“La politica estera svizzera resta importante per noi svizzeri all’estero”
Ha studiato nel Regno Unito e insegna a Bristol, ma rimane strettamente legato alla vita politica svizzera: per Toby Matthiesen votare è una cosa naturale. In questo contributo spiega perché.
“Anche se vivo all’estero da ormai 20 anni, non ho mai perso il contatto con il mio Paese d’origine. Torno regolarmente in Svizzera e mi interesso molto di politica. Frequento anche spesso altre persone che condividono questo interesse.
Inoltre, ho parenti e amici nella Confederazione e mi capita anche, di tanto in tanto, di recarmi nel Paese per motivi professionali. Il mio ambito di specializzazione accademica è il Medio Oriente, in particolare la regione del Golfo. Per questo mi capita di fornire informazioni ai media e, occasionalmente, di consigliare le autorità federali o il Parlamento. Ma mi interessa anche, più in generale, la politica estera svizzera.
Il diritto di voto non è una cosa scontata
Mantengo quindi un rapporto molto stretto con la politica elvetica. Come cittadino svizzero residente all’estero, sono innanzitutto grato di poter continuare a votare nonostante sia espatriato. Non è una cosa ovvia e non tutti i Paesi concedono questo diritto.
Negli ultimi tempi, diversi oggetti di portata nazionale hanno riguardato direttamente le relazioni della Svizzera con il resto del mondo: l’iniziativa per una Svizzera da 10 milioni di abitanti, l’iniziativa sulla neutralità o quella per multinazionali responsabili, per esempio.
Vi sono anche temi legati all’ambiente nei quali la Svizzera svolge un ruolo importante a livello mondiale, in particolare a causa del commercio delle materie prime o della sua piazza finanziaria. Sono convinto che tutti i temi sottoposti a votazione a livello nazionale ci riguardino in un modo o nell’altro.
Ecco perché ritengo legittimo e giusto che le persone con un’esperienza internazionale partecipino alle elezioni e alle votazioni. Sanno infatti come funzionano le cose altrove, quali aspetti del sistema svizzero danno buoni risultati e quali potrebbero essere migliorati.
In gioco vi è lo status giuridico di molti svizzeri all’estero
La mia esperienza professionale mi ha permesso di comprendere quali sacrifici alcune persone siano disposte a fare per ottenere un cambiamento democratico, nella speranza di conquistare un giorno ciò che a noi appare acquisito. È per questa ragione che cerco di partecipare a ogni votazione.
La politica estera svizzera, e in particolare le relazioni con l’Europa, rivestono un’importanza speciale, perché oltre la metà degli svizzeri e delle svizzere all’estero vi risiede. Se improvvisamente dovessimo porre fine agli accordi bilaterali, sarebbe messa a rischio anche la situazione giuridica di queste persone che vivono in Europa.
Il voto elettronico è di grande importanza
Non si tratta di una semplice ipotesi: la Brexit ne ha fornito un esempio concreto. Quando un Paese modifica il proprio status, il periodo di transizione è quasi inevitabilmente accompagnato da incertezze. Ciò ha riguardato anche gli svizzeri residenti nel Regno Unito, che hanno dovuto presentare domanda per ottenere lo “Settled Status” (status di residente permanente).
Questo aspetto è stato poco considerato nel dibattito sulla Svizzera da 10 milioni di abitanti. Ma tornerà al centro dell’attenzione quando si discuterà dei nuovi accordi bilaterali con l’Unione Europea.
È anche per questi motivi che ora ricopro la carica di delegato eletto al Consiglio degli svizzeri all’estero. Uno dei nostri temi principali è il voto elettronico. Nel cantone di Berna, dove sono iscritto, era già stato reso disponibile in passato e ne attendiamo il ritorno. In Europa il servizio postale funziona generalmente bene, ma in altre regioni del mondo spesso la posta non arriva in tempo.
Anche lo Stato ha delle responsabilità
A volte, quindi, esiste un divario tra il nostro diritto alla partecipazione politica e i mezzi concreti di cui disponiamo per esercitarlo. Ritengo che i diritti politici di cui godiamo comportino anche determinati obblighi per lo Stato.
