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Democrazia diretta in Svizzera

Calmy-Rey tra provocazioni diplomatiche e perplessità

La ministra degi Affari esteri durante il discorso tenuto in occasione della tradizionale giornata del corpo diplomatico elvetico Keystone

Davanti ai suoi ambasciatori, la ministra degli Affari esteri ha evocato un ipotetico dialogo con Osama Bin Laden, creando sconcerto. Questione di retorica, assicura il suo dipartimento. Stonatura o calcolo politico? Il parere degli esperti.

E’ successo lunedì scorso, davanti al corpo diplomatico elvetico. In un discorso di diciotto pagine, la consigliera federale Micheline Calmy-Rey promuove il dialogo come strumento centrale della politica estera svizzera.

Nel suo discorso, la direttrice del Dipartimento federale degli Affari esteri (DFAE) si chiede se sia giusto ascoltare i “moralisti” e i “benpensanti” – correndo così il rischio di non compiere passi avanti – o se non sia piuttosto auspicabile “cercare il dialogo senza discriminazioni – a costo di sedersi attorno ad un tavolo con Osama Bin Laden”.

In quattro e quattr’otto l’idea fa scorrere fiumi di inchiostro sui media. “La Svizzera perora il dialogo con Bin Laden” titola il settimanale francese “Nouvel Observateur”. “La ministra degli Affari esteri svizzera pronta a sedersi al tavolo con Bin Laden” evidenzia il quotidiano “Le Monde”.

L’agenzia di stampa AFP (Agence France Presse) si spinge oltre parlando di un tabù infranto. La Svizzera sarebbe il primo paese democratico a ipotizzare un dialogo con Bin Laden. Il dispaccio dell’agenzia, tradotto in diverse lingue, attraversa le frontiere e arriva anche nei paesi arabi.

Martedì, in un clima arroventato dalla polemica, il DFAE pubblica una nota di chiarimento: la responsabile del dipartimento ha posto la questione di un ipotetico dialogo con Osama Bin Laden in termini squisitamente retorici.

“Non ha mai detto – si legge nella nota – né di voler favorire un tale dialogo, né l’ha mai proposto. Per porre fine alla polemica, per il DFAE un dialogo con Osama Bin Laden è fuori discussione”.

L’uso dell’ “esempio estremo”

Ma allora, si tratta di una nota stonata o di un calcolo? Ex ambasciatore e professionista della comunicazione, Raymond Lorétan ritiene che la ministra abbia voluto scuotere le menti. Ha voluto insistere “sul dialogo e sul ruolo della mediazione, indispensabile per creare dei ponti. Ha fatto capo ad un esempio estremo, certamente non buono”.

Per l’ex diplomatico siamo di fronte alla classica stecca: “La riflessione è stata estrapolata dal contesto della conferenza. E, osservando le reazioni, questa affermazione è stata senza dubbio infausta. Il DFAE ha fatto bene a rettificare”.

Raymond Lorétan non crede alla versione del calcolo politico. Secondo lui, la diplomazia svizzera e la sua più alta responsabile, non hanno cercato di profilarsi nei paesi arabi. “Si è trattato di una provocazione estrema per smuovere le acque e per rispondere indirettamente alle critiche su due operazioni: Colombia e Iran. Tutto qui”.

Così proprio non si fa

Yves Besson – ex funzionario del DFAE e specialista del Medioriente – è stupito nel constatare che il nome di Bin Laden figura sulla versione scritta del discorso ministeriale. “Nel testo scritto che viene distribuito, sono cose che davvero non si dovrebbero mai fare”!

Precisa inoltre che la redazione di un tale discorso non è codificato. “Tutto dipende dal capo del dipartimento. Può fare circolare il testo in cerchie molto ristrette o appena più ampie. Ma può anche decidere di non farlo circolare del tutto. Apparentemente in questo caso il testo non ha fatto molto strada, in caso contrario non sarebbe passato così”.

