Brigitte veglia sugli svizzeri del sud del Libano
Durante la guerra del luglio 2006 tra Israele e Hezbollah, Brigitte Schwaab-Hayer era in prima linea come persona di contatto dell'ambasciata svizzera per il sud del Libano. Ritratto di una cittadina del mondo che sa mantenere il sangue freddo.
«Qualche giorno dopo l’inizio dei bombardamenti, gli israeliani hanno distrutto un ponte proprio vicino a casa nostra. L’esplosione è stata così potente che i timpani mi hanno fatto male tutto il giorno. In quel momento ho avuto paura, ma poi mi sono ripresa, ho riafferrato il telefono e ho continuato ad occuparmi dei miei svizzeri».
Persona dal carattere ben temprato, umile ma con un sorriso sempre pronto, Brigitte Schwaab-Hayek ne ha viste di tutti i colori dal suo arrivo in Libano dodici anni fa.
La donna vive con con suo marito Claude e suo figlio Frédéric a Maghdouché, il più grande villaggio cristiano del sud del Libano, a qualche chilometro da Saïda. Dal 2003 fa parte di una rete di persone di contatto tessuta dall’Ambasciata svizzera nel paese per aiutare i cittadini elvetici in caso di difficoltà.
Durante la guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah, ha trascorso le sue giornate al telefono coi circa 100 svizzeri intrappolati nel suo settore per guidarli in vista di un’evacuazione o, semplicemente, per cercare di tranquillizzarli. Ma come si è ritrovata questa bernese d’origine a fare da tramite fra l’ambasciata e i suoi compatrioti bloccati, come lei, sotto una pioggia di bombe?
Le prime valigie a sei settimane
Brigitte Schwaab-Hayek ha fatto fagotto per la prima volta nella sua vita all’età di sei settimane: destinazione Cartagine, dove suo padre, di professione geologo, lavorava all’estrazione del petrolio tunisino. Appena soffiate sei candeline, approda in Italia, dove resterà per tre anni, poi a Londra, dove la famiglia soggiornerà per un decennio.
«Ho sempre studiato in licei francesi, ma a casa parlavamo svizzero-tedesco», ricorda Brigitte. Il destino della giovane donna è quindi tracciato: seppur plasmata da valori svizzeri, sarà una cittadina del mondo, a suo agio dappertutto.
«Da buoni svizzeri prudenti, i miei genitori hanno voluto che io e mia sorella ritornassimo in patria per studiare», osserva con un sorriso. Nel 1980 inizia così un nuovo capitolo nella sua vita: si iscrive alla Scuola di alti studi commerciali di Losanna e vive nella casa per studenti del Centro universitario cattolico della città.
Il matrimonio e poi il Libano
È qui che conoscerà l’uomo che sposerà… 13 anni più tardi. «Claude aveva lasciato Maghdouché in piena guerra. Studiava fisica alla Scuola politecnica federale di Losanna. Per un anno intero ci siamo incrociati nella casa per studenti».
Il tempo vola e dopo una carriera di responsabile acquisti, segnatamente alla clinica Cécile di Losanna, nel destino di Brigitte ci sono ancora una volta le valigie. Un incontro fortuito con Claude la conduce al municipio di Lutry, dove si sposa nel 1996.
Partono per il Libano lo stesso anno: «Per me era come cambiare città, racconta Brigitte. Non avevo alcun timore».
Coabitare con le bombe
A Maghdouché, tuttavia, la sua vita quotidiana è ritmata dai bombardamenti israeliani sui villaggi sciiti dei dintorni. «Ho imparato molto velocemente a vivere in un paese dove non si cede facilmente al panico. È terribile dirlo, ma a queste cose ci si abitua».
Dopo qualche anno di calma con la fine dell’occupazione israeliana nel 2000, la guerra del 2006 prende tutti alla sprovvista.
«L’ambasciata mi ha immediatamente chiesto di contattare gli svizzeri che vivevano in questa regione», ricorda Brigitte. I bombardamenti sono così intensi che durante il giorno la famiglia si trasferisce dai suoceri al pianterreno, meno esposto ai pericoli.
«Lavoravo 12 ore al giorno in un piccolo ufficio improvvisato, racconta. Dovevo far fronte a situazioni terribili, come una giovane donna bloccata coi suoi due bambini in tenera età in un villaggio preso d’assalto dall’esercito israeliano».
Evacuazione
«Alcuni dei nostri compatriori riuscivano a mantenere la calma. Altri invece si facevano prendere dal panico ed era molto difficile dire loro che la sola cosa da fare era aspettare, aspettare e ancora aspettare sotto le bombe e di tenersi pronti a partire. Quando un battello poteva finalmente accostare, li chiamavo per avvertirli: ‘È giunto il momento, avete trenta minuti, andate! Era veramente pazzesco!».
Brigitte vivrà questo inferno per tre settimane, riuscendo a guidare verso i luoghi di evacuazione la maggioranza degli svizzeri bloccati nella regione. «Verso la fine del conflitto la situazione si è un po’ calmata ed è solo in questo momento che mi sono chiesta: ‘Ed io? Cosa ci faccio ancora qui con mio figlio?’».
Qualche giorno dopo, Brigitte e Frédéric, 10 anni, partono a loro volta su una fregata con l’ultimo gruppo di 22 svizzeri evacuati. Un mese e mezzo più tardi sarà di ritorno a Maghdouché.
swissinfo, Pierre Vaudan, Maghdouché, Libano
(traduzione di Daniele Mariani)
Nel 2003 la ministra degli esteri svizzera Micheline Calmy-Rey ha chiesto alle ambasciare di predisporre delle misure per facilitare eventuali operazioni d’evacuazione in caso di crisi.
In Libano l’ambasciata ha deciso di creare una rete di persone di contatto svizzere o con la doppia nazionalità incaricate di fare da tramite coi cittadini elvetici in caso di difficoltà. In altri Stati è invece stato nominato un responsabile per gestire queste situazioni.
Durante la guerra del luglio 2006, circa un migliaio di persone sono state aiutate dall’ambasciata di Beirut.
La guerra è scoppiata dopo un attacco contro una pattuglia israeliana da parte dei miliziani di Hezbollah il 12 luglio 2006.
Otto soldati di Tsahal erano stati uccisi e altri due rapiti. Durante la guerra, durata 33 giorni, hanno perso la vita più di 1’000 civili libanesi e 160 israeliani.
Il 16 luglio 2008, il governo israeliano ha scambiato cinque detenuti libanesi appartenenti a Hezbollah con le salme dei due militari catturati dal movimento sciita.
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