L’UDC, un partito che può permettersi quasi tutto. E che in Svizzera continua a vincere
L'Unione democratica di centro è all'apice della sua forza. A un anno dalle elezioni federali, il partito è più forte che mai. Può permettersi di commettere anche qualche pasticcio senza subirne conseguenze elettorali o addirittura continuando a crescere. Ma non mancano le insidie. Analisi.
Il 9 dicembre il Parlamento eleggerà un nuovo membro del Consiglio federale. Il presidente della Confederazione e ministro dell’economia Guy Parmelin lascerà infatti il Governo. La ricerca di un successore ha messo in difficoltà un partito che, per il resto, gode di un consenso senza precedenti. Per settimane l’UDC non è stata in grado di presentare candidate e candidati credibili per la successione.
“Il primo partito del Paese appare completamente spiazzato e non sembra aver preparato la successione del politico vodese in seno al Consiglio federale, nonostante le sue dimissioni non siano state una sorpresa”, ha scritto il giornale romando Le TempsCollegamento esterno.
Un seggio romando in bilico
Alla fine, sono emerse otto candidature, ma molte figure di spicco del partito hanno rinunciato. Soprattutto, solo due provengono dalla Romandia, nonostante con la partenza di Guy Parmelin si liberi un seggio tradizionalmente attribuito a un rappresentante francofono. Finora, infatti, la consuetudine vuole che la Svizzera francese disponga di almeno due posti in Governo.
Per l’UDC, però, la Svizzera romanda non rappresenta una roccaforte elettorale. “Il partito è forte soprattutto nella Svizzera tedesca ed è anche guidato da lì”, osserva il politologo Sean Müller dell’Università di Berna. Di conseguenza, nelle regioni francofone manca quel bacino di personalità che soddisfano i requisiti del Parlamento.
In linea generale, sono richieste esperienza dirigenziale o di Governo, idealmente in un Esecutivo cantonale, nonché una rete di contatti a Berna a livello federale: gli ex o attuali membri del Consiglio nazionale o del Consiglio degli Stati hanno maggiori possibilità.
Le figure più forti non sono necessariamente eleggibili
È importante anche una certa prevedibilità politica. “Chi si candida al Consiglio federale dovrebbe aver dimostrato di essere disposto al compromesso. Inoltre, dovrebbe saper sostenere in modo collegiale le decisioni governative, anche se contrarie alle proprie convinzioni”, spiega Corina Schena, politologa presso l’istituto di ricerca gfs.bern.
Riguardo alla rosa dei candidati, osserva: “Le figure più moderate dell’UDC hanno rinunciato oppure non sono ben viste dalla dirigenza del partito”. Questo è il dilemma di un partito polarizzante: le sue figure di spicco sono spesso quelle più divisive. La domanda a cui ora dovrà rispondere l’UDC è “se coloro che, dal punto di vista del partito, sono i più adatti, siano effettivamente eleggibili dall’Assemblea federale”, afferma Schena.
Dopo le audizioni interne al partito, una commissione di selezione inserirà due o tre candidati nella lista. Verrà valutata la loro fermezza sui temi centrali dell’UDC: migrazione e Unione Europea. Il nuovo consigliere federale del partito dovrà difendere con decisione anche in futuro il deciso “no” agli Accordi bilaterali III con l’UE. Non davanti al popolo, ma almeno nella cerchia ristretta del Governo.
Nessun candidato senza punti deboli
Tra le candidature spiccano cinque figure. La consigliera nazionale ginevrina Céline Amaudruz è l’unica donna in corsa. Tuttavia, sembra godere di scarse simpatie tra i vertici del partito e il suo passato nel mondo finanziario ginevrino suscita una certa diffidenza. Il suo unico concorrente romando, il consigliere di Stato del Giura bernese Pierre Alain-Schnegg, potrebbe scalzarla dalla rosa finale dei candidati.
Ma anche questo esperto membro del Governo cantonale bernese non manca di suscitare perplessità: ha 64 anni, appartiene a una Chiesa evangelica libera e incarna valori ultraconservatori. Il capogruppo UDC alle Camere federali, Thomas Aeschi, è il peso massimo tra i candidati, ma è considerato un falco della destra e difficilmente riuscirebbe a raccogliere una maggioranza in Parlamento.
Il consigliere di Stato argoviese Jean-Pierre Gallati, invece, gode di un certo consenso in Parlamento, ma all’interno del partito si scontra con quelle frange che hanno criticato la strategia federale sul Covid o che simpatizzano con la Russia. Rimane l’ex presidente del partito Marco Chiesa, oggi consigliere agli Stati ticinese. Contro di lui gioca però il fatto che in Consiglio federale vi è già un rappresentante della Svizzera italiana, il ministro degli esteri Ignazio Cassis. Mai nella storia della Svizzera moderna vi sono stati due ticinesi in Governo.
Una prova del fuoco tra Svizzera tedesca e Romandia
“L’ampliamento della rosa dei candidati nella Svizzera tedesca può essere chiaramente interpretato come un attacco alla candidatura di Céline Amaudruz”, afferma Corina Schena. “Non è chiaro se il bersaglio sia lei stessa o se le aspirazioni della Romandia vengano subordinate ad altre priorità”. Per la politologa una cosa è certa: “Se dovesse prevalere un candidato della Svizzera tedesca, molti membri del partito delle regioni francofone si sentirebbero scavalcati”.