Un’altra disparità riguarda inoltre la rappresentanza degli svizzeri all’estero. Vorremmo essere maggiormente rappresentati in Parlamento, secondo una logica che potrebbe essere riassunta così: la Quinta Svizzera dovrebbe essere trattata come un Cantone a tutti gli effetti. Si tratta di una rivendicazione di lunga data che, considerate le attuali maggioranze politiche e per ragioni costituzionali, non è realistica nell’immediato.
Di conseguenza, le persone svizzere residenti all’estero eleggono i propri rappresentanti al Consiglio nazionale e, in circa metà dei Cantoni, anche al Consiglio degli Stati. Tuttavia, chi viene eletto non ha il compito specifico di tutelare gli interessi della Quinta Svizzera: rappresenta anzitutto il proprio elettorato cantonale e la formazione politica di appartenenza. Inoltre, il diritto di voto e di candidatura a livello cantonale è riconosciuto solo in circa metà dei Cantoni.
Le questioni locali hanno meno importanza
Per quanto riguarda i nostri diritti politici, mi sembra coerente che possiamo votare ed eleggere rappresentanti solo a livello cantonale e nazionale, e non a livello comunale. Come ristrutturare una scuola? Quale tracciato scegliere per una pista ciclabile? A seconda della distanza o del tempo trascorso all’estero, queste questioni perdono effettivamente ogni rilevanza.
Eppure, spesso si sottovaluta quanto rimangano legati al proprio Paese molti svizzeri residenti all’estero. Molti possiedono beni immobili, aziende o altre partecipazioni. Pagano le imposte fondiarie, hanno versato a lungo i contributi all’AVS e all’assicurazione malattia, versano l’imposta alla fonte sui dividendi o sul secondo pilastro. Inoltre, alcune persone trascorrono parte dell’anno in Svizzera, dove contribuiscono all’economia e pagano l’IVA. L’argomento secondo cui chi non paga non dovrebbe avere voce in capitolo non mi convince. Ogni percorso di vita è diverso.
Gli svizzeri all’estero non costano somme astronomiche
D’altra parte, la Svizzera realizza anche dei risparmi quando giovani come me vanno a studiare all’estero o quando persone anziane vi si trasferiscono. In alcuni casi, queste ultime possono non percepire più prestazioni complementari. E nemmeno noi riceviamo un gran numero di prestazioni.
Disponiamo di un’offerta informativa tramite Swissinfo, l’Organizzazione degli svizzeri all’estero riceve un finanziamento e i servizi consolari generano alcuni costi. Ma nulla di tutto ciò rappresenta una voce di spesa rilevante nel bilancio pubblico.
Se qualcuno non desidera partecipare alla democrazia, mi sembra altrettanto accettabile. Anche se, nel Consiglio degli svizzeri all’estero, ci proponiamo di aumentare la partecipazione, poiché le statistiche mostrano che essa tende a essere relativamente bassa.
Alcune persone ignorano perfino di avere il diritto di voto. Altre trovano la procedura troppo macchinosa, poiché occorre affrancare i documenti e rispedirli, senza sapere mai davvero se arriveranno in tempo (un problema che sarebbe risolto proprio dal voto elettronico).
Gli svizzeri all’estero non si intromettono troppo negli affari nazionali
Ma se qualcuno non si interessa realmente alla politica, è perfettamente legittimo. Le persone della seconda o terza generazione, per esempio, che non seguono più da vicino la politica svizzera, generalmente non partecipano alle votazioni.
Ecco perché non condivido l’obiezione talvolta avanzata secondo cui gli svizzeri all’estero si intromettano troppo negli affari nazionali. Chi non se ne interessa non si impegna come elettore, poiché ciò richiede comunque lo sforzo di approfondire gli argomenti e familiarizzarsi con essi. Esiste quindi una sorta di autoregolamentazione.”
A cura di Balz Rigendinger
Tradotto dal tedesco e verificato da Daniele Mariani
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