sancisce che:

1) Chiunque, per favorire l’altrui libidine, esercita la tratta di esseri umani, è punito con la reclusione o con la detenzione non inferiore a sei mesi;

2) Chiunque compie atti preparatori per la tratta di esseri umani, è punito con la reclusione sino a cinque anni o con la detenzione;

3) In tutti i casi, il colpevole è inoltre punito con la multa.

In seguito allo sconsolante Rapporto sulla tratta degli esseri umani in Svizzera (2001), l’Ufficio federale di polizia ha istituito il Servizio centrale di coordinamento tratta e traffico di esseri umani (SCOTT). Il Servizio è in funzione dal gennaio 2003.

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