Per Yves Besson le parole “oltraggiose” della consigliera federale, in realtà intendevano sottolineare “in famiglia” un’idea: possiamo parlare con tutti. “Secondo me dietro a tutto ciò non ci sono calcoli. Non c’è assolutamente niente”.

Pierre de Senarclens ha invece il dente più avvelenato. Professore onorario in relazioni internazionali all’Università di Losanna, ritiene che le parole di Micheline Calmy-Rey “non siano necessariamente un passo falso. Lei crede che sia possibile negoziare con qualsiasi attore politico, indipendentemente da chi sia”.

Dare un’immagine distorta

Secondo De Senarclens il DFAE ha fatto bene a correggere il tiro. “Penso che i diplomatici che circondano Micheline Calmy-Rey, siano a tratti preoccupati dalle iniziative da lei intraprese. Il dipartimento ha forse corretto un’associazione di idee – probabilmente già preparata in anticipo – che non era adeguata”.

Il rischio è di dare l’immagine di un paese, il cui ministero degli Affari esteri è diretto da una persona che non misura la portata dei problemi posti dal terrorismo di Bin Laden. Per il professore è in effetti “molto difficile, illusorio e assurdo negoziare con Bin Laden, che aderisce ad una corrente essenzialmente patologica e che rivendica una forma di pensiero al di là di ogni logica”. Non è invece il caso, per esempio, di movimenti come Hamas o Hezbollah.

Kamel Dhif, responsabile della redazione araba di swissinfo, ha constatato che la maggioranza dei media di lingua araba hanno ripreso il dispaccio di agenzia dell’AFP; alcuni di loro hanno successivamente pubblicato anche il chiarimento del DAFE, nulla più.

Per quanto riguarda i commenti dei lettori sulle piattaforme di informazione, sono sati diversi e di segno opposto: “Ciò che sicuramente resterà nella memoria dell’opinione pubblica araba – aggiunge Dhif – è che in un mondo con un unico polo, la Svizzera è differente. Fra dieci anni, forse, alcuni si ricorderanno di questo episodio”.

Qualche sorriso, e il caso è chiuso

Secondo Yves Besson la stonatura politica non avrà nessun impatto sull’attività diplomatica svizzera nella regione. “Le parole avranno sicuramente stupito il mondo istituzionale arabo. Probabilmente al prossimo cocktail, o alla prossima cena a cui saranno invitati dei diplomatici svizzeri, la questione sarà sollevata da qualche omologo arabo, con un sorrisino sulle labbra. Ma tutto finisce qui”.

“Se diventa di dominio pubblico, la questione può provocare qualche sorriso e attirare un po’ l’attenzione. Ma – aggiunge Besson – non è proprio il caso di attribuire a questa storia più importanza del necessario”. Semmai, aggiunge Lorétan, è la credibilità di Micheline Calmy-Rey a rischiare di patire, ma non quella della Svizzera. “Poteva dire esattamente la stessa cosa, ma in modi diversi”.

L’ex ambasciatore osserva infine che “in Svizzera si confonde la diplomazia segreta da quella pubblica. Non si deve dire tutto. Ci sono cose che vanno fatte, senza comunicarlo. E in questo ambito i passi falsi sono piuttosto ricorrenti….”

swissinfo, Pierre-François Besson
(traduzione e adattamento da francese Françoise Gehring)

La coesistenza pacifica tra i popoli è uno dei cinque obiettivi della politica estera svizzera. In questo contesto, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) si impegna a favorire il dialogo, compreso con alcuni gruppi islamiti.

La Svizzera è attualmente l’unico Stato occidentale che, di fatto, ha deciso di non isolare il movimento islamico palestinese di Hamas.

La ministra degli Affari esteri Micheline Calmy-Rey è stata recentemente criticata su diversi dossier, come quelli concernenti la Colombia e l’Iran, dove ha presenziato in occasione della firma di un contratto di fornitura di gas tra un’azienda svizzera e lo Stato iraniano.

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