Anche Sean Müller lancia un monito: “Se nessun candidato della Romandia dovesse entrare nella rosa finale, oppure se vi figurasse soltanto Pierre Alain-Schnegg come candidatura di facciata, l’UDC correrebbe il rischio di disconoscere l’intera Svizzera occidentale”.
Il partito può permetterselo
Perché l’UDC si espone in questo modo? La risposta più ovvia è perché può permetterselo. Nei sondaggi sfiora la soglia del 30% e nelle elezioni cantonali continua regolarmente a strappare seggi agli altri partiti. E potrebbe crescere ancora: l’obiettivo dichiarato è conquistare altri 100’000 elettori ed elettrici.
“Dispone di una macchina elettorale che funziona alla perfezione, con persone molto motivate, disposte anche a scendere in piazza per il partito. La nuova generazione c’è e i temi fanno presa”, afferma Sean Müller.
A ciò si aggiunge un clima politico sempre più conservatore e orientato alla sicurezza, che tende a fidelizzare automaticamente il suo elettorato tradizionale. Asilo, immigrazione ed Europa, i temi cardine dell’UDC, continuano a fare da traino. Anche nella Romandia, generalmente più aperta al mondo, il partito ha registrato una forte crescita, così come in Ticino, raggiungendo ormai circa il 20% dell’elettorato.
Secondo Corina Schena, dietro questo successo c’è però anche un intenso lavoro politico. Il partito riesce infatti a collegare sistematicamente le preoccupazioni quotidiane della popolazione ai suoi pochi temi centrali. “C’è un grande lavoro di elaborazione strategica dietro a tutto questo. Riuscire a spiegare l’aumento dei premi di cassa malati con l’immigrazione è una prestazione notevole”.
L’UDC gode inoltre di una forte popolarità tra i giovani uomini di orientamento conservatore. “La sua visione tradizionale dei ruoli piace molto a questo segmento dell’elettorato”, osserva Schena. Questo consente al partito di trascurare alcune rivendicazioni femminili senza pagarne eccessivamente il prezzo: ciò che perde in termini di consenso tra le donne viene compensato dal sostegno dei giovani uomini.
Il nemico è ora all’interno
Ora si tratta di raccogliere i frutti. Nel mirino dell’UDC ci sono soprattutto quei segmenti della popolazione che tradizionalmente si sentono lontani dalla politica. Per conquistarli, il partito ha ulteriormente inasprito i toni. “La sinistra e i traditori della patria stanno distruggendo la nostra Svizzera”, recita uno degli slogan elettorali. In questo modo colloca il nemico all’interno del Paese.
Il presidente dell’UDC Marcel Dettling parla di “massa” e “marmaglia” quando si riferisce a “quelli di sinistra”. Il consigliere federale socialista Beat Jans viene invece sistematicamente attaccato per la sua politica d’asilo. “Questa veemenza e questa scelta lessicale sorprendono”, afferma Sean Müller. L’attenzione rivolta a un nemico interno sarebbe in realtà molto poco svizzera. Corina Schena vede dietro questa nuova immagine del nemico un chiaro messaggio: “Chi ha paura di perdere il proprio benessere si sente interpellato da questo messaggio”.
La domanda è se il partito riuscirà a cavalcare l’onda fino alle elezioni dell’ottobre 2027. Le risorse economiche ci sono e non manca certo il know-how politico. Nonostante il ritiro dalla politica attiva, l’ex leader storico del partito, Christoph Blocher, continua a sostenere l’UDC in veste di mecenate. E non è il solo.
All’interno emergono linee di frattura
Proprio Christoph Blocher, tuttavia, negli ultimi tempi ha commesso un errore di valutazione. Lui e l’ala del partito più vicina alle posizioni russe, divenuta via via più influente, hanno dovuto constatare durante la campagna sull’iniziativa per la neutralità che la base dell’UDC nutre poche simpatie per Vladimir Putin. Se il partito dovesse indebolire il finanziamento dell’esercito svizzero, rischierebbe di alienarsi non solo il sostegno dei numerosi ufficiali che gli sono vicini, ma anche quello di una generazione cresciuta durante la Guerra fredda.
Anche Sean Müller vede nei toni sempre più aspri un rischio. Recentemente, un parlamentare cantonale dell’UDC zurighese ha attaccato la polizia sui social media con commenti omofobi e misogini. “Se l’UDC viene associata all’omofobia, all’estremismo o alla volgarità, la situazione può diventare pericolosa per il partito”, afferma.
Per Corina Schena, i rischi più significativi si trovano all’interno dell’UDC stessa: nelle tensioni tra Svizzera tedesca e Romandia e nelle divergenze sulla Russia. “Su una questione così importante, sia la base sia la dirigenza del partito stanno prendendo direzioni diverse”, osserva.
Il nuovo consigliere federale dell’UDC – è improbabile che sia una donna – potrebbe quindi trovarsi ad affrontare un compito particolarmente delicato: ricucire le fratture che la sua stessa elezione avrà contribuito ad aprire all’interno del partito.
Articolo a cura di Samuel Jaberg
Tradotto dal tedesco e verificato da Daniele Mariani
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