Il viaggio di Wenders nella silenziosa monumentalità di Zumthor
Nel suo nuovo documentario in 3D, Wim Wenders propone un’esplorazione immersiva della straordinaria opera dell’architetto svizzero Peter Zumthor. Dopo la prima del film alla Mostra del cinema di Venezia, Swissinfo ha incontrato Zumthor e Wenders per discutere di questa singolare collaborazione all’incrocio fra cinema e architettura.
Nato a Basilea, Zumthor non appare subito come un soggetto tipico per un documentario. Umile, riservato, artigiano attento, sottolinea fin dall’inizio della nostra conversazione che l’unica cosa che gli interessa è costruire edifici.
Eppure, guardando il nuovo film di Wim Wenders, From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor, l’architetto emerge come un alchimista del nostro tempo, capace di creare esperienze spaziali trascendenti con legno, cemento e pietra privi di ornamento.
Wenders e Zumthor hanno collaborato per la prima volta al cortometraggio di Wenders Notes From a Day in the Life of an Architect, realizzato per la Biennale Architettura di Venezia del 2012. Dopo aver offerto uno scorcio della visione e dei metodi di Zumthor entro le mura del suo modesto studio di Haldenstein, nel Cantone dei Grigioni, Wenders ha proseguito la propria esplorazione con From Inside Out.
Girato nell’arco di 14 anni, è un’impresa cinematografica la cui ambizione è all’altezza della cura e della diligenza con cui l’architetto segue la realizzazione dei propri progetti.
Abitanti immaginari
Nel documentario, Wenders segue a grandi linee la cronologia della carriera di Zumthor e lo definisce “un eccellente compagno per guardare l’architettura, perché è un perfezionista che dedica molto tempo alla ragion d’essere di un luogo”.
A partire dalla copertura progettata da Zumthor per gli scavi romani di Coira, il film attraversa una carriera lunga decenni, soffermandosi dapprima su capolavori giovanili quali la Cappella di San Benedetto – che traduce la semplicità della tradizione nella sua struttura lignea – e le Terme di Vals nei Grigioni, celebri terme scolpite in squisita armonia con il paesaggio montano circostante.
Attraverso la macchina da presa di Wenders, attenta e leggera, lo spettatore coglie quanto i progetti di Zumthor affondino le radici nel paesaggio e nella cultura alpina della Svizzera. “Per me non è difficile capire i luoghi; riesco facilmente a trovare qualcosa a cui mi posso rapportare”, dice Zumthor. Poi aggiunge: “C’è chi può vivere in appartamenti diversi in ogni parte del mondo, ma non io! Mi piace stare dove sono le mie radici. E sa cos’altro mi piace? Viaggiare! Poter viaggiare e avere un luogo in cui tornare”.
Le opere più tarde di Zumthor, commissionate in contesti internazionali, aprono lo sguardo a una gamma di esperienze sensoriali. L’elegante austerità della Cappella campestre di Bruder Klaus in Germania, gli interni bui e imponenti del Museo della miniera di zinco, nonostante le dimensioni raccolte dell’edificio, e, forse il più impressionante e perturbante fra tutti, il Memoriale di Steilneset, che ricorda le vittime dei processi per stregoneria sull’isola norvegese di Vardø: tutti entrano in un dialogo ravvicinato con la storia dei rispettivi luoghi, le cui risonanze continuano a farsi sentire nel presente.
Wenders attraversa questi luoghi architettonici carichi di suggestione attraverso frammenti narrativi incentrati su ospiti, artigiani, artisti e abitanti immaginari del passato: presenze che hanno quasi il sapore di storie popolari confidateci dagli edifici stessi.
La dimensione totale
Tra le componenti estetiche più sorprendenti del film vi sono l’accresciuta percezione dello spazio e il senso di immersione prodotti dal mezzo 3D. Zumthor sembra piuttosto indifferente alla tecnica, spiegando di aver semplicemente lasciato questa decisione a Wenders; il regista, invece – dopo aver ormai girato dieci film in 3D – la considera meno una tecnologia che uno strumento narrativo. “Se si lascia agli occhi un po’ più di tempo per penetrare l’ambiente, credo che il 3D possa essere un mezzo molto poetico e meditativo”, afferma.
Le sue esperienze precedenti gli hanno inoltre consentito di valutare più facilmente le peculiarità spaziali di ciascun luogo ripreso. “Sapevo già a quale velocità la macchina da presa dovesse attraversare un edificio affinché i movimenti apparissero rilassanti anziché dolorosi e il processo 3D naturale anziché invasivo”.
Wenders e il suo direttore della fotografia visitavano innanzitutto gli edifici, confrontando la luce del mattino con quella della sera: un metodo che lo ha portato a classificare le architetture di Zumthor in “edifici del mattino” ed “edifici della sera”. Eppure, per quanto cercassero il momento giusto, le riprese non furono prive di sorprese sgradite.
Wenders cita come esempio il Wyss Museum della Fondazione Beyeler, aperto di recente al pubblico il 26 settembre 2026. “L’edificio è realizzato in pietra calcarea. Quando lo colpisce il sole, brilla tanto da costringerti quasi a socchiudere gli occhi”, racconta.
Con sua delusione, però, l’unico giorno in cui poté girarvi fu cupo e piovoso. Spiega come la visione di Zumthor salvò le riprese: “Quasi per un piccolo miracolo, Peter disse”: “Be’, questa è la mia infanzia. Vede tutti questi uccelli, il piccolo stagno sotto la pioggia lieve e gli aeroplani sopra le nostre teste? Questo è il paesaggio sonoro della mia infanzia”.
L’architettura dei sentimenti
Zumthor è rimasto sorpreso dal carattere così personale assunto dal film. “In un certo senso, mi sono ritrovato a guardare la mia stessa vita”, osserva, aggiungendo di essere anche felice che il film sia diventato una dichiarazione d’amore per sua moglie, Annalisa Zumthor-Cuorad, morta all’inizio di quest’anno.
Rievocando le sequenze girate nelle Case Leis a Vals – tre case per vacanze, una delle quali progettata dall’architetto per sua moglie –, Wenders sottolinea l’importanza che questi edifici hanno per Zumthor: “La casa era vuota dopo che sua moglie aveva avuto un ictus, ma Peter voleva che la filmassi perché nessuno in Svizzera aveva mai costruito una casa come questa”.
Sebbene il documentario si concentri soprattutto sulle realizzazioni di Zumthor – l’ultima e più grande finora è il Los Angeles County Museum of Art (LACMA) –, Wenders torna anche al suo progetto mai concretizzato per il Centro di documentazione Topografia del Terrore, che la città di Berlino decise di abbandonare dopo l’avvio dei lavori. A proposito del progetto accantonato, Zumthor ripete semplicemente ciò che afferma già nel film: sarebbe stato un bene per Berlino, ma la decisione di rinunciarvi fu puramente politica.
L’architetto vincitore del Premio Pritzker è ampiamente noto per la solidità della sua etica e dei suoi principi morali. “Non posso limitarmi a fare edifici come ornamenti”, dice Zumthor, raccontando di aver rifiutato una proposta in carta bianca ricevuta da un gruppo di coreani “ricchi e colti”: “Sono un architetto. Ho bisogno di una buona ragione. Se mi dicessero di costruire una casa per dei rifugiati, accetterei domani stesso”.
La politica di Wenders
L’insistenza di Zumthor sulla funzione e sul valore dell’architettura è ciò che induce Wenders a considerare From Inside Out un film politico. Il regista tedesco, duramente criticato dopo aver dichiarato di dover restare fuori dalla politica mentre presiedeva la giuria della Berlinale di quest’anno, spiega perché la posizione morale di Zumthor sia cruciale: “La maggior parte degli edifici che vediamo oggi è politica perché è ostile e non offre ambienti salubri in cui lavorare o vivere. Peter compie scelte politiche. Vuole costruire soltanto ciò che ritiene necessario: il che esclude il 90% delle proposte che riceve”.
Pur mettendo al centro il bene comune nell’opera di Zumthor, il film sembra ignorare in parte la dimensione sociale dell’architettura: molti degli spazi mostrati, infatti, restano appannaggio di una fascia privilegiata della popolazione dei Paesi più sviluppati.
Senza contestare apertamente questa critica, Wenders cita come alternativa il Secular Retreat progettato da Zumthor nel Devon, una residenza che può essere affittata per soggiorni da tre giorni a una settimana. “Offre la possibilità di sperimentare il paesaggio e l’architettura in modo unico”, spiega il regista. “È bello che le persone possano entrare in contatto con l’architettura contemporanea, anche se non avranno mai la possibilità di costruire o abitare una casa del genere”.
Altri sviluppi
Peter Zumthor, la luce è il suo materiale da costruzione più importante
A cura di Catherine Hickley/ac
Tradotti dall’inglese / fra